Blok e Gumilev, due vite al tramonto

Aleksandr Blok (Foto: Nappelbaum / RIA Novosti)

Aleksandr Blok (Foto: Nappelbaum / RIA Novosti)

Viaggio negli ultimi giorni dell’esistenza dei due grandi geni russi. Tra amori e sofferenze. E quell’eredità che ha sconfitto la morte

Dopo la rivoluzione bolscevica, San Pietroburgo non era più la capitale della Russia. Lenin aveva trasferito il governo a Mosca. È stato in questa città, sprofondata nella miseria, nella fame e nella malattia, che hanno vissuto i loro ultimi giorni di vita due grandi poeti russi dell’Età d’Argento, Aleksandr Blok e Nikolay Gumilev.

Soffocato dalla Rivoluzione

Negli ultimi anni della sua esistenza, il poeta Aleksandr Blok ha deciso di bere tutta la vita in un sorso. Lui e sua moglie, l'attrice Lyubov Dmitrievna, figlia del grande scienziato Dimitri Mendeleev, si sono separati. Blok ha cercato conforto nel bere e nei bordelli. Le sue poesie "I dodici" e "Gli Sciti" sono state stroncate dalla maggior parte della critica. È stato arrestato dalla Ceka (i primi servizi segreti sovietici) sospettato di aver complottato contro i bolscevichi. Questo era un po’ ridicolo, considerato che Blok aveva sostenuto la Rivoluzione e aveva lavorato per il nuovo governo: dal 1919 e fino alla sua morte, è stato a capo della filiale di Pietrogrado dell'Unione panrussa dei Poeti. Ma molto presto, Blok si era reso conto che le nuove autorità erano lì solo per costruire un nuovo apparato burocratico basato sull’oppressione.

 
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Blok aveva perso la sua fede nella Rivoluzione. “Sto soffocando, soffocando, soffocando!”, si lamentava in una delle sue lettere. “Stiamo soffocando, soffocheremo tutti”. Nel febbraio 1921, si avvicinava l’84° anniversario della morte di Aleksandr Pushkin. Blok, che è stato ampiamente considerato uno dei più grandi poeti russi viventi del suo tempo, fu invitato in questa occasione a tenere un discorso commemorativo. "La pace e la libertà ci sono state portate via", sono state le parole pronunciate da Blok. “La vita ha perso il suo significato ... Non è stato il proiettile di d’Anthes che ha ucciso Puskin. È stata la mancanza di aria”. Molti hanno compreso che, parlando di Pushkin, Blok stesso stava riflettendo sulla sua vita, che egli sentiva come se stesse volgendo al termine.

Pochi mesi prima di morire, ha tenuto un paio di recital, prima a Pietrogrado e poi a Mosca. Queste letture sembravano una sorta di prova generale della veglia funebre di Blok. Majakovskij ha ricordato: “Con calma e tristezza ha letto quelle righe che parlavano della musica gitana, dell'amore, di una bellissima donna - non c'era modo di andare avanti. Solo la morte”. Molto prima della sua morte, ha smesso di scrivere poesie. Blok ha scelto di tacere. È diventato incline a scoppi di rabbia, che si alternavano a fantasticherie frutto della depressione. Alcune volte, aveva delle allucinazioni ed esprimeva concetti senza senso. Altre, vedeva demoni o spettri entrare nella sua stanza. Le sue condizioni spaventavano sua moglie e i suoi amici. Doveva essere fatto qualcosa per salvare il poeta.

 
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Maxim Gorky, che ha usato la sua vicinanza a Lenin per aiutare molti scrittori che si trovavano in cattive condizioni, ha chiesto al leader di lasciare che Blok si recasse in Finlandia per ricevere cure mediche. Ma Lenin ha ricordato che, dopo la Rivoluzione, Blok aveva simpatizzato per il partito socialista rivoluzionario, che poi è diventato nemico dei bolscevichi. Lenin ha così respinto la richiesta. Gorky infuriato ha dichiarato che il leader bolscevico era diventato un “pensatore della ghigliottina”. Con il tempo ha convinto Lenin a dare il suo consenso, ma era ormai troppo tardi - Blok era già troppo debole per lasciare la sua casa.

In una lettera al suo amico, Blok ha chiamato la morte "l'estero, dove ognuno si reca senza autorizzazione preliminare da parte delle Autorità". E la morte del poeta è arrivata in una calda giornata del 7 agosto 1921. Secondo la diagnosi medica, Blok è morto per una endocardite acuta. L'appartamento al secondo piano di via Ofitserskaya, 57 era pieno di gente. Il corpo di Blok è rimasto in casa per tre giorni ed è stato sepolto il 10 agosto. Centinaia di persone, famose e non, hanno lasciato dei mazzi di fiori vicino al letto di morte del poeta. Il giorno del funerale, il corteo funebre ha percorso quattro miglia a piedi fino al cimitero. Il coro del Teatro Mariinsky ha cantato la messa vespertina di Rachmaninov e la liturgia di Tchaikovsky durante la fase finale del funerale. Sulla tomba è stata eretta una semplice croce di legno. Lo scrittore Evgeniy Zamiatin ha descritto l'addio: "E infine, sotto il sole, lungo gli stretti viali alberati, trasportiamo qualcosa di pesante e di sconosciuto, tutto ciò che è rimasto di Blok. E silenziosamente, nello stesso modo in cui Blok era rimasto in silenzio in questi anni, silenziosamente la terra ha inghiottito Blok”.

In un articolo dedicato al poeta, il compositore russo Arthur Lourie ha espresso il pensiero generale degli intellettuali: “La rivoluzione russa si è conclusa con la morte di Aleksandr Blok”.

Nikolay Gumilev (Foto: fonte libera)

L'ultimo conquistatore

È stato durante il funerale di Blok che la poetessa Anna Achmatova ha ricevuto la notizia che il suo ex marito, il poeta Nikolai Gumilev, era stato arrestato dalla Ceka una settimana prima, il 3 agosto. Gumilev era sospettato di aver partecipato alla cosiddetta cospirazione Tagantsev. Vladimir Tagantsey, un giovane professore di geografia dell'Università di Pietrogrado, nel 1921 aveva dichiarato pubblicamente che, se si fosse verificata una rivolta contro il governo sovietico, vi avrebbe preso parte. L'organizzazione di Tagantsev preparò davvero una rivolta a Kronstadt – tuttavia, Gumilev non prese parte alla sua ideazione. Si pensa che lui fosse solo a conoscenza del complotto e che avesse nascosto in casa alcuni proclami scritti. La sua colpa era di non averne informato le autorità.

I bolscevichi avevano anche altri motivi per braccare Gumilev. Era risaputo che Nikolai era stato un vero monarchico, un ufficiale dell'esercito russo e uno degli intellettuali che non avevano sostenuto la rivoluzione. D'altra parte, si sapeva che lui non era molto interessato alla politica - i suoi interessi si spingevano molto più in là. Nikolai Gumilev era un impegnato vitalista, un donnaiolo e un avventuriero nato.

Fin da bambino, era stato attratto dalle figure dei cavalieri europei, dei conquistatori coraggiosi - e voleva seguire l’esempio degli eroi romantici nella sua stessa vita. A 20 anni, Gumilev studiava alla Sorbona. Negli anni a seguire ha viaggiato molto in Africa – sia a titolo personale che su commissione dell’Accademia Russa delle Scienze. In Africa, Nikolai si è dedicato nella giungla alla caccia di leoni e ghepardi, ha incontrato africani che rivestivano ruoli di spicco, come il futuro imperatore etiope Haile Selassie, e ha scritto poesie. Le sue poesie africane rappresentano un esempio unico nel panorama della poesia russa e le sue relazioni etnografiche hanno rivestito un ruolo importante.

Tra un viaggio e l’altro, ha partecipato alla vita letteraria russa, fondando il movimento letterario dell’Acmeismo, di cui facevano parte molti poeti, tra cui la moglie Anna Achmatova e il grande Osip Mandelstam. All'età di 26 si è arruolato per combattere nella Prima Guerra Mondiale. Ha ricevuto per due volte l'Ordine di San Giorgio, che veniva assegnato solo per il coraggio in battaglia. Gumilev avrebbe potuto facilmente restare in sede, o a Pietroburgo (come molti altri scrittori avevano fatto a quei tempi) - ma ha scelto di combattere al fronte. Forse per lui era un modo per superare gli attacchi di paura di cui aveva sofferto fin da giovane. Nella primavera del 1918 Gumilev era a Londra. Quando gli è stato chiesto se voleva andare di nuovo a caccia in Africa, continuare il servizio militare o tornare in Russia, sulla scia dell’entusiasmo per la Rivoluzione, il poeta ha risposto: “Ho combattuto abbastanza, sono stato in Africa tre volte, ma non ho mai visto i bolscevichi. Andrò in Russia - non penso che sarà più pericoloso che dare la caccia ai leoni”. Quanto si sbagliava!

Tornato in Russia, Gumilev ha continuato il suo lavoro. A differenza di Blok, non è mai stato messo a tacere dalla Rivoluzione. Ha continuato a scrivere perché credeva nell'influenza positiva della letteratura sul genere umano. Gumilev aveva grandi progetti creativi. Ha iniziato a lavorare presso la nuova casa editrice gestita da Gorky. Ha fatto traduzioni, pianificato un nuovo vasto poema, tenuto letture e recital e ha fatto di tutto per supportare la sua famiglia nell’affamata Pietrogrado. Lui stesso teneva workshop per i poeti proletari che volevano imparare il mestiere poetico. E poi è stato arrestato.

All'inizio della sua prigionia, Gumilev pensava che sarebbe stato rilasciato, il che spiega il tono della lettera che scrisse alla sua seconda moglie, Anna Engelgardt: “Non preoccuparti per me. Sto bene. Scrivo versi e gioco a scacchi”. Tuttavia, sul muro della sua cella di Pietrogrado scrisse: “Dio, perdona i miei peccati poichè mi sto imbarcando per il mio ultimo viaggio. Gumilev”. L’uomo che lo ha interrogato si chiamava Yakobson ed era molto educato e astuto. Ha elogiato Gumilev, recitato le sue poesie a memoria e discusso di filosofia europea ... e, dopo il quarto interrogatorio, lo ha condannato a morte. Dopo l'arresto di Gumilev, alcuni suoi amici e scrittori, tra cui Gorky, hanno firmato una richiesta di sospensione della condanna indirizzata alla Cheka chiedendo di perdonare Gumilev.

La richiesta ha raggiunto Pietrogrado 10 giorni dopo l’esecuzione di Nikolai Gumilev avvenuta la mattina del 25 agosto 1921. Alcuni anni prima della sua esecuzione, Gumilev scrisse: "Non voglio morire in un letto, con accanto un notaio e un medico, ma in un anfratto selvaggio, ricoperto da una folta edera". Queste parole si sono rivelate una profezia. Il luogo e le circostanze precise della sua esecuzione rimangono tuttora sconosciute.

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