Quando la letteratura incontra la guerra

Un dettaglio della Battaglia di Borodino, quadro di Franz Roubaud. Questa battaglia venne minuziosamente descritta da Lev Tolstoj in “Guerra e Pace” (Fonte libera)

Un dettaglio della Battaglia di Borodino, quadro di Franz Roubaud. Questa battaglia venne minuziosamente descritta da Lev Tolstoj in “Guerra e Pace” (Fonte libera)

In che maniera i grandi maestri russi interpretavano i conflitti? Da Tolstoj a Pasternak, spunti e riflessioni sull’atrocità della guerra. Per scoprire che molte considerazioni potrebbero essere attuali ancora oggi

Il conflitto in atto in Ucraina pone spinose questioni etiche, e ci costringe a riflettere sulle cause, sul senso e sull'ammissibilità dell'uso della forza militare. Rbth rievoca cinque dichiarazioni degli scrittori classici russi sul tema della guerra. Ciascuna di esse, fatta in un momento diverso e in diverse circostanze, rimane ancora oggi attuale. Lo stesso ampio ventaglio di opinioni si ritrova oggi sui mass media e sui social network a proposito della crisi ucraina.

Lev Tolstoj:

"Quando mi dicono che dello scoppio di una qualche guerra è colpevole in maniera esclusiva una delle due parti, non posso mai trovarmi d'accordo con una simile opinione. Si può ammettere che una delle parti agisca con maggiore cattiveria, ma stabilire quale delle due si comporta peggio non aiuta a chiarire neanche solo la più immediata delle cause per cui si verifica un fenomeno così terribile, crudele e disumano quale è la guerra. Queste cause sono del tutto evidenti per chiunque non chiuda gli occhi di fronte alla realtà. Ve ne sono tre: la prima è l'ineguale distribuzione della ricchezza, vale a dire la rapina commessa da alcune persone ai danni di altre; la seconda è l'esistenza della classe militare, vale a dire di persone addestrate e destinate ad uccidere; la terza causa è una dottrina religiosa falsa, in buona parte consapevolmente ingannevole, nella quale vengono forzosamente educate le giovani generazioni".  

 
Metti una sera a cena a casa Tolstoj

(Da una lettera a G. M. Volkonskij datata 4 dicembre 1899).

Tolstoj, uno dei più grandi pacifisti della storia russa, non si era sempre attenuto al principio dell'amore per la pace. Fu l'esperienza della guerra a cambiarlo: lo scrittore partecipò alla difesa di Sebastopoli durante la guerra di Crimea (1853-1856) e a una campagna militare per l'assoggettamento dei popoli caucasici. In seguito a questi avvenimenti Tolstoj giunse al rifiuto assoluto di qualsiasi uccisione, e di conseguenza alla negazione di molte delle istituzioni sociali esistenti, tra cui anche la chiesa e lo stato.

Fëdor Dostoevskij:

"In certi casi, se non addirittura in tutti (tranne forse le guerre intestine), la guerra è un processo per mezzo del quale appunto con il minor spargimento di sangue, con il minore strazio e il minor dispendio di forze si raggiunge la tranquillità internazionale e si instaurano, almeno approssimativamente, dei rapporti per quanto è possibile normali tra le varie nazioni. (...) È piuttosto la pace, una pace prolungata, a trasformare gli uomini in bestie e a renderli feroci, e non la guerra. (...) Una guerra combattuta per un nobile fine, per l'emancipazione degli oppressi, per un'idea disinteressata e santa: questo genere di guerra purifica l'aria infetta dai miasmi che vi si sono accumulati, risana l'anima, scaccia la vergognosa viltà e l'indolenza, dona e chiarisce l'idea alla cui realizzazione è chiamata questa o quella nazione. Tale guerra rinvigorisce ogni singola anima con la coscienza del suo sacrificio, e lo spirito dell'intera nazione con la coscienza della reciproca solidarietà e dell'unità di tutte le membra che compongono la nazione".    

("Diario di uno scrittore", 1876. "Il sangue versato è salvifico?")

Nel 1877 la Russia dichiarò guerra alla Turchia. Oltre ai motivi politici, in questa guerra era presente anche un'idea elevata: in Russia essa viene considerata come un tentativo di aiutare con spirito di fratellanza i bulgari e i serbi, oppressi dai turchi. Alla vigilia della guerra e durante il primo anno di combattimenti Dostoevskij pubblicò il suo "Diario di uno scrittore", nel quale raccolse molte riflessioni sulla guerra e sulla politica europea più in generale. Quest'opera pubblicistica scritta un secolo e mezzo fa presenta sorprendenti somiglianze con le analisi politiche che appaiono oggi sulla rete, per il suo fervore, la nettezza dei giudizi e la passione per i pronostici e le previsioni. Prima dell'entrata in guerra ufficiale, Dostoevskij considera la possibilità di una guerra non dichiarata, combattuta da forze volontarie: un evidente parallelo con la situazione attuale nel Sud-Est dell'Ucraina.  

Aleksandr Blok:

"Non ho paura degli shrapnel. Ma l'odore della guerra e di ciò che ad essa si accompagna è qualcosa di arrogante. Esso mi è stato alle calcagna fin dai tempi del ginnasio, manifestandosi in molteplici forme, ed ecco che poi mi è salito alla gola. L'odore del cappotto di un soldato non è una cosa da sopportare".

("Diario", 28 giugno 1916)

Nei contemporanei la partecipazione della Russia alla Prima guerra mondiale in un primo momento suscitò entusiasmo; raffinati letterati partivano per il fronte o componevano versi pieni di sincero patriottismo. Blok, il più significativo tra i poeti del "Secolo d'argento" russo, mantenne una posizione a sé stante, provando repulsione per la guerra e comprendendo che essa avrebbe condotto inevitabilmente a uno sconvolgimento sociale. Dopo la rivoluzione del 1917 Blok cercò tormentosamente di rassegnarsi alla nuova "arrogante" realtà, di trovare in essa un principio salutare, purificatore; ma questi tentativi lo condussero solo a sprofondare nella disperazione e a una morte prematura. 

Boris Pasternak:

"Dovremmo elevare e animare la nostra epoca contemporanea per far sì che ognuno dei giorni che viviamo diventi più prezioso, che dispiaccia perderlo e privarsene, affinché la vita divenga così attraente, colma di spiritualità e piena di ispirata bellezza che non possa sorgere il desiderio devastante di uccidere o di suicidarsi. Non conosco e non riesco a immaginare alcun'altra maniera di opporre resistenza alla guerra".

(Lettere, vol. 10).

Durante il regime sovietico una delle direttive ufficiali della propaganda divenne la "Lotta per la pace". Scrittori famosi partecipavano continuamente a iniziative organizzate sotto questo slogan. Per uno scrittore esprimere ciò che pensa della guerra senza pathos propagandistico e senza arabeschi ideologici imposti dall'alto era possibile solo in un diario o nella corrispondenza privata.  In questa confessione sincera di Pasternak si coglie una nota tolstoiana, e anche il romanzo che gli valse il premio Nobel, "Il dottor Zhivago", è denso di rimandi a "Guerra e pace".  Pasternak espresse su questo tema anche un parere completamente opposto, in un'altra delle sue lettere: "La guerra ebbe un'enorme influenza liberatoria sul mio stato d'animo, la mia salute, la mia capacità di lavorare, e sulla mia percezione del destino". D'altra parte, Pasternak non combatté né nella Prima né nella Seconda guerra mondiale. Il suo atteggiamento nei confronti della guerra fu determinato non dall'esperienza, bensì dalle emozioni e dal temperamento poetico dello scrittore.

Aleksandr Solzhenitsyn:

"Nessuna guerra rappresenta una via d'uscita. La guerra è morte. La guerra è spaventosa non per l'avanzare delle truppe, non per gli incendi né per i bombardamenti; la guerra è spaventosa in primo luogo perché consegna tutto ciò che è in grado di pensare in potere legittimo all'ottusità... Ma d'altronde, da noi le cose vanno così anche senza la guerra".

(Dal romanzo "Il primo cerchio", 1958)

Solzhenitsyn, che era un ufficiale combattente e fu mandato in prigione e poi nel Gulag direttamente dal fronte, pronuncia una netta condanna della guerra condotta da un paese totalitario, anche nel caso in cui tale guerra sia combattuta con l'evidente scopo di resistere a un aggressore: "Ogni stato di guerra serve soltanto a giustificare la tirannia interna e a rafforzarla".  

Per completare il quadro vale la pena di citare un'ultima dichiarazione, rilasciata, seppure non da un letterato, da un personaggio pubblico assai noto, il defunto oligarca Boris Berezovskij: "Ci vogliono enormi sforzi per costringere delle persone del tutto estranee ad andare a morire per i tuoi affari".  

L'autore del testo è uno scrittore e vincitore del premio letterario Russkij Buker (Russian Booker).

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