L'industria pesante di Chelyabinsk

Viaggio nella metropoli degli Urali dove trattori e carri armati hanno fatto la fortuna della popolazione, meno dell'ambiente


Ciminiere, capannoni, ampie strade e poi di colpo, appena finisce la città, ecco il vuoto. Una vasta spianata, con sporadiche macchie di foresta e qualche specchio d’acqua. Così fino agli Urali, ultima barriera prima della vasta pianura siberiana. Chelyabinsk, capoluogo dell’omonimo oblast, è uno dei grandi centri industriali degli Urali.

Negli anni ’30, con i piani di sviluppo sovietici, la città, all’epoca di dimensioni limitate, conobbe una forte crescita. S’allargò ulteriormente durante la guerra, quando il Cremlino, a causa dell’aggressione nazista, spostò negli Urali apparato produttivo e maestranze. Dopo il 1945 furono creati nuovi stabilimenti e affluirono altri lavoratori. È così che Chelyabinsk, da città, divenne metropoli. Oggi ha 1,3 milioni di abitanti.

Tra gli stabilimenti che contano figurano quelli di Metran e della Makfa. Il primo, rilevato dagli americani di Emerson, realizza misuratori energetici. Il secondo, fondato dal governatore dell’oblast Mikhail Jurevic, è primatista nazionale della produzione di pasta e farina.

Ma è senz’altro la ChTZ, immensa fucina di trattori, la fabbrica più importante in termini produttivi e storici. Costruita negli anni ’30, fu riconvertita nel 1941 alle esigenze belliche e iniziò a sfornare decine di migliaia di carri armati, facendo guadagnare a Chelyabinsk l’appellativo di Tankograd. Celebre il modello T-34, che gli storici militari considerano decisivo nella capitolazione del Terzo Reich. Alcuni esemplari sono esposti nel Parco della Vittoria, vero e proprio museo all’aria aperta dove la domenica mattina i bambini giocano a fare i soldati.   

Il contributo alla cosiddetta guerra patriottica è uno dei due pilastri dell’orgoglio cittadino. L’altro è l’hockey, con la squadra locale che "sta tornando a esprimersi a livelli alti, dopo qualche stagione pallida", spiega Rashid, autista. Il nome della compagine? Traktor Chelyabinsk. Quasi inevitabile.

Trattori, carri armati e atomi. Sul finire degli anni ’40 fu costruito il complesso nucleare di Mayak, fuori città. Nel ‘57 si verificò un tragico incidente, che sprigionò una quantità di radiazioni superiore addirittura a quella di Chernobyl. Mayak e le fabbriche, con le loro scorie tossiche, maltrattano da decenni l’ambiente. "Il nostro è uno degli ecosistemi più contaminati della Russia", confessa Timofei, studente universitario. L’acqua della doccia dell’albergo, melmosa e rossastra, rammenta che sul fronte ecologico c’è qualche problema. 

Chelyabinsk, comunque, non è solo di industria pesante e inquinamento. La storia dei suoi ultimi vent’anni, virtuosa, racconta di come la vecchia Tankograd abbia vinto la più difficile delle sfide: aprirsi al mondo. Al tempo dell’Urss era infatti una di quelle città chiuse, a trazione industriale-militare, interdette agli stranieri. Dopo il ’91, con gli investimenti dall’estero e l’arrivo dei primi forestieri in città, la gente si è lentamente abituata a costruire una relazione con il mondo.

I costumi sono cambiati radicalmente, specie dopo la crisi del 1998, seguita da consolidamento economico. Accanto alle fabbriche e alle immagini tipiche della Russia profonda, sono sorti i centri commerciali, sono stati aperti ristoranti che offrono piatti internazionali (particolarmente gettonate le pizzerie) e sono arrivate banche, moda, multisale cinematografiche, rotte aeree e supermercati con prodotti di qualità.

Certo, non tutti possono permettersi queste cose. Molti faticano ancora a sbarcare il lunario. "Questo modello di sviluppo potrà non piacere e le disparità sociali sono forti. Però bisogna considerare il punto da cui siamo partiti. Vent’anni fa non avevamo niente, eravamo distanti dal mondo", afferma Timofei. Intanto le ciminiere vomitano nell’aria giganteschi nuvoloni bianchi. Il vento gelido che spazza Chelyabinsk li spinge verso gli Urali.

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