La scrittrice indifferente al carisma di Rasputin

Nadezhda Alexandrovna Lokhvitskaya (Teffi) (Foto: AFP/East News)

Nadezhda Alexandrovna Lokhvitskaya (Teffi) (Foto: AFP/East News)

I classici della letteratura russa sono stati scritti per lo più da uomini. Chi fosse invece interessato a conoscere il punto di vista di una scrittrice umoristica non ha che da leggere le opere di Nadezhda Teffi

Se chiedessimo a dei lettori di citare il nome di qualche autore di prosa russo del XX secolo, riceveremmo in risposta sempre gli stessi nomi: Bulgakov, Pasternak, Gorky, Cechov, Solzhenitsyn e via dicendo. Pochi infatti penserebbero a Teffi, che pure negli anni che precedettero la Rivoluzione del 1917 era una stella di prima grandezza: una scrittrice di grande fama che veniva fermata per le strade di Mosca dai suoi ammiratori, tra cui poteva vantare lo zar Nicola II e Lenin. Teffi, che frequentava i personaggi dell’alta società, ebbe due volte l’occasione di incontrare Rasputin − e lo descrisse con una severità impietosa. Controcorrente, senza paura Teffi, il cui vero nome era Nadezhda Alexandrovna Lokhvitskaya, nacque nel 1872 da una ricca famiglia di San Pietroburgo. Dopo le nozze, celebrate nel 1890, si trasferì in campagna dove per dieci anni condusse una tranquilla esistenza domestica, priva di eventi di rilievo.

Trascorso quel periodo, però, non essendo interessata a conformarsi alle aspettative della società, Teffi si trasferì nuovamente in città per dedicarsi alla scrittura. E dopo essersi scelta uno pseudonimo deliberatamente androgino, ispirato al nome di un buffone (i buffoni erano considerati fortunati), iniziò a farsi conoscere come autrice di articoli e di vignette satirici ispirati alla vita contemporanea. Vlas Doroshevich, direttore di “La parola russa”, notò il suo talento e la incoraggiò a cimentarsi in racconti brevi. “Lasciate che scriva ciò che vuole”, disse. “Non si può permettere che un purosangue arabo sia adibito al trasporto dell’acqua”. Malgrado molte delle sue opere non siano mai state tradotte in inglese, segnaliamo la recente uscita di “Subtly Worded”: una raccolta tradotta da Anne Marie Jackson con l’aiuto di Robert Chandler, Clare Kitson, Irina Steinberg e Natalia Wase. Il volume testimonia l’evolversi dello stile di Teffi, che da una serie di episodi brevi e descrittivi è andato arricchendosi di suggestioni e trame vieppiù sofisticate.

Intelligente, schietta e sarcastica, nelle sue opere la scrittrice si fa gioco tanto dei socialisti che degli snob, che descrive in racconti ricchi di svolte brusche e inattese. “Uno di noi” racconta di una donna che una sera, all’opera, incontra uno sconosciuto apparentemente molto colto del quale rimane estasiata. Che in seguito si rivelerà, con suo grande disappunto, un ex usciere del teatro. “Un giorno futuro” è un’opera breve e raggelante scritta nel 1918 che vuole essere un monito su quanto potrebbe accadere dopo che i bolscevichi hanno sconvolto l’ordine sociale: “Erano addirittura sul punto di spedire un telegramma al ministro dell’Illuminazione, ma è venuto fuori che nessuno di loro sapeva scrivere. Poi si sono ricordati che nemmeno il ministro sapeva leggere né scrivere, e quindi hanno deciso di lasciar perdere”. Un umorismo venato di serietà Lo stile di Teffi coniuga l’abilità di Jane Austen nel cogliere la pretenziosità e lo spirito allegro e malizioso di Wilde o Waugh. La scrittrice è maestra nel catturare gli esasperati capricci dei bambini e osservare la vanità delle classi privilegiate.

“Il conducente fece schioccare le redini e il ragazzo sparì in lontananza”, scrive. “Varenka si sentiva ricca e importante, e per modestia contrasse le labbra, così da non suscitare troppa gelosia nei passanti che aveva schizzato di fango”. Dei suoi scritti fa parte anche il sagace resoconto di due cene alle quali l’autrice partecipò nel 1916, che vedevano tra gli invitati anche Rasputin. Immune al clima di isterismo che circondava il famoso mistico (e ai suoi ripetuti tentativi di sedurla) Teffi lo fa a pezzi senza pietà, ritraendolo come un tipo patetico e stravagante, un opportunista che sta rapidamente perdendo il controllo della situazione che ha creato – ridimensionando in questo modo uno dei personaggi più sopravvalutati della storia. In definitiva, però, è ciò che si coglie al di là del sarcasmo e della critica sociale a rendere i racconti di Teffi così avvincenti. Nella sua eccellente introduzione al volume, Anne Marie Jackson cita la critica Lidiya Spiridonova, secondo la quale le storie di Teffi sono “divertenti dal fuori, ma tragiche dentro”.

A prescindere da quanto i suoi personaggi siano ridicoli, Teffi riserva sempre loro un po’ di tenerezza, come se volesse ricordarci che con la nostre speranze frustrate e la nostra logica meschina siamo più simili a dei buffoni di quanto crediamo. Guardando il mondo con gli occhi di una straniera Nel 1919, dopo la chiusura della “Parola russa”, Teffi si recò in Ucraina per promuovere un libro, e non fece mai più ritorno in Russia. Si stabilì a Parigi, dove entrò in contatto con il mondo degli emigrati − che le offrì nuove occasioni per osservare e descrivere episodi di pretenziosità e di pathos. I racconti scritti in questi anni sono caratterizzati da un’atmosfera cupa. “Marquita” racconta la storia di una russa che per sbarcare il lunario è obbligata a lavorare in un bar fingendo di essere una cantante spagnola, e che per seguire il consiglio di un’amica che le ha suggerito di comportarsi da femme fatale perde un’opportunità sentimentale. “Il testamento” è il triste e inquietante ritratto di una donna che soffre di disturbi mentali e decide di suicidarsi. Le descrizioni delle tenute di campagna sono improntate alla nostalgia e immerse in un’atmosfera che ricorda Checov. A un certo punto l’autrice abbandona la trama principale per addentrarsi inaspettatamente nelle tradizioni e nel folklore, seguendo le vicende di un falegname che tornato a suo villaggio dopo trent’anni di assenza viene considerato da tutti un morto che cammina. Il racconto più suggestivo del libro è però l’ultimo: “E il tempo smise di essere”, nel quale l’autrice rivisita la propria infanzia ricorrendo al “flusso di coscienza”.

Durante una conversazione nella neve con un misterioso Cacciatore, Teffi confessa i propri rimpianti e riflette sulla sua morte. “Ho voglia di dire tutto ciò che mi viene in mente, senza logica né ordine”, scrive. È il suo ultimo testamento: un brano estremamente personale nel quale si coglie l’influenza che sull’autrice, ormai anziana, hanno prodotto gli anni vissuti nell’epicentro del modernismo europeo. Una reputazione di nuovo in ascesa Al momento della sua morte, sopraggiunta nel 1952, le riviste grazie alle quali Teffi era riuscita a mantenersi avevano chiuso già da tempo, e la critica occidentale l’aveva completamente emarginata. L’attenzione del grande pubblico era interamente rivolta al nuovo assetto sovietico, e Teffi era considerata una scrittrice umoristica dal talento limitato e appartenente a un’epoca ormai fuori moda. Un giudizio poco generoso, che “Subtly Worded” contribuisce in parte a screditare. La raccolta non è perfetta: uno o due racconti sono scontati e moraleggianti, e alcune delle prime opere appaiono inconsistenti se paragonate ai lavori successivi. Tuttavia, il libro rappresenta l’occasione ideale per dimostrare la portata del talento di questa ex superstar, e rilanciarne la fama. “L’ambizione può essere una forza possente”, scrive Teffi in “E il tempo smise di essere”. “Se fossi riuscita ad essere più ambiziosa avrei potuto urlare qualcosa che tutto il mondo avrebbe sentito”. Non è detto che non possa riuscirci adesso.

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