Russia, Italia e Wikileaks

Foto di Itar-Tass

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Agli Stati Uniti piace poco che Berlusconi ammiri Putin e che l’Eni sia un ottimo alleato di Gazprom. Ma anche gli ambasciatori sbagliano, come nel caso della Georgia.

I dispacci della diplomazia americana resi pubblici da Wikileaks stanno attirando l’attenzione dei media più del necessario. Fermandoci a quelli italiani, come quello dell’Ambasciatore Ronald Spogli in cui si ripercorrono le relazioni tra Russia e Italia (cablegate.wikileaks.org), non è che si trovino elementi nuovi o sconvolgenti. Quando Spogli scrive che “Berlusconi ammira in Putin lo stile macho, decisionista e autoritario del suo modo di governare” non racconta probabilmente qualcosa di inesatto, più che altro offre materiale per un dibattito interno italiano. Stesso dicasi per le preoccupazioni sull’avvicinamento energetico di Roma a Mosca tramite Eni e Gazprom. Preoccupazioni che a Washington avevano già a partire dagli anni Sessanta con la strategia neoatlantica di Mattei. E si sa come è andata a finire.

 

L’ambasciatore americano si spinge però oltre quando sempre riferendosi al premier italiano nota che “il suo desiderio più impellente è di rimanere nelle grazie di Putin e ha spesso dato voce a opinioni e dichiarazioni che gli erano state passate direttamente da Putin. Un esempio: nei giorni successivi alla crisi della Georgia, Berlusconi ha cominciato a dire che la Georgia era l'aggressore e che il governo della Georgia era responsabile per la morte di centinaia di civili nell'Ossezia del Sud”.

 

Ecco. Spogli sceglie proprio l’esempio sbagliato. Visto che nel caso della guerra in Georgia è stata proprio la commissione indipendente voluta da Berlino e Parigi e affidata alla diplomatica svizzera Heidi Tagliavini ad affermare che il conflitto è stato aperto dall’attacco georgiano ordinato dal presidente Mikhail Saakashvili sulla capitale dell’Ossezia del Sud Tskhinvali. Il Tagliavini Report è datato settembre 2009, seguente dunque alla missiva di Spogli, e dice chiaramente che se all’escalation hanno partecipato tutte le parti, l’inizio della guerra è da attribuire a Tbilisi. E questo non è certo un particolare di poco conto. Altro che Berlusconi megafono di Putin.


Open hostilities began with a large-scale Georgian military operation against the town of Tskhinvali and the surrounding areas, launched in the night of 7 to 8 August 2008. Operations started with a massive Georgian artillery attack. At the very outset of the operation the Commander of the Georgian contingent to the Joint Peacekeeping Forces (JPKF), Brigadier General Mamuka Kurashvili, stated that the operation was aimed at restoring the constitutional order in the territory of South Ossetia”( ceiig.ch).


Insomma, quando “Berlusconi ha cominciato a dire che la Georgia era l'aggressore e che il governo della Georgia era responsabile per la morte di centinaia di civili nell'Ossezia del Sud” non ha fatto altro che raccontare quello che era accaduto e che in realtà da Berlino e Parigi sapevano tutti. Il conflitto russo-georgiano è complesso e ancora irrisolto, nessuno è immune da colpe, ma che Saakashvili non sia un martire lo hanno capito ormai anche i sassi.


Quando infine l’ambasciatore Spogli dichiara che “la combinazione di simpatia, dipendenza dall'energia, mancanza di influenza istituzionale e la relazione personale tra Putin e Berlusconi forniscono alla Russia un alleato affidabile, disponibile a lavorare all'interno della Ue in favore della Russia” indica probabilmente una delle paure americane. E cioè che insieme alla Germania ci siano importanti stati dell’Unione Europea che pensino a Mosca come a un partner e non come a un competitor da contenere.

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