Uno scrittore russo per le strade di Parigi

In libreria la prima traduzione italiana del romanzo Nočnye dorogi di Gajto Gazdanov, cantore della prima emigrazione russa.

Gajto GazdanovNella storia della letteratura russa c’è un gran numero di scrittori che il grande pubblico internazionale ancora non conosce bene. Tra questi vi è senza dubbio Gajto Gazdanov, uno dei migliori autori dell'emigrazione russa di inizio Novecento, spesso paragonato a Nabokov e oggi considerato un classico moderno al pari di Gogol', Bulgakov e dello stesso autore di “Lolita”. Di lui ora i lettori italiani possono apprezzare un nuovo romanzo. E' stata, infatti, pubblicata di recente la prima traduzione italiana di “Nočnye dorogi” (“Strade di notte”) edito da Zandonai, romanzo degli anni '40 in cui l'autore restituisce un affresco della vita dei russi emigrati a Parigi nei primi anni Trenta del Novecento.

Agli inizi del XX secolo la Ville Lumière accolse un gran numero di emigrati russi tanto da essere considerata la capitale politica e culturale della diaspora russa. Non si trattava solo di nomi illustri, ma anche di gente comune che cercava di ricrearsi una vita lontano da una Russia in cui non era più possibile vivere.  A Parigi i russi iniziarono a svolgere i lavori più disparati: alcuni aprirono negozi, ristoranti, librerie, altri furono assunti negli stabilimenti della Citroen, altri ancora iniziarono a fare tassisti; altri semplicemente non lavoravano nella speranza di poter far presto ritorno in patria, speranza, questa, che animava comunque tutti gli emigrati.

Gajto Gazdanov fu tra i tanti russi che dopo aver preso parte alla guerra civile russa dalla parte dell'Armata Bianca decise di lasciare la Russia per trasferirsi prima in Turchia, poi in Bulgaria e infine a Parigi. Nella capitale francese svolse svariati lavori: fu facchino, lavapiatti, studente della Sorbona, operaio della Citroen e tassista.  Proprio quest'ultimo mestiere è protagonista in “Strade di notte”, il romanzo autobiografico nel quale lo scrittore descrive la vita notturna di Parigi con tutto il suo ventaglio di personaggi russi e non.

La prefazione dello scrittore serbo Dragan Velikic introduce alla conoscenza di questo letterato  esule russo, definito un Nabokov senza Lolita,  che, come tanti suoi contemporanei visse in una terra straniera, in cui era impossibile dimenticare la lontana madrepatria che soffriva.

Le strade notturne di Parigi sono animate da ubriaconi, ex ministri decaduti, pazzi, filosofi, prostitute, ex cortigiane e abitanti notturni di ogni genere. Dal suo taxi Gazdanov osserva questo caleidoscopio di gente e restituisce l'affresco di una capitale francese bella, sfarzosa ed elegante, ma al tempo stesso tenebrosa e disincantata. Ogni notte lo scrittore si mette alla guida del suo taxi e percorre i silenziosi boulevard parigini mentre tutti dormono, eccetto le ballerine delle music-halls, i loro clienti, qualche pazzo filosofeggiante come l'amico Platone, i frequentatori dei bar di Montparnasse in cui si riunivano intellettuali, scrittori e letterati russi.

La Parigi descritta da Gazdanov è un mix di colori, odori, personaggi, contrasti sociali e culturali;  è un avvicendarsi di anime inquiete che cercano una strada, si pongono domande esistenziali (“Che scopo ha la nostra vita?”, arriva a chiedersi l'amico russo Fedorčenko), affrontano la triste realtà di una vita da emarginati. Prostitute, donne di mondo, ex ministri decaduti, ma anche folli, ubriaconi, uomini e donne di poco valore animano le notti (e a volte anche le giornate) di Gazdanov, che rimane dall'inizio alla fine l'osservatore a volte distaccato, a volte più coinvolto ed ironico di questa società russa all'estero, ma che ogni tanto si lascia anche andare raccontando qualcosa di sé.

Quello di Gazdanov è uno sguardo malinconico e nostalgico: il ricordo dei paesaggi russi, della sua musica, del suo clima ritornano sempre nei suoi pensieri: “Ogni tanto, ogni paio d'anni o più, su quello sfondo di pietra capitavano sere e notti piene del fascino inquieto di primavere ormai quasi dimenticate da che avevo lasciato la Russia, e alle quali corrispondeva una tristezza particolare, diafana (…) e in quei giorni e in quelle ore sentivo (…) che come tutti i miei simili faticavo a respirare l'aria di quell'Europa che non conosceva la purezza del gelo invernale, né gli odori e i suoni sterminati della primavera del Nord, e nemmeno le immense distese della mia patria”.

Come tanti suoi connazionali, Gazdanov si arrende alla triste evidenza di come tutto sia cambiato, ma stenta comunque a crederci e continua a sognare la Russia ormai troppo lontana.

Foto da www.hrono.ru

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