Biennale, il padiglione delle donne

Il 9 maggio apre al pubblico la 56esima Esposizione Internazionale d'Arte Biennale di Venezia. Al padiglione della Russia ha lavorato per la prima volta una squadra composta di sole donne, tra cui l'artista concettuale Irina Nakhova

L'artista Irina Nakhova (Foto: ufficio stampa)

Mancano pochi giorni all’apertura del padiglione russo all’Interno della Biennale di Venezia. Per la prima volta al padiglione ha lavorato una squadra composta da sole donne: il commissario Stella Kesaeva ha invitato a prender parte al progetto l'artista concettuale Irina Nakhova e la curatrice americana Margarita Tupicyna. È stata proprio Nakhova la prima fra gli artisti sovietici a realizzare installazioni totali all'interno del proprio appartamento moscovita. Prima dell'apertura, Nakhova ha raccontato a RBTH del progetto veneziano, dei suoi lavori e della sua carriera internazionale.

Ci parla del progetto di Venezia?

Il titolo lo ha pensato Rita Tupicyna: “Padiglione verde” e io ho accettato di buon grado. È talmente neutro che non rivela nulla. Tutto l'intrigo viene nascosto, ma genera curiosità. Questa è la prima delle strutture che vedrà lo spettatore. Negli ultimi anni il padiglione è sempre stato del colore della pasta frolla. Mi ricordo che quando l'ho visto per la prima volta, mi era da subito balzato all'occhio che qualcosa non andava e pensandoci ho capito che si trattava del colore. Cambiarlo è diventata quasi un'ossessione. Poi ho cominciato a parlare con alcuni storici ed è venuto fuori che il colore originale era il verde. Così lo aveva ideato lo stesso architetto Aleksej Shchusev. Che cosa avverrà al suo interno, è un segreto. Posso solo dire che ci sarà un'installazione totale in “collaborazione” con Shchusev. 

Le prime installazioni le ha fatte nel suo appartamento. A quale scopo?

Praticamente le ho fatte per necessità estrema, per il desiderio di crearmi uno spazio diverso.

Come è iniziato tutto?

Tutto è iniziato quando avevo tredici anni e ho conosciuto il concettualista Viktor Pivovarov e la sua famiglia. Divertente è ricordare che allora tenevo in braccio il suo figlio più piccolo, Pasha Pepperstein, mentre una trentina di anni più tardi insieme a lui ho partecipato ad una mostra a Londra. Allora ero molto toccata dalle opere di Viktor, così fresche e inusuali. Lui mi introdusse nel suo circolo, mi fece conoscere molti artisti e scrittori. Fu proprio questo incontro a definire il mio futuro di artista. La storia delle installazioni invece è iniziata nel mio appartamento agli inizi degli anni Ottanta. In quell'appartamento ci vivo tutt'ora. Le misure delle stanze le ricordo da molti anni: 3,95 x 3,95 metri. Mi sono occupata a lungo di pittura, ma quello che mi ha sempre interessata era lo spazio e la presenza nei quadri di qualche oggetto architettonico. Io adoro Mark Rotko: in lui non vi è alcun cenno architettonico, solo uno spazio unico sulla tela che viene percepito esclusivamente dal vivo. Poi vennero i terribili tempi della stagnazione di Brezhnev. Mi pareva che non stesse accadendo niente: tutto rientrava in un circolo vizioso, una sola compagnia, una sola arte. Molti artisti soffrivano di depressione. L'unica cosa possibile da fare era cambiare radicalmente l'ambiente attorno a sé e diventare "architetto del proprio viaggio". La prima installazione l'ho fatta apposta per me, di carta e colori. Tramite la pittura su enormi strati di fogli da disegno incollati l'uno all'altro, ho ampliato lo spazio intorno a me.

Il Padiglione Verde (Foto: ufficio stampa)

La sua prima mostra personale si è tenuta a New York. Come ci è arrivata?

Nell'88 a Mosca si era tenuta la prima asta di Sotheby's. Lì c'era l'avanguardia russa e gli autori contemporanei. Una raccolta eclettica. Io ero uno dei partecipanti più giovani. Allora nutrivo forti dubbi sul fatto che quella mostra potesse essere legata in qualche modo all'arte, capivo che si trattava di un gesto politico. In un paese chiuso era arrivata un'orda di collezionisti, di proprietari di musei. Presente era anche la famosa gallerista americana Phyllis Kind. Le erano piaciuti i lavori e aveva cominciato a mostrare opere russe a casa sua a New York. Opere di Erik Bulatov, mie e di altri ancora. A proposito una delle mostre l'aveva organizzata Tupicyna. Io avevo tre personali da Phyllis. Lei però era specializzata nella pittura outsider e in quella russa. Quello che facevo io non era per niente outsider e non rientrava neppure nel tema puramente russo, ben visibile invece in Bulatov.

Lei ha realizzato moltissime installazioni totali in Europa e negli Stati Uniti. Qual è il destino di simili opere dopo le mostre? 

Qualcosa resta nei musei, qualcosa viene smontato e non si sa che fine faccia. Alla collezione Norton Dodge del museo Zimmerly è rimasta una mia installazione di 16 enormi rilievi. Una sorta di Pompei contemporanea. La tenevano nel loro magazzino nel Maryland. Dopo la morte di Norton mi è arrivata una lettera: “Noi abbiamo una Sua installazione. Che cosa dobbiamo farne? "La riprenda, per favore”. Io ho risposto: “Accidenti, non posso!”. Forse non esiste più, o forse è da qualche parte nella spazzatura.

Dopo il concettualismo sono sorte altre correnti nella storia dell'arte?

Buona domanda. Certamente c'è di tutto. Ad esempio, l'azionismo politico cittadino. L'arte cittadina. Artisti che effettuano ad esempio interventi in città, flashmob, scritte sui muri...

Anche loro possono essere considerati come concettualisti o sotto-concettualisti...

Sì, certo... Probabilmente Lei ha ragione! Io vedo come i giovani artisti in un modo o nell'altro si rifacciano al concettualismo. Questo stile è facile da riprodurre. È consolidato, occupa già il suo posto nella storia. Ma la necessità e la sostanza spesso manca ai giovani. Il concettualismo è emerso negli anni Sessanta non per nulla, in esso si nascondeva un bisogno profondo, una sostanza. Forse però ora questa necessità ritorna.

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