La vita leggendaria di Lev

Lo scrittore russo Lev Tolstoj (Foto: Itar Tass)

Lo scrittore russo Lev Tolstoj (Foto: Itar Tass)

Scrittore. Profeta. Guru. Perfino lo specchio della rivoluzione russa, secondo le parole di Lenin. La vita di Tolstoj è di per sé un’opera d’arte: potrebbe essere la trama di un romanzo non meno interessante di “Guerra e Pace”

In gioventù si sottoponeva a certi addrestamenti, quasi si stesse preparando a diventare superman. Non si compativa per niente. Reggeva con le sue mani affusolate pesantissimi vocabolari, si prendeva a cordate sulla schiena nuda. Temprava la sua volontà, desiderava essere un uomo comme il faut, un autentico aristocratico. Parlava perfettamente il francese, corteggiava le signore, amava giocare a carte, nonostante spesso perdesse. Un giorno passeggiava in strada con il fratello e gli veniva incontro un signore. Tolstoj con voce sprezzante disse al fratello: "Si vede che questo non è proprio un gentiluomo!". "Perché?". "Non ha i guanti". Tutto qui: senza guanti non sei un uomo.

Quattro guerre

La brama di nuovi brividi lo condusse in guerra. E lì i brividi che ricevette furono tantissimi. Una volta, in Caucaso, una granata scoppiò proprio vicino ai suoi piedi. Sulle montagne, rischiò di essere catturato dai ceceni. Fece correre il cavallo all’impazzata, riuscendo per un soffio ad allontanarsi. Dopo il Caucaso, si diresse sul Danubio per combattere contro i turchi, poi da lì a Sebastopoli. La Russia ha combattuto per tutto il tempo e Tolstoj con essa. Non è un caso che nei suoi libri compaiano così tante guerre.

 
La riforma scolastica secondo Tolstoj

Dopo essere tornato a Pietroburgo, iniziò a pubblicare i propri scritti. Ebbe un successo enorme quasi fin da subito. La vedova dello zar Nicola I pianse sui suoi “Racconti di Sebastopoli”, Alessandro II ordinò di tradurli in francese. Ma Tolstoj improvvisamente gioca un brutto tiro: abbandona il mondo e se ne va in campagna. Ha la sensazione che l’agricoltura lo prenda di più della letteratura. I contadini lo amavano, ma pensavano che il loro signore fosse strano: "Vai dal signore, dice, per ricevere ordini, ma lui, dopo essersi aggrappato alla pertica con un ginocchio, resta appeso con la testa all’ingiù e si dondola; i capelli ciondolano e il viso si fa rosso per il sangue che scende verso il basso; o ascolti gli ordini, o rimani lì a meravigliarti". È così che Tolstoj faceva ginnastica.

In campagna faceva tutto lui. Falciava, arava, insegnava ai figli dei contadini. La scuola di Tolstoj era particolare: nessun manuale, nessun quaderno, niente compiti per casa. Egli andava nel bosco con i bambini e parlava della vita, raccontava storie, rispondeva alle domande. Si sposò con Sofia Bers. Quasi ogni anno nasceva un figlio. Sofia Andreevna fu una moglie unica. Non solo sopportava il marito col suo carattere difficile, ma lo aiutava anche. Aveva ricopiato “Guerra e pace” quattro volte, o secondo un’altra versione addirittura sette, lo aveva ascoltato e gli aveva dato perfino qualche consiglio. La moglie perfetta per uno scrittore.

Tolstoj aveva energia da vendere. Studiava il greco e l’ebraico, leggeva i saggi cinesi, provava ad andare in bicicletta. Non si chiuse mai nel proprio guscio. Si prendeva cura dei contadini, dei soldati e dei mendicanti. Durante la peste, nei governatorati centrali raccoglieva i soldi per aiutare gli affamati. Diseredati da tutte le parti affluivano a Jasnaja Poljana. Sapevano che Tolstoj li avrebbe aiutati. Divenne così un’autorità morale, simbolo di onestà e carità. Così come lo furono Gandhi o Martin Luther King qualche tempo dopo.

In prigione e in libertà

Dai sessant’anni in poi attraversò una profonda crisi, sia artistica che spirituale. Tolstoj era rimasto deluso dalla letteratura, dalla civiltà e dagli esseri umani. Molto semplicemente, si era stancato. Pensò anche al suicidio. Nel mondo non c’era armonia, i potenti calpestavano i deboli, le persone sprecavano la loro vita in futili intrattenimenti. Per Tolstoj era doloroso stare a guardare. Ma non riusciva a non farlo. Fu allora che nacque il “tolstoismo”, la predicazione di un ritorno ad una vita semplice e il non uso della forza contro il male. Questi sono i due postulati cardini della sua nuova religione.

 
Metti una sera a cena a casa Tolstoj

Il punto è semplice: bisogna distribuire la ricchezza, andare tra il popolo, sopportare le privazioni, condurre una vita semplice. In verità, lo stesso Tolstoj non condivise i propri averi e non uscì dalla sua tenuta. Ma avvertiva benissimo questa contraddizione che lo tormentava profondamente. "Possibile – scriveva – che mi tocca morire, senza aver vissuto neanche un anno fuori da questa casa folle e immorale, senza aver vissuto neanche un anno sfruttando l’intelletto umano, vivendo cioè in campagna, non in una corte signorile, ma in un’izba tra i lavoratori, nutrendomi e vestendomi come loro, e diffondendo senza vergogna quella verità cristiana che conosco".

Dopo la rivoluzione del 1905 nel paese iniziò un’epoca di terrore. Migliaia di persone finirono in prigione, in esilio o all’ergastolo per le loro convinzioni, mentre nessuno osò toccare Tolstoj. Questi scrisse ai ministri che l’origine del male albergava in lui, in Tolstoj, che era strano punire chi aveva diffuso i suoi insegnamenti e non lui stesso. Tolstoj desiderava soffrire. La sua coscienza lo tormentava a causa del benessere in cui viveva. "Nulla mi avrebbe rallegrato e offerto una tale gioia – scriveva – come essere mandato in prigione, una buona e vera prigione: fetida, fredda e carente di cibo. Sarebbe stato motivo di sincera felicità e soddisfazione in vecchiaia". Ma la sua era una posizione tanto speciale che nessuno osò sfiorarlo.

Egli considerava i suoi cari dei pazzi, e di contro, per loro il pazzo era lui. La moglie arrivò a consigliargli di andare alle terme e curarsi i nervi. Lei lo amava sinceramente, ma proprio non lo capiva. Com’era possibile rinunicare ai soldi, alla terra, ai diritti delle opere letterarie? Quando Tolstoj tentò di andarsene, lei minacciò il suicidio. Un giorno uscì davvero per buttarsi sotto un treno, come Anna Karenina. Riuscirono a malapena a dissuaderla. Allora lei annunciò che se il marito avesse iniziato a distribuire i propri beni, sarebbe stato posto sotto tutela. Sarebbero stati costretti ad internarlo in manicomio, mentre il patrimonio sarebbe rimasto nelle mani della famiglia.

In ogni caso egli se ne andò. Di notte, di nascosto da tutti. Lasciò una lettera alla moglie, in cui scrisse che non poteva più vivere in quel lusso che lo circondava, che desiderava trascorrere gli ultimi anni di vita nella solitudine e nel silenzio. In treno si ammalò. Alla stazione di Astapovo lo rimossero dal treno, gravemente malato. Tolstoj trascorse le ultime ore di vita in completo stato confusionale. "Gli uomini, gli uomini, così muoiono – diceva – Si vede che sono destinato a morire peccatore...". L’attimo prima di morire, guardando dritto davanti a sé, disse: "Non capisco cosa devo fare!". Mentre le sue ultimissime parole furono: "C’è una moltitudine di persone al mondo e voi state a guardare un singolo Lev".

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