Una parola pura nel dolore del mondo

La poetessa in Francia (Foto: Itar Tass)

La poetessa in Francia (Foto: Itar Tass)

Gli ultimi anni di Marina Tsvetaeva, una nave che affonda in acque straniere. I disordini della rivoluzione russa infransero il mondo incantato in cui la poetessa aveva vissuto fino a quel momento. Poi l'inizio di un "vagabondaggio": per tutta la Russia e l’Europa alla ricerca disperata di un posto dove poter vivere, scrivere ed essere felice

Nel 1922, Marina Tsvetaeva lasciò la Russia per Berlino per riunirsi con il marito, Sergey Efron, fuggito dal Paese quando l'Armata Bianca, a cui apparteneva, fu sconfitta dai bolscevichi. Marina era tremendamente affezionata alla Russia, una terra che amava e a cui era spiritualmente legata. Questa volta, però, sentiva che non c'era più posto per lei in patria. "Non si tratta di politica, bensì del nuovo uomo - inumano, semi-macchina, mezzo scimmia e mezzo pecora", scriveva la poetessa. Per l’individuo, che significava tutto per la Tsvetaeva, non c’era più spazio sotto il nuovo regime.

Divisa tra due mondi

Marina aveva sviluppato una grande immaginazione, sin da bambina. Nata in una famiglia molto colta (il padre era uno dei fondatori del famoso Museo Statale di Arti Figurative A. S. Pushkin), iniziò a scrivere poesie all'età di sei anni, creando un mondo incantato tutto per sé che era in netto contrasto con la cruda realtà della nuova Russia. Nemmeno mentre si trovava in esilio, il suo spirito ribelle e indipendente le permise di conformarsi con un gruppo in particolare: "Non vado molto d'accordo con gli immigrati russi, vivo solamente dei miei quaderni - dei miei obblighi - e quando, di tanto in tanto, la mia voce viene ascoltata, essa non fa che dire sempre la verità, senza macchinazioni”. L’introversione e la totale mancanza di volontà, da parte della Tsvetaeva, di stabilire contatti con il resto degli emigrati non erano gli unici motivi per cui lei e la sua famiglia erano guardati con diffidenza dalla comunità russa in Francia. La ragione principale era suo marito, sospettato di essere una spia sovietica.

Durante quegli anni, in Europa, Sergey non faceva che ripetere a Marina di essere malato. Non era molto d’aiuto quando si trattava di trovare un lavoro stabile, scaricando così su Marina tutto l’onere di portare a casa il pane. Il rapporto di Marina con lui stava attraversando, in quegli anni, un periodo critico. Nonostante le loro costanti discussioni e reciproche infedeltà, la lealtà di Marina nei confronti del marito rimaneva incrollabile. Al contrario di quello che raccontava alla moglie, Efron conduceva una vita sociale molto attiva, contemplava un possibile ritorno in Russia e iniziò presto ad avvicinarsi alle idee sovietiche, cosa che lo portò alla fine a diventare un agente della polizia politica segreta sovietica in Francia. Le voci sul fatto che Sergey fosse una spia iniziarono a diffondersi tra gli emigrati.

Nel frattempo, il rapporto della Tsvetaeva con la figlia maggiore Ariadna (Alia), nei confronti della quale Marina nutriva un amore quasi ossessivo, iniziò a peggiorare a tal punto che Alia, all’età di 21 anni, decise di allontanarsi dalla madre, fuggendo di nuovo nell’Urss, nel marzo del 1937. Di lì a poco, Sergey rimase coinvolto nell'omicidio dell'ex agente dell'Nkvd, Ignace Reiss, e anche lui si vide costretto a lasciare il Paese, nel giugno del 1937.

Sola nell’epoca del terrore

Marina fu lasciata sola con il figlio Georgy (Mur), in una situazione piuttosto delicata. Le pubblicazioni francesi respingevano continuamente i suoi lavori, mentre i giornali e le riviste russe in Francia la snobbavano per essere la moglie, e forse anche la complice, di un presunto traditore. La Tsvetaeva smise di scrivere, intrappolata in un vero e proprio suicidio morale. “Posso immaginarmi perfettamente il giorno in cui smetterò di scrivere versi...  e so che quel giorno morirò". Oltre alla crisi esistenziale della Tsvetaeva, Mur, che allora aveva solo 14 anni, non desiderava altro che riunirsi con la sorella e il padre, e vedere con i propri occhi quel meraviglioso Paese di cui aveva sentito parlare così tanto. Nel giugno del 1939, Marina e il figlio si imbarcarono su una nave che li avrebbe portati a Leningrado. Dopo aver trascorso 17 anni fuori dall'Urss, in esilio e in totale miseria, prima a Berlino, poi a Praga e infine a Parigi, il ritorno di Marina Tsvetaeva nella madre patria non era che un lento e doloroso cammino verso la fine.

Nel mese di luglio, l'intera famiglia si riunì finalmente a Bolshoi, in una residenza estiva per gli agenti dell'Nkvd, nella periferia di Mosca. Fu qui che Alia venne arrestata e da lì a pochi mesi anche il padre Sergey. Sottoposta a torture, Alia, che era tenuta prigioniera nella prigione della Lubyanka, firmò una dichiarazione nella quale confessò che sia lei che il padre avevano lavorato per il servizio segreto francese. Alia cercò, mesi più tardi, di ritrattare la sua confessione iniziale, ma era ormai troppo tardi. Alia venne condannata a otto anni in un campo di lavoro mentre Sergey Efron venne giustiziato nel 1941. Fu così che la povera Marina venne privata, in breve tempo e in maniera orribile, di quasi tutta la sua famiglia. Solo il figlio Mur le rimase accanto.

Verso una strada senza uscita

Il 22 giugno 1941 la Germania invase l'Unione Sovietica. L'esercito nazista avanzava velocemente. A luglio, Mosca iniziò a subire già i primi bombardamenti. Marina e Mur furono evacuati nella città di Elabuga, dove si stabilirono in una semplice e povera casa rurale, un cambiamento drastico dopo gli appartamenti europei in cui avevano vissuto fino a quel momento. In quella città, senza soldi, né lavoro, né notizie della figlia o del marito, Marina entrò in una pericolosa spirale, descritta così dal figlio Mur nel suo diario, in data 27 agosto 1941: "La mamma vive in una foschia suicida. Non parla d'altro che di suicidio. Non fa che piangere e parlare delle umiliazioni che deve soffrire... Non fa che ripetere che vuole lasciare tutto e impiccarsi…”. Il 26 agosto, il giorno prima che questa nota venisse scritta, tuttavia, la Tsvetaeva aveva visitato la città vicina di Chistopol, dove si erano insediati altri scrittori evacuati. Dopo tale visita, la Tsvetaeva decise di chiedere alloggio in questa città, facendo persino domanda per lavorare come sguattera presso la mensa degli scrittori. Sembrava vivere in equilibrio, sul confine tra la vita e la morte, indecisa se continuare a vivere di stenti e aiutare il figlio, o gettare la spugna e optare per una fine rapida.

Il 31 agosto era una domenica e tutti gli inquilini della casa, tra cui anche il figlio Mur, erano fuori. Marina colse l'occasione per scrivere tre lettere d’addio. Nella prima, indirizzata a chi avrebbe trovato il suo corpo, la donna chiedeva che Mur venisse mandato nella città di Chistopol, dove viveva il poeta Nikolay Aseev. Nella seconda, indirizzata ad Aseev e alla moglie, la Tsvetaeva chiedeva ai due coniugi di prendersi cura del figlio e di accettare il baule contenente i quaderni con le sue poesie e innumerevoli scritti in prosa (Gli Aseev, tuttavia, non riuscirono a prendersi cura né di Mur né dell’eredità della Tsvetaeva). L'ultima lettera, infine, era indirizzata a Mur: "... ti voglio un bene dell’anima... Di’ a papà e ad Alia, se li si vedi, che li ho amati fino all'ultimo giorno e spiega loro che mi sono imbattuta in una strada senza uscita”. Quando il figlio tornò a casa, scoprì che la madre aveva mantenuto la sua promessa. Marina Tsvetaeva si impiccò all’età di 48 anni. Fu sepolta il 2 agosto nel cimitero di Elabuga, anche se il luogo esatto della sua sepoltura rimane tuttora sconosciuto.

“Sparsi fra la polvere dei magazzini/ Dove nessuno mai li prese né li prenderà/ Per i miei versi, come per i pregiati vini/ Verrà pure il loro turno”. La Tsvetaeva non aveva tutti i torti. Oggi, la poetessa è ricordata non solo sulla Terra ma anche nello spazio. L’asteroide 3511 che orbita attorno al Sole porta, infatti, il suo nome.

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