Quella devozione per la letteratura russa

Letture autunnali

Letture autunnali

Ria Novosti
Lo scrittore campano Franco Arminio, che con il suo libro “Le cartoline dai morti” ha vinto il celebre Premio Gorky, racconta il suo rapporto con i libri dell’Est e con i grandi geni russi

La morte raccontata in 128 microcartoline. Ironiche, beffarde, fulminanti. Per un resoconto divertente, diretto, ricco di aforismi sui tanti modi di morire. Franco Arminio, scrittore campano, è il vincitore della settima edizione del Premio Maksim Gorky con il libro “Le cartoline dai morti” (edizione Nottetempo). La cerimonia di premiazione nella quale sono stati premiati i vincitori del concorso russo-italiano di narrativa e di traduzione letteraria si è tenuta ieri a Capri, dove Gorky ha vissuto per anni, presso la Certosa di San Giacomo. Lo spettacolo è solo uno degli appuntamenti del Festival internazionale delle arti (4-9 ottobre) che porta il nome del geniale scrittore russo.

Che emozioni si provano nel vincere un premio che porta il nome di un mito della letteratura?

È un grande onore, lo scrittore scrive per essere riconosciuto, mai credere a chi va dicendo di scrivere per solo puro piacere estetico. E il premio Gorky è la prova che c'è grande interesse intorno al mio libro. E poi i russi sono esperti di letteratura, la figura dello scrittore in Russia conta ancora qualcosa, gode di un certo peso anche a livello sociale.

Franco Arminio, uno dei vincitori
del premio Gorky
(Foto: archivio personale)

Qual è il suo rapporto con la letteratura russa?

Sono attratto da tutto quello che arriva da Est. E sono devoto alla letteratura russa, anche quella contemporanea, oltre a fenomeni come Tolstoj o Dostoevskij. Le opere russe sono sempre state centrate dal primato dell'emozione, dell'intelligenza. E viviamo un'era in cui l'emozione sta riprendendo il suo spazio. Non ho mai amato la vita gradevole, la vita lirica, mi piacciono luoghi intensi e la produzione letteraria russa mi comunica intensità.

Perché scrivere e parlare della morte?

La morte è la cornice della nostra vita. E questo libro non lo considero un saggio, né un romanzo o altro ma letteralmente un insieme di cartoline dei morti. Senza morte non ci sarebbe vita né arte, morire è uno shock individuale, c'è anche chi è in grado di raccontarla. Anzi, vengo dal Meridione dove il processo di elaborazione dell'addio alla vita è sempre stato lungo, tra funerali, ore di vicinanza ai parenti. Ora anche al Sud invece sta morendo anche la morte, che è soprattutto un esercizio di inno alla vita. La morte è sempre più frettolosa, i morti prima erano evocati di più, oggi ci si congeda subito, prima c'era più spazio per lo stare insieme, da vivi e da morti.

Per l'autore nel libro cosa c'è dopo la morte?

Non lo so, non credo nel Paradiso, interrogarsi sulla morte fa bene in ogni caso, dovremmo renderlo argomento di discussione naturale, chi pensa alla morte ha un'attenzione che lo porta a fare meno male nella vita, sperando in un buon destino dopo la morte, che è l'unica cosa che ci accomuna. Morendo lasciamo spazio agli altri, la morte va vista anche così, anche se il non esserci più è un'offesa al tratto narcisista che è in ognuno, che nella vita si è chiesto perché dovesse morire proprio lui. La vita è una vicenda dolorosamente interessante. E chi non parla della morte è più terrorizzato degli altri. Ma pensiamoci bene: nella vita abbiamo un pensiero più frequente per la morte, piuttosto che per altre cose.

Dunque scrivere della morte, quella vera, che non fa notizia, è una sorta di terapia?

È una terapia, certo, uno strumento per esorcizzarla, ma credo che la letteratura sia una terapia in generale. La morte è quotidiana, banale, arriva per persone anonime e non. Questo libro è un modo beffardo, ironico di spersonalizzarla. Esattamente l'opposto della spettacolarizzazione che si vede in giro, tra fiction, ricostruzioni di omicidi, suicidi dai salotti televisivi.

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