La nuova strada delle adozioni

Nel 2011 sono stati 781 i minori russi adottati in Italia (Foto: Gettyimages/Fotobank)

Nel 2011 sono stati 781 i minori russi adottati in Italia (Foto: Gettyimages/Fotobank)

A quattro anni dalla sottoscrizione dell'accordo bilaterale italo-russo, ecco cos'è cambiato nel tortuoso iter adottivo. Il racconto di chi ha portato a termine questa sfida e confessa: "Ora mi sento un po' russa anch'io"

Sono trascorsi quattro anni da quando è stato sottoscritto l’accordo bilaterale tra la Federazione Russa e l’Italia in materia di adozioni internazionali. Un documento di dodici pagine che, attraverso 19 articoli, cerca di snellire un iter che può durare diversi anni, e costare alle coppie italiane svariate migliaia di euro.

In un Paese che solo nel 2011 ha adottato 781 bambini russi (quasi 6mila nel periodo compreso tra il 2000 e il 2006, mentre in totale sono circa 140mila quelli che restano negli orfanotrofi in attesa di una famiglia), la necessità di facilitare il percorso di adozione si è fatta sempre più pressante. Tanto da portare alla sottoscrizione di un documento, firmato a Mosca dopo tre anni di trattative il 6 novembre 2008 ed entrato  in vigore l’anno successivo.

Un testo che oggi fa scuola, studiato con interesse anche da altri Paesi, a cominciare dalla Spagna. Una cura dimagrante che assegna all’Italia e alla Russia un primato di efficienza su questo fronte. Tracciato il sentiero per una migliore collaborazione, è però necessario intervenire laddove la burocrazia non si dimostra uno strumento a tutela del minore, ma una trave posta di traverso tra le ruote dei coniugi adottanti.

Il commento

Egles Bozzo, presidente dell'ente autorizzato Sos Bambino:

“Sono state gettate le basi per una collaborazione più proficua, e questo è sicuramente il primo elemento positivo dell’accordo. Ci sarebbero alcuni punti da definire e correggere, per migliorare un documento che ha tutte le carte in regola per fare da modello anche ad altri Paesi. All’interno di questo accordo quadro sarebbe quindi necessario lavorare nelle singole fasi del procedimento adottivo, per apportare effettivamente quelle migliorie che potrebbero, nel concreto, snellire l’iter e ridurne le difficoltà”

 

Silvia (nome di fantasia), un’affermata professionista del Nord Est, ci ha messo due anni e mezzo prima di portare a termine, insieme al marito, la sua personale sfida con l’adozione internazionale. Una partita che si gioca sul campo della burocrazia e dell’emozione, in equilibrio spesso instabile fra ansie, timori e nodi amministrativi difficili da sciogliere.

A fare luce sul tortuoso cammino di Silvia e suo marito, conclusosi a Natale 2010 con l’arrivo di loro figlio dalla Russia, il nuovo accordo bilaterale tra la Federazione Russa e l’Italia. "Il nostro è stato un iter adottivo relativamente breve, segnato dalla firma del documento tra i due Paesi”. Così, dopo innumerevoli code agli sportelli, esami nelle cliniche mediche e alcuni viaggi nella Federazione, Silvia ha vinto la sua battaglia. E confessa: “Da quando è arrivato mio figlio, mi sento un po’ russa anch’io”.

Infografica: Gaia R usso

La sua è una storia come tante, che si perde tra i fascicoli degli innumerevoli processi di adozione portati a termine in Italia. “È necessario essere molto informati per trovare la strada più breve da percorrere”, racconta. Due anni e mezzo di attese, colloqui e test, ma anche di emozioni e speranze, fino a quel mini corso di russo per imparare a dire "privet". “Ci vuole intraprendenza – confessa -. Come per tutte le cose importanti della vita, è necessario lottare, e non scoraggiarsi". Con l'accordo bilaterale si è cercato quindi di snellire l'iter, che in Italia viene gestito dagli enti autorizzati dalla Commissione per le Adozioni Internazionali.

Infografica: Gaia Russo

"Qualche vantaggio, c'è stato - prosegue -. Ad esempio, al posto di diversi incontri, brevi e spezzati in Russia, c’è un viaggio unico più lungo”. La donna ricorda il primo incontro con il bambino: "Siamo atterrati in Russia in mezzo a una bufera di neve. E nostro figlio, che all'epoca aveva un anno e otto mesi, era stato preparato dagli operatori russi ad attendere l'arrivo di mamma e papà". Dopo tre viaggi nella Federazione e numerosi incontri con gli operatori, finalmente l'atteso arrivo del bambino in Italia. Era il periodo di Natale, e lungo le strade si respirava il profumo delle caldarroste.

 

"Il bambino è entrato in casa nostra con occhi curiosi, esplorando l'ambiente circostante così come fanno tutti i bambini quando si ritrovano in una situazione. È stato comunque un momento molto naturale". Non sono mancati, infine, premurosi accorgimenti: “Abbiamo cercato di riprodurre, per quanto possibile, la stanzetta dove dormiva lui in Russia. E abbiamo evitato di andare in vacanza per qualche tempo, permettendo così a nostro figlio di abituarsi in maniera graduale al cambiamento che lo ha portato a far parte della nostra vita”. 

 

L'intervista è stata pubblicata sul numero cartaceo di "Russia Oggi" del 18 ottobre 2012

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