Alessandro Sperduti, dai Liceali a Mosca

Foto: Ruslan Sukhushin

Foto: Ruslan Sukhushin

A tu per tu con l’attore arrivato in Russia per presentare il suo “Meno male che ci sei”, dopo il successo con la fiction tv. “Qui, un’esperienza meravigliosa e formativa: tornerò”, promette.

In piazza ci sono pochi turisti, è sera, e la stella della torre fiammeggia nel cielo opaco di Mosca. Ho la mente e gli occhi pieni di luna e cupole, ma anche delle domande che, di lì a poco, farò ad Alessandro Sperduti. L’appuntamento con l’attore romano 23 anni, che tanto deve della sua precoce carriera alla serie tv dei Liceali, è di fronte all’abbagliante Gum, il centro commerciale in Piazza Rossa. Inizia da lì la nostra passeggiata per le strade e le emozioni di Mosca.

Sperduti è nella capitale moscovita ospite di Nice, New Italian Cinema Event. Il suo film Meno male che ci sei, in concorso al festival, ha riscosso molto successo, soprattutto tra le ragazze, che alla fine della proiezione, si sono avvicinate a lui per fargli i complimenti. È proprio il calore, la cordialità del popolo russo, della gente comune incontrata al cinema, per strada, sulle scale mobili della metro, ad illuminare il sorriso di Alessandro Sperduti, astro nascente del cinema italiano dallo sguardo magnetico e una passione per Amy Winehouse e i geni un po’ emarginati e incompresi. Una magica chiacchierata tra la storia e le tradizioni della città e dell’anima russa ha liberato il suo entusiasmo per una Mosca che sta scoprendo, ma che già lo riempie di così tante emozioni e riflessioni.

Meno male che ci sei, dove nel ruolo di Gabriele vive l’amore con Allegra (la giovane Chiara Martegiani), recitando anche con Claudia Gerini e Stefania Sandrelli, non è la solita commedia o uno stucchevole melodramma dell’amore adolescenziale. È una storia piena di emozioni laceranti e intense. Qual è stata la scena più difficile?


Direi la scena del litigio tra Gabriele e Allegra, una sorta di prova: interpretare il momento più critico di un rapporto è una sfida non solo in sé, ma anche perché si tratta di affrontarlo dal punto di vista di due ragazzi più giovani. Tra i 16 e i 24 anni cambia tantissimo. Il regista Luis Prieto ci teneva affinché ci fosse trasporto, intenzione e intensità in questa scena, che è stata anche quella del provino, e dunque il mio primo incontro “tortuoso” con questo film. Girarla è stato molto bello: c’era un’atmosfera particolare, tensione e incertezza ma anche voglia di trovare la via giusta.

Penso a un’altra scena, il pianto di Allegra, che a un certo punto non viene interrotto ma accompagnato dal dolce sms di Gabriele. Direbbero i russi: smekh skvoz’ sljozy, il riso attraverso le lacrime. È bello vedere che anche qui, come nella vita reale, questi due binari corrano parallelamente.


È così, molti spettatori hanno apprezzato del film proprio questa caratteristica, cosa che mi ha fatto tanto piacere. Nell’incontro col pubblico dopo la proiezione una ragazza diceva di essere stata colpita dal fatto che in questa storia ci sono molti temi importanti, che conosciamo e proviamo tutti, e soprattutto molta sofferenza. Così, anche soffrendo si trova la leggerezza per affrontare situazioni difficili.

Al cinema ci sembra tutto improvviso, unico e reale, (il film, tra l’altro, è tratto dal libro omonimo di Luisa Maria Ranieri). Eppure non c’è falsità, le emozioni che fluiscono sono vere.


Grazie, è un feedback molto importante per me sapere che arrivano delle emozioni attraverso cui ci si può riconoscere. Dopo tante prove si rischia di perdere la spontaneità e che diventi tutto meccanico. Io e Chiara abbiamo voluto lo sfogo vero, cercando di dare espressione reale ai sentimenti del momento. Le emozioni si possono anche costruire, ma partendo sempre da una verità di fondo.

La sua popolarità è arrivata soprattutto con le fiction. Come è iniziata la sua giovane ma ricca carriera?


La prima esperienza è stata una pubblicità, poi è arrivata la fiction in due puntate Il tesoro di Damasco. Avevo dieci anni ed è stato fantastico. L’abbiamo girata nel deserto in Tunisia, di cui ricordo ancora tutto. Ma recitare era più che altro un gioco, un’enorme avventura che dura due mesi. Crescendo, poi, cambia il punto di vista. Resta sempre l’elemento del gioco, ma negli anni mi sono reso conto che recitare è sempre più un lavoro, che fare l’attore è una scelta.

In un’intervista, parlando del destino di un suo personaggio, dice testualmente “Ho letto il copione e mi sono affezionato al ruolo”, e poi “Mi dispiace per il suo destino”. Come se i personaggi che interpreta fossero tue creature…


(Ride, ndr) È vero che non sono persone reali, ma leggendo il copione ti immedesimi nella storia, e poi sai che quel personaggio devi interpretarlo, inizi anche a trovarne i pregi e i difetti… Finché sono lettore riesco comunque a mantenere una certa distanza, viverlo sul set, poi, è un’altra cosa.

Come in una storia d’amore, a riprese terminate si deve “lasciare” il proprio ruolo. Forse è una domanda ingenua, ma fa male?


Non è una domanda ingenua, anzi. Quando finisce un film o una fiction, sento molto spesso come un magone. Penso alla fine dei Liceali. Abbiamo passato insieme quasi un anno e, quando all’improvviso finisce tutto, pensare che non ritornerai sul set con loro, che l’atmosfera di quei momenti non si ricreerà mai più è devastante. In realtà è una strana sensazione: c’è la soddisfazione per la compiutezza di un lavoro e allo stesso tempo il trauma del distacco.

Di solito si è inclementi con le versioni cinematografiche di un romanzo, ma vale davvero fare un paragone?


Sono due lingue diverse. Quando questo film è uscito nelle sale è stato detto che “il libro è più bello” anche se è abbastanza fedele al romanzo. Sono due modi diversi di fruire la stessa storia, dunque è difficile con qualsiasi film e con qualsiasi libro fare un paragone. Non si tratta di dare “di più”: un film può dare le stesse cose di un romanzo, ma in maniera diversa.

Che poi non si può “dire” ciò che riesce a dare una pausa, uno sguardo in primo piano…


Luis infatti tiene molto alle pause, ai tempi, all’intimità creata dalle pause. Si vede anche in come ha strutturato le scene. Quando Allegra e Gabriele confessano le loro debolezze e fanno l’amore per la prima volta, i silenzi e il movimento sinuoso e oscillante della macchina da presa da un personaggio all’altro, che si avvicina sempre di più, crea tutta l’intimità della relazione.

Meno male che ci siete stati... (Sorride, ndr). A volte le parole, gli incontri possono essere così abituali che li diamo per scontati…


È quello che dice la protagonista alla fine del film, il messaggio positivo che vuole mandare la storia delle due amiche e che spero sia arrivato. È vero, è una cosa semplice, ma ricordare le cose semplici, spesso lasciate da parte, è ammirevole: ricordare che è importante ricordarci delle persone, e del mondo che ci circonda.

Quindi si ricorderà di tornare a Mosca?


Certo. Spero di avere un film con cui ritornare ma voglio farlo a prescindere, perché è stata davvero un’esperienza meravigliosa per me, e molto formativa. Voglio ringraziare il pubblico di Mosca, per il calore e l’accoglienza che ho avuto, e allo stesso modo ci tengo a ringraziare anche il Nice per questa possibilità.

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