Teriberka, l'ultima spiaggia

Cartoline da Teriberka (Foto: Alberto Caspani)

Cartoline da Teriberka (Foto: Alberto Caspani)

Reportage dalla remota località sul Mare di Barents, dove qualcuno crede nel turismo e tenta di investire nel settore

“Un albergo? Qui?”. Due pingui babushke, fazzoletti annodati in testa e cetrioli sottobraccio, si lanciano un’occhiata scettica, scuotendo il capo rassegnate. Ogni sera attendono l’arrivo del bus delle 22, nella speranza porti buone notizie a loro e alla dozzina di curiosi che immancabilmente si radunano nella piazza sterrata di Teriberka.

Un viaggiatore senza tetto non è proprio quello che si aspettavano dalla fremente Murmansk, ma in fondo va bene così: Vadim avrà uno stimolo in più per restaurare la decrepita palazzina nell’area del porto. “È l’unico che ci crede ancora – osservano quasi in coro – da anni fanno promesse per rilanciare la nostra cittadina, ma vedi bene in che stato si trova”.

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Scheletri d’imbarcazioni sprofondano nel bagnasciuga. Tetti sventrati scrutano i cieli in cerca di aurore artiche, mentre il cigolio d’infissi arrugginiti fa sobbalzare i gabbiani a cena. Teriberka sembra appena scampata da un bombardamento, eppure le navi tedesche hanno levato vela da qui ben prima che la Grande Guerra Patriottica riscuotesse il suo sanguinario tributo: qualche bunker sopravvive poco più a Ovest, nei pressi della baia Zapadnaya Litsa, ma ancor’oggi è zona militarizzata dove voci bislacche si perdono in ritrite leggende. “Sì, sì, conosco la storia dei sommergibili del Reich – ridacchia un signore appoggiato al suo bastone nodoso – ma qui non sono mai arrivati! Si dice avessero riparato fra i fiordi della costa, pronti ad attaccare i convogli inglesi: in realtà il sito segreto di Basis Nord fu attivo solo pochi mesi. I tedeschi avevano iniziato ad allestire qualche difesa subito dopo gli accordi Molotov-Ribbentrop, poi è però scoppiata la guerra, hanno preso la Norvegia e si sono trasferiti in fretta e furia di là. Gli unici relitti rimasti sono quelli dei nostri pescherecci”.

Effettivamente la caccia allo squalo e al salmone ha visto giorni migliori a Teriberka, ripensando agli anni d’oro fra la fine della guerra e i primi ’60: nonostante le battute in mare rappresentino l’attività principale per i circa duecento abitanti rimasti a vivere nella sperduta cittadina sul Mare di Barents, il trasferimento della giurisdizione territoriale a Severomorsk ha tagliato le gambe all’economia locale.

Persino i grandi allevamenti di renne sono spariti, grazie alle facilitazioni offerte dai campi di Lovozero, la “capitale” delle genti Sami: inframmezzati fra pescherie scrostate e fattorie fantasma si riconoscono ancora alcuni recinti in legno, però proteggono solo ciuffi di licheni spettinati e qualche arbusto di lampone artico. Dall’alto li fissa impietosita una croce per i marinai dispersi in mare, l’unica a godersi le purpuree sfumature del tramonto e dell’alba nei gelidi riflessi della baia.

“Basta aver pazienza. Piano piano la gente sta tornando, progetto Shtokman sì o no”. Non ha dubbi Valentin, mentre imbianca a mezzanotte gli interni del suo futuro hotel. Il collega Vadim è in giro da qualche parte, ma il tempo corre. “Certo ci siamo rimasti male nel venire a sapere che, dopo tante rassicurazioni, gli oltre 30 miliardi di dollari per la creazione d’impianti e strutture di supporto ai giacimenti di gas off-shore sono stati congelati per almeno due anni ancora. Dovevano aprire un albergo nelle vecchie scuole, ma hanno scovato cavilli legali. Avevano assicurato d’ospitarlo nell’ex Casa della cultura, ma il tetto è pericolante. Al diavolo, ora faccio di testa mia!”.

Mentre Gazprom, Total e Statoil s’arrabattano su quanto investire in un bacino liquido capace di soddisfare da solo il 2 per cento delle riserve mondiali, il fascino decadente di Teriberka sta conquistando anime vagabonde e pescatori incalliti. Arrivano d’estate o d’inverno, chi in cerca d’isolamento, chi sulle tracce di gadi dalle pinne lucenti, chi rapito dalle maestose migrazioni dei cigni della tundra.

Ad ascoltare Valentin pare che Teriberka debba essere letteralmente presa d’assalto da turisti estremi, ma per le strade si ode solo il dinoccolare dei propri passi. I suoi concittadini lo reputano un tipo bizzarro, tanto più che l’albergo su cui si sta affannando prevede d’ospitare oltre cento persone. “Datemi due anni e vedrete se non ho ragione”.

Con i soldi risparmiati lavorando in Norvegia, lotta per un sogno che rappresenta forse l’ultima spiaggia degli abitanti locali. Ma non è solo. A fare il tifo per lui, segretamente, sono pure i nativi Sami, ai quali il progetto Shtokman aveva dapprima assicurato assistenza e risorse per valorizzare la propria cultura tradizionale, lasciando poi tutto sulla carta. Almeno per il momento.

Alcuni loro accampamenti distano solo pochi chilometri dalla cittadina, tant’è che i misteriosi ospiti di Valentin, spesso, sono in grado di raggiungerli a piedi, così da potersi calare pienamente nella vita nomade degli allevatori di renne. Dopo la chiusura delle fattorie collettive in città, molti di loro sono tornati infatti agli antichi costumi e oggi rappresentano le guide migliori per esplorare il severo ambiente della penisola di Kola.

A Teriberka ci si arrangia facilmente da soli: un ponte traballante divide il nucleo storico dalla frazione di Lyudeyny, dove eroici pescatori non si arrendono alla condanna del tempo ed evitano d’indugiare troppo nelle anse della baia. Fa male, troppo male veder arrugginire nell’inedia quei pescherecci che un tempo sfidavano orgogliosi i ghiacci artici e oggi ne sono invece stritolati. Sbucano ovunque: dietro uno scoglio, sulla battigia, addirittura nell’erba dei prati. Se non fosse per l’abbondanza d’acqua, potrebbe quasi sorgere il sospetto che si stia qui consumando l’amara maledizione dei battelli uzbeki sul lago d’Aral.

Non a caso Teriberka, che dista quattro ore di bus da Murmansk, è conosciuta fra gli abitanti del grande porto artico con l’inquietante appellativo di “cimitero delle navi”. L’arcobaleno di croci che segna il suo confine orientale non aiuta certo a sminuirne la sinistra fama, eppure guardando attentamente nel fango si riconoscono orme zigrinate che non possono appartenere ai suoi cittadini, né tanto meno a qualche zombie infreddolito. Giungono dalla tundra e, dopo strane evoluzioni davanti al monumento dei caduti o per case di legno afflosciate su se stesse, tirano dritto sino alla fermata del bus.

Piccozze. Enormi zaini. Tende arrotolate e canne da pesca. Eccoli qui, i rinforzi di Valentin! Saranno una ventina, bruciati dal sole, con gli occhi scintillanti per le incredibili pile di salmone. Nel silenzio dell’alba, mentre un cucciolo samoiedo sbadiglia assonnato sul tetto di una Lada, attendono di far ritorno a Murmansk. Troppo presto per essere scovati dalle due incredule babushke. “Datemi due anni e vedrete se non ho ragione”.

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