Quel Leone di Sokurov

Il premio della 68esima Mostra del Cinema di Venezia, assegnato al film del regista russo “Faust”, fa riflettere, perché mette in evidenza l'abisso che separa il pubblico comune da quello degli esperti del settore

Il fatto che il “Faust” di Aleksandr Sokurov, ultimo film della tetralogia realizzata dal regista russo sul potere e sulla natura del male (di cui fanno parte “Moloch”, “Taurus”, “Il sole”, ed ora appunto “Faust”) meriti il Leone d'oro di Venezia non ci sono dubbi. Il film di Sokurov è complesso, profondo, inquietante, agisce in modo quasi magico sullo spettatore: lo respinge, lo turba, lo tormenta e infine lo premia.

“Faust”, che per tutta la sua durata sembra voler affermare che l'anima non esiste, alla fine è tormentato dall'anima, ne distrugge l'equilibrio, la riempie di una sensazione di catastrofe imminente: le anime al giorno d'oggi costano pochissimo, si fa anche fatica a trovare degli acquirenti e, forse, sarebbe stato meglio non venderla? Il presidente della giuria veneziana Darren Aronofsky, prima di consegnare il Leone d'oro a Sokurov ha detto che “Faust” è uno di quei film che cambiano per sempre lo spettatore. Forse è proprio così: o perlomeno, più passa il tempo dalla proiezione di “Faust”, più le immagini si imprimono a fondo nella memoria: il riflesso di Margarete sulla superficie liscia del lago, l'homunculus insanguinato, che prende fiato dalla bocca, il terribile nudo di Mefistofele…

Una questione diversa è invece il fatto che la decisione della giuria di premiare “Faust” ha messo molti in imbarazzo, evidenziando ancora una volta la principale debolezza delle premiazioni dei festival: a concorrere insieme sono film che in realtà non potrebbero neanche essere paragonati fra loro. Un film degno, anche se non grandioso, quello dello svedese Alfredson “Tinker, taylor, soldier, spy”, è rimasto, per forza di cose, senza premi, così come le “Idi di Marzo” di Clooney o il favorito della stampa “Carnage” di Polanski. Nonostante Tomas Alfredson padroneggi l'arte di raccontare una storia non meno di Sokurov, e di riflettere sull'eterno.

Al film “Shame” di Steve McQueen, forse il migliore del festival, è andata solo la Coppa Volpi per l'interpretazione maschile di Michael Fassbender, e il premio Fipresci. Ma “Shame”, nonostante il tema provocatorio, ha anche il pregio di essere stato realizzato da McQueen in modo tale che piacerà non solo agli specialisti di cinema, ma anche a qualcun'altro (metti anche un qualcuno che sia un minimo preparato e appassionato di cinema). Con “Faust” la situazione è completamente diversa. E’ un film senza compromessi, difficile, che dura molto più di due ore e inizia con la scena di un'autopsia. Quasi per tutti gli spettatori che non erano esperti di cinema, la proiezione è stata un tormento.

Certo questo non significa che la giuria doveva seguire i gusti del pubblico non professionista e neanche che il pubblico non professionista debba cercare di farsi piacere Sokurov. Significa solo che la distanza tra quelli che vanno al cinema e quelli che lo mandano avanti è sempre più grande. Quando qualcuno chiede: “Allora, com'è il “Faust”?”, la risposta che si sente più spesso è: “Magnifico, però magari a te non piacerà”. Comunque ormai non c'è più niente da fare: il cinema si sta dividendo in modo sempre più netto tra cinema “per professionisti” e “cinema per la gente”. Alle proiezioni dei festival applaudiranno sempre più film dallo humor nero come quelli di Friedkin e Polanski, mentre alla cerimonia di chiusura i premi verranno consegnati a quelli che trattano tematiche eterne. E' da ipocriti, certo, ma non ci si può fare niente.

L'autrice è caporedattrice dell'edizione russa della rivista Empire. Questa versione è tratta dall'articolo “Impareggiabile”, pubblicato sul quotidiano Vedomosti del 12.09.2011, N°170 (2936) 

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