Irrefrenabili DDT

Yuri Shevchuk in una performance dal vivo (Foto: Itar-Tass)

Yuri Shevchuk in una performance dal vivo (Foto: Itar-Tass)

Post di storia della musica russa, dall’Urss a oggi

Maggio 1983, Mosca, lo stadio Luzhniki. Migliaia di ragazzi stanno assistendo a “Rock For Peace” uno dei primi festival rock che animano la capitale dell’Unione Sovietica. L’aria è febbrile, l’entusiasmo alto. E i gruppi continuano ad alternarsi sul palco.

Apparentemente, tra loro non c’è nessuna differenza. Invece c’è una linea di frattura che li separa, li divide in due opposti schieramenti. Da un lato le “band ufficiali”, quelle che vivono di controlli delle autorità, di testi e comportamenti pubblici continuamente sotto osservazione. Dall’altro, chi resiste alla censura, chi si ostina a procedere autonomamente. I DDT appartengono alla seconda tipologia. Non ci stanno. E vengono oscurati: la televisione di Stato non manda in onda la loro performance.

Ma l’oscuramento serve a poco. Perché la band di Yuri Shevchuk è ormai sulla bocca di tutti. E non serviranno pressioni dal Kgb e un forzato esilio nei meandri dell’underground moscovita. I DDT continueranno, senza compromessi. Traducendo in canzoni le contraddizioni del regime sovietico. Mettendo in note il combinato disposto tra assenza di progresso e mancanza di libertà che stritola i giovani del Paese. Continuano a pubblicare canzoni. Li incidono su semplici cassette che passano di mano in mano, nastri magnetici, materiali resistenti alla cappa di conformismo che cala, giorno dopo giorno, sul Paese.

Compromise, Periphery, Time. Album in cui Yuri Shevchuk si fa testimone di una generazione. Una generazione che vive quasi in una schizofrenia imposta dallo Stato. Una collisione tra la patina creata dalla propaganda e la vita, spietata, delle province. Esistenze senza speranza, dove “si vive storditi”, scrive Shevchuk, dove “si impazzisce a causa della noia”, dove però “va tutto bene, come riferisce il Centro”. Parole che non passano inosservate.

Shevchuk viene convocato dal Kgb e riceve una nota di biasimo. Le registrazioni della band vengono fermate e   la stampa afferma che Shevchuk sia addirittura una “spia del Vaticano". Ma la band non si ferma. I DDT si spostano a Sverdlovsk e ritornano a Mosca solo per esibirsi in concerti segreti.

Poi Leningrado. 1986. È qui che Shevchuk si rifugia insieme alla giovane moglie, Elmira. Vivono in un piccolo monolocale nel centro della città. Yuri fa il bidello, lo spazzino, il fuochista. Ma non abbandona la sua chitarra. Continua a scrivere canzoni. I DDT sono ormai un lontano ricordo ma Shevchuk cerca in ogni modo di riformare il gruppo.

Inizia a prendere contatti con i musicisti della città. E quando i primi effetti della Glasnost iniziano a penetrare nella società sovietica, la storia dei DDT può ripartire. Giugno 1987, il Leningrad Rock Fest. È un nuovo trampolino di lancio che lo porterà, l’anno successivo, in tour negli Stati Uniti, dove i DDT ottengono anche un passaggio su Mtv.

Il collasso dell’Unione Sovietica coincide con un altro collasso, personale, intimo. Elmira si ammala di cancro. E le cure costano troppo. Muore nel 1992. Yuri si affida completamente alla musica. Non smette di scrivere canzoni. Nel 1992  pubblica La primavera dell’attrice: crea la copertina mettendo insieme alcuni disegni della moglie.

Poi la Cecenia. È il 1995 e Shevchuk parte. Non come soldato, ma semplicemente come musicista. Inizia a suonare nei campi e al suo ritorno paga le spese mediche a numerosi militari feriti nel conflitto. Nel 1999 il canovaccio si ripete: Shevchuk è in Yugoslavia. E quando nel 2007 riceve il premio Triumph per i suoi successi nella letteratura e della musica, dona tutti i soldi ai veterani della Cecenia.

Musica e attivismo politico. Gli assi cartesiani della vita di Shevchuk non si inclinano mai. C’è sempre. In prima linea. Nel 2007 partecipa alla Dissident March di San Pietroburgo. Di recente è tra i protagonisti del festival Free Pussy Riot. Dal palco le sue parole arrivano, ancora, diritte al cuore della questione: “Nella nostra carriera abbiamo partecipato a tanti festival contro la repressione. E purtroppo, sembra che nulla sia cambiato”.

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