Denis Matsuev, una vita in musica

Foto: Ufficio Stampa

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Il noto pianista russo si esibirà a Roma il 23 dicembre 2011 con l’Orchestra di Santa Cecilia proponendo il suo repertorio di Rachmaninoff. Intanto, parla di sé, dei suoi trascorsi da bambino prodigio e del futuro dei giovani talenti

Grande attesa a Roma per il tradizionale concerto di Natale dell’Accademia di Santa Cecilia all’Auditorium Parco della Musica: al “Gala Rachmaninoff”, il 23 dicembre 2011, si esibirà come pianista solista il russo Denis Matsuev, accompagnato dall’Orchestra dell’Accademia diretta per la prima volta dal giovane Daniele Rustioni.

Aspettando il grande evento, Russia Oggi ha incontrato il musicista di origini siberiane. Denis Matsuev  ci aspetta in un pub inglese del centro di Mosca. Seduto su una panca di legno di quercia e con indosso degli abiti sportivi, sembra possedere lo stesso carisma di quando si esibisce al piano, in frac. Ama controllare l’ambiente che lo circonda e domanda alla cameriera di “abbassare cortesemente la musica di questo altoparlante, in modo che non interferisca con il registratore”.

Mi racconta della sua prossima tournée: “Arrivare sul palco è come una grande festa”. Il pianista, che ha trentacinque anni, tiene ogni anno centosessanta concerti. Quanto ai dischi che ha inciso, ne ha perso il conto: sono diciotto, o forse diciannove.

Matsuev è stato definito dai critici un “virtuoso, nella più grande tradizione russa” (The Gramophone), “il nuovo Horowitz” (The Times) e persino “un orso sul palco” (la Scena Musicale). Un’immagine, questa, che non sembra dispiacergli affatto.

Il suo trionfo globale ha avuto inizio trentatré anni fa, nella città di Irkutsk, in Siberia. Denis, che all’epoca aveva tre anni, un giorno si avvicinò per la prima volta a un pianoforte, e sforzandosi di raggiungere i tasti senza nemmeno riuscire a scorgerli vi riprodusse con un dito solo una melodia che aveva appena udito sul televisore, nel programma delle previsioni meteo.

“In famiglia si respirava un’atmosfera assolutamente musicale”, ricorda. “Mia madre insegnava all’istituto pedagogico e alla scuola di musica. Mio padre era un pianista e un compositore; dirigeva il dipartimento di musica del teatro drammatico e lavorava in una scuola di musica. Ascoltavamo musica di continuo, sia sui dischi che dal vivo; i miei genitori suonavano e tenevano concerti a casa”.

Matsuev è orgoglioso di essere riuscito ad abbattere tutti i pregiudizi che circondano i bambini prodigio. “È vero, possiedo un orecchio incredibile per la musica: sono capace di riprodurre qualsiasi motivo in un secondo e posso imparare una suonata in pochi giorni. Ma non mi sono mai esercitato per dieci ore di seguito. Sono stato un ragazzo assolutamente normale: giocavo a hockey e a calcio”, spiega.

Fu proprio il calcio a rischiare di compromettere la sua carriera di musicista. Nell’aprile del 1991 in città arrivò una delegazione della fondazione Nomi Nuovi, in cerca di giovani talenti. Matsuev, che all’epoca frequentava la scuola di musica di Irkustk, non aveva alcuna fretta di partecipare a delle audizioni. Aveva quattordici anni, e si stava allenando duramente nella speranza di entrare a far parte della squadra locale di calcio giovanile. “In quell’occasione ci fu una sfuriata con i miei genitori”, ricorda oggi ridendo. “Volevano che mi presentassi con un preludio di Rachmaninoff. Dicevano che al calcio avrei potuto interessarmi in un secondo tempo. E alla fine mi persuasero”.

“Arrivai all’audizione ancora accaldato dall’allenamento”, prosegue. “Dopo che ebbi suonato, i rappresentanti di Nomi Nuovi mi invitarono a Mosca, ma io per qualche motivo non li presi sul serio. Li ringrazia, e tornai a dare calci al pallone”.

Sei mesi più tardi però, Matsuev giunse a Mosca su invito della fondazione, che voleva prendesse parte alle riprese di un programma dedicato ai giovani di talento, e intitolato Stella del mattino. In quella stessa occasione, Matsuev riuscì a superare un’audizione presso la scuola centrale di musica. E una settimana più tardi, fu messo di fronte a una scelta difficile.

“Irkutsk non offriva assolutamente nessuna prospettiva per un musicista. Mosca invece rappresentava l’unica opportunità, non solo per farsi conoscere, ma anche per potersi esibire in concerto. Trasferirmi nella capitale però fu drammatico. Era l’autunno del 1991, un anno terribilmente umido e ventoso; c’era da poco stato il colpo di stato di agosto: l’Unione Sovietica si stava disintegrando di fronte ai nostri occhi. I negozi erano vuoti, si respirava un’atmosfera di assoluta incertezza e paura. All’improvviso mi fu chiesto di lasciare la mia città, dove tutto mi era familiare, dove avevo i miei amici, la scuola, le ragazze. Non riuscivo a capacitarmene”.

I genitori, conoscendo la passione di Denis per il calcio, gli dissero che una volta stabilitosi a Mosca il giovane avrebbe potuto assistere alle partite dello Spartak, la sua squadra del cuore. “Quando me lo dissero, tutto cambiò”. A chi gli domanda quale sia il segreto del suo successo, Matsuev risponde prontamente che l’80 per cento del merito va ai suoi genitori. “Lasciarono tutto ciò che avevano per trasferirsi a Mosca, in un appartamento di una stanza, in affitto. Lavavano, cucinavano e suonavano il piano insieme a me. Naturalmente non c’era alcuna garanzia che sarei riuscito ad affermarmi. Ero venuto a Mosca semplicemente per studiare alla scuola di musica. Fu davvero una scelta eroica. Mia nonna vendette di nascosto il suo appartamento di Irkutsk e mi consegnò diciottomila dollari “per sistemarvi”, mi disse. Fu con quel denaro che affittammo l’appartamento a Mosca”.

La prima cosa che Matsuev fece appena arrivato in città fu di andare a vedere la sua squadra del cuore. Per qualche tempo non si perse nemmeno una partita, a meno che non fosse fuori città. “Quando lo Spartak vinse il suo primo scudetto, nel 1992, una folla di tifosi scavalcò le barriere della polizia e invase il campo per festeggiare i giocatori. Io mi scapicollai giù per le gradinate per unirmi a loro, e riuscii a toccare i pali della porta. Fu un attimo di pura felicità”.

Ma non fu certo quella la sua unica, grande emozione di quel periodo. Matsuev iniziò a esibirsi sempre più spesso fuori città, insieme ai suoi talentuosi colleghi della fondazione Nomi Nuovi. Tenne concerti al quartier generale della Nato, a Buckingham Palace, alle Nazioni Unite e a Carnegie Hall. Il gruppo suonò per la regina d’Inghilterra e per il Papa. “Fu in allora che compresi che la musica avrebbe potuto diventare uno sbocco professionale”, spiega.

Tuttavia, fu solo dopo aver trionfato al concorso internazionale Tchaikovsky, nel 1998, che Matsuev si convinse a intraprendere la carriera di musicista. Anche il leggendario compositore britannico Andrew Lloyd Webber, che Matsuev aveva già incontrato qualche anno prima, volle congratularsi con il giovane vincitore. “Mi inviò un fax per dire: Non avevo dubbi”.

Dal 2008 Matsuev è presidente della Fondazione Nomi Nuovi: la stessa che gli ha aperto le porte del successo. Oggi tocca a lui aiutare i giovani talenti. Il futuro della musica classica sembra preoccuparlo: “Per un giovane di talento, le possibilità di farsi conoscere sono praticamente pari a zero. Agli agenti conviene di più scritturare qualche artista già famoso, scegliere un repertorio molto conosciuto, organizzare eventi, raccogliere il denaro e tornarsene a casa. Sono davvero pochissime le persone disposte a investire nei giovani a scatola chiusa”.

Matsuev aiuta questi giovani musicisti a farsi strada. Nel 2005 ha organizzato il Festival Crescendo, a cui ha invitato alcuni studenti di talento. “All’epoca, erano in molti ad affermare che la scuola russa [di musica] fosse praticamente morta. Noi però abbiamo dimostrato che si sbagliavano”.

Qualche anno fa, dopo un concerto tenuto a Parigi, il bisnipote di Sergei Rachmaninoff, Alexander, si è presentato nel suo camerino per proporgli di interpretare alcune opere sconosciute del grande compositore. Brani che Rachmaninoff aveva scritto quando ancora studiava al conservatorio di Mosca, e che successivamente inviò a Tchaikovsky. Questi li consegnò alla sua segretaria, che li perse.

“Li ho incisi suonando sul pianoforte appartenuto allo stesso Rachmaninoff, nella casa che il musicista possedeva in Francia. Quell’album ha avuto un grande successo, ed è così che è iniziata la nostra collaborazione con la Fondazione Rachmaninoff... Per il 2012 abbiamo in programma in evento con la Philadelphia Orchestra, con la quale Rachmaninoff incise la maggior parte delle sue raccolte”.

Domandiano a Matsuev se per caso gli rimane ancora qualche sogno da esaudire. La risposta non si fa attendere: “Sì: vorrei che questa follia possa non finire mai”.

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