La guerriglia urbana di Prilepin

L’ultimo romanzo dello scrittore russo, “San’kja”, edito in Italia da Voland, riporta all'insoddisfazione che pervade il mondo giovanile di oggi. Un'insoddisfazione che può esplodere in rabbia di piazza

Manganelli, fumogeni, volanti, striscioni e giovani con i volti coperti: è con questa immagine da guerriglia urbana che si apre “San’kja”, l’ultimo romanzo dello scrittore russo Zachar Prilepin; la guerriglia della scena iniziale è in realtà una manifestazione organizzata da un gruppo di giovani che si oppongono al sistema borghese tramite l’adesione al partito rosso-bruno, un movimento che mischia nazionalismo, patriottismo, bolscevismo e che si nutre soprattutto dell’insoddisfazione di questi giovani.

Tra i manifestanti c’è Sascha “San’kja” Tišin, un ragazzo arrabbiato con il mondo, figlio di un’infermiera di notte e di un padre morto a causa dell’alcolismo: Sascha urlava assieme agli altri e i suoi occhi si riempivano di quel vuoto necessario al grido che in ogni epoca ha sempre preceduto l’attacco. Erano settecento persone, e urlavano la parola “Rivoluzione”.

Un altro spaccato sociale “scomodo” quello raccontato da Prilepin: dopo la guerra in Cecenia di “Patologie”, tra l’altro vissuta in prima persona nelle file dei corpi speciali russi, lo scrittore ci descrive a cosa può portare l’insoddisfazione nei confronti di un potere politico. Anche in questo caso può parlare per esperienza personale: membro del movimento di opposizione Drugaja Rossija, l’Altra Russia, Prilepin sa perfettamente cosa vuol dire essere un dissidente e ricorrere ad ogni mezzo per scuotere una società borghese sempre più intorpidita, proprio come il protagonista del romanzo.

Per San’kja esiste un’unica verità: le cose non vanno come dovrebbero e per cambiarle bisogna muoversi, punto e basta. San’kja e i suoi compagni non hanno bisogno di chiacchiere e di retorica, non cercano l’assenso da parte di nessuno, per loro esiste solo un’idea di Patria che, utopistica o meno, bisogna ritrovare. Ed ecco che San’kja assomiglia sempre più a Prilepin, i due si fondono fino a diventare l’uno l’alter ego dell’altro: “La Russia si nutre delle anime dei suoi figli, è di questo che vive. Non vive dei retti, ma dei dannati. Io sono un suo figlio, seppur dannato...”, dice proprio San’kja alla fine del romanzo. 

Come nei precedenti romanzi, anche in “San’kja” Prilepin usa una lingua informale e popolare, uno stile incisivo senza fronzoli, con un ritmo veloce che serve a rendere più efficace la prosa ruvida e immediata, senza buonismi, ma assolutamente efficace. 

TITOLO: San'kja

AUTORE: Zachar Prilepin

EDITORE: Voland

PAGINE: 383

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