L'architettura della rivoluzione

Le opere degli anni '20 e '30 hanno impresso una svolta radicale al modo di costruire nella Federazione. Ma il tempo mette a rischio la tenuta di molti edifici

Le costruzioni degli anni '20 e '30 diventano la base di partenza per sviluppare il futuro, che necessariamente dovrà essere all’insegna della sostenibilità ambientale, concepita non solo con l’obiettivo di
ridurre le emissioni inquinanti, ma come tratto caratteristico di tutta la progettazione urbana. Un obiettivo che è possibile raggiungere senza contrastare la storia dell’urbanistica cittadina e senza costi eccessivi.

L’architettura della rivoluzione "un’incessante meccanizzazione della vita": così l’architetto Moisei Ginzburg definì nel libro “Stil i epocha” (Stile ed epoca, ndr) gli anni Venti e Trenta del Novecento. Fu uno dei primi a formulare i principi del costruttivismo nell’architettura e a rendersi pienamente conto che occorreva inscrivere ogni tipo di macchina, facente ormai parte integrante della quotidianità, in un nuovo stile di vita, nella sua psicologia ed estetica.

A un certo punto nella Russia post rivoluzionaria i trionfanti lavoratori non chiesero più soltanto fabbriche, ma anche locali dove avrebbero potuto rilassarsi dopo una faticosa giornata di lavoro. La rete dei trasporti iniziò a svilupparsi, la popolazione cittadina cresceva e con essa la capitale.

In queste nuove condizioni, gli elementi architettonici decorativi si trasformarono in atavismi che occupavano dello spazio in modo ingiustificato. L’esigenza di nuove soluzioni per lo spazio urbano si
manifestò con forza. La Rivoluzione e la Prima Guerra Mondiale avevano definitivamente cambiato la composizione sociale. Le donne erano chiamate alla produzione. Il femminismo provocato da fattori esterni
spronò le moscovite a esigere una nuova moda, nuovi svaghi e negozi dove poter comprare l’occorrente per una moderna abitante di una grande città.

Avevano bisogno di una casa “in coabitazione” dove la vita in comune permettesse di affrontare i crescenti ritmi lavorativi. A chi non era pronto a cambiamenti così radicali gli architetti proposero in alternativa le case di transizione, dove l’ambiente familiare non scompariva del tutto. Un edificio di questo genere, la
Casa del Narkomfin (Narodnyj Kommisariat Finansov Commissariato del popolo delle finanze, ndr), costruito da Ginzburg in collaborazione con Ignatij Milinis, si trova ancora oggi sul Novinskij Bulvar ed è accessibile per scopi di studio culturale.

La casa fa già parte della lista dei monumenti della cultura mondiale che rischiano di scomparire e necessitano di un massiccio restauro. Ha la forma di un parallelepipedo di sei piani lungo 85 metri e alto 17 metri, pensato per ospitare 200 persone, per le quali era stata progettata quasi una decina di tipologie abitative, tra cui uno studio su due piani con i soffitti alti 4,6 metri. Gli inquilini accedevano agli appartamenti da ampi corridoi di circa 4 metri illuminati da una fila di finestre.

Agli architetti dell’inizio del Novecento si presentava un compito difficilissimo: attenuare i contrasti sociali, fornire lo spazio necessario a operai e padroni che si erano definitivamente scambiati di ruolo, rispondere alle esigenze dei nuovi uomini d’affari, di includere in modo armonioso le macchine nel loro stile di vita. Gli
architetti si tuffarono alla ricerca di nuove forme, appassionandosi alle figure geometriche e all’idea di laconismo. Rifiutarono “l’arte per l’arte”, tastando però al contempo il terreno per un nuovo concetto di design come mezzo per rendere qualsiasi oggetto il più utile e accattivante possibile.

Oltre alle abitazioni dei lavoratori a Mosca emerse con urgenza la richiesta di Palazzi del lavoro, fabbriche-cucine, spaziosi garage e molto altro. Gli architetti del tempo seguirono la regola dell’eliminazione del superfluo a favore dell’utilizzo razionale di ogni elemento costitutivo dell’edificio. Grandi esperimenti furono fatti nella stessa direzione anche sul tema delle finestre, di cui si conserva traccia a Mosca. Ora, però, la vera sfida è preservare questi manufatti in buona parte rovinati dal tempo e reperire i fondi necessari perché non si ceda alla tentazione di abbatterli per una ragione di costi.

L'articolo è stato pubblicato sul numero cartaceo di "Russia Oggi" del 18 ottobre 2012

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