Ecco perché Khodorkovsky non può tornare in libertà

Il punto di vista dei russi sul processo all’ex magnate del petrolio viene messo a confronto con le reazioni dell’Occidente.

La pronuncia della sentenza per il secondo processo alla compagnia petrolifera Yukos e ai due suoi ex dirigenti, Platon Lebedev e Mikhail Khodorkovsky, è stata posticipata di 12 giorni rispetto al termine fissato inizialmente. Il giudice moscovita, Viktor Danilkin, ha iniziato a leggere il suo verdetto il 27 dicembre e ha finito più o meno alle 16 del 30 dicembre, appena due ore prima del ricevimento ufficiale di fine anno al Cremlino. Il giudice ha soddisfatto in pieno tutte le richieste dell’accusa: Khodorkovsky e Lebedev sono stati condannati a 13 anni e mezzo di reclusione. Dal momento che i due ex magnati russi stanno scontando la pena stabilita dal primo processo (entrambi dovevano uscire nel 2011 alla vigilia delle nuove elezioni presidenziali in Russia), grazie ai principi di addizione e compensazione della pena, ne risulta che i due non usciranno di prigione prima del 2017 (ancora una volta, alla vigilia delle successive elezioni presidenziali, visto che il mandato presidenziale in Russia è stato portato da 4 a 6 anni).

 

Il processo Khodorkovsky è diventato senza dubbio il più clamoroso della Russia post-sovietica e ha scatenato nella società russa reazioni estremamente contrastanti. La parte più liberale della società crede che sia un “processo politico” e afferma che, in tal modo, Vladimir Putin si stia vendicando di Khodorkovsky per la sfida che il magnate ora in cella, di fatto, lanciò al governo all’inizio del 2000: finanziava apertamente i partiti di opposizione che si trovavano al parlamento, nel tentativo di creare in Russia una “repubblica parlamentare” in cui, poi, lui stesso avrebbe avuto il ruolo di primo ministro.

Un’altra parte della società, pur avendo compassione di Khodorkovsky perché in carcere (componente essenziale della coscienza di massa russa è, infatti, un particolare sentimento di compassione verso le persone giudicate dallo Stato per delitti non violenti), ritiene tuttavia che sia stato processato giustamente. Innanzitutto, perché appartiene agli oligarchi più famosi e più ricchi del Paese, arrivati al potere e alla ricchezza negli anni ’90, con metodi non proprio nobili e violando anzi, spesso, la legislazione, seppur imperfetta, che esisteva in Russia in quell’epoca. Khodorkovsky è uno dei simboli di quella privatizzazione selvaggia che la società russa, di fatto, non è mai riuscita ad accettare, considerandola, ancora oggi, illegittima.

 

Durante il primo processo, Khodorkovsky e Lebedev sono stati condannati per avere evaso il fisco per una somma particolarmente elevata. Chi critica la seconda causa (iniziata già molto tempo fa, subito dopo l’emissione della prima sentenza) afferma che si tratta di un processo assurdo nella sostanza, dato che Khodorkovsky è stato accusato di aver “rubato” un’enorme quantità di petrolio utilizzando un complesso sistema di interrelazioni all’interno della struttura verticale integrata della Yukos e manipolando i prezzi di compravendita del petrolio presso sue ditte affiliate e sul mercato estero.

Inoltre, allo scopo di portare la Yukos a un livello internazionale (Khodorkovsky, a dispetto delle indicazioni del governo russo, avrebbe preso accordi per vendere parte delle azioni Yukos alle maggiori multinazionali del petrolio come Exxon e Chevron), i dirigenti della Yukos avrebbero tenuto una “doppia contabilità”: una, seguendo gli standard finanziari russi, e l’altra, seguendo i Gaap, i principi contabili generalmente accettati. I due sistemi non coincidevano in passato e non coincidono adesso e, inoltre, la contabilità internazionale in lingua inglese non viene riconosciuta dalla legislazione russa, particolare, questo, utilizzato come capo d’imputazione.

Per quanto riguarda, poi, i principi di determinazione dei prezzi o le particolarità di calcolo del cosiddetto “fluido di pozzo”, è stata riconosciuta una sapiente manipolazione che dava alla società enormi vantaggi nel calcolo delle imposte. Bisogna però, a questo punto, segnalare che praticamente tutte le compagnie petrolifere russe si avvalevano di tecniche simili, come di molti altri di quei sistemi per la minimizzazione del carico fiscale di cui è accusata la Yukos, ma gli appelli dei contestatori dell’“affare Yukos”, che chiedono di seguire il principio dell’uguaglianza davanti alla legge e di aprire delle inchieste anche contro le altre compagnie, non hanno trovato sostegno presso il sistema giudiziario russo.
 


C’è da dire, infine, che Khodorkovsky, anche dal carcere, non si è arreso alla propria condizione. I suoi interventi, sotto forma di articoli e interviste, continuano a essere pubblicati regolarmente sulla stampa russa. In una serie di articoli, l’ex oligarca ha riconosciuto l’ingiustizia di quella che l’opinione pubblica russa definisce “privatizzazione abusiva” e si è espresso a favore della via “social-democratica” per lo sviluppo del Paese. Un’altra parte delle sue pubblicazioni contiene invece dure critiche al potere russo, sia per la sua politica economica in generale che per il dilagare della corruzione.

Avvalendosi di questi interventi, la parte radicale dell’opposizione russa considera Khodorkovsky come uno dei propri leader non ufficiali. Cosa che sarebbe sbagliata, secondo il punto di vista della maggior parte della società russa: esistono infatti diversi sondaggi secondo i quali la stragrande maggioranza dei russi sarebbe favorevole al processo a Khodorkovsky. E in questo l’opinione pubblica russa si separa nettamente da quella occidentale, che critica duramente il secondo processo dell’affare Yukos, sia a livello dei maggiori vertici delle democrazie occidentali (il presidente degli Stati Uniti, il cancelliere tedesco ecc.), che a livello delle organizzazioni sociali.

Dato che, in campo internazionale, il processo Yukos viene percepito soprattutto come “mosso da motivazioni politiche” sta provocando alla Russia non pochi problemi nelle relazioni diplomatiche. Inoltre, l’amministrazione americana ha già minacciato “difficoltà” per l’ingresso della Russia nel Wto, mentre, negli ultimi mesi dell’anno, pareva che tutti i problemi fossero stati risolti e che le trattative decennali in proposito fossero ormai vicine alla conclusione. Una simile opposizione non favorisce sicuramente risoluzioni semplici e costruttive.

Le autorità russe, pur riconoscendo un atteggiamento parziale nei confronti di Khodorkovsky, non possono obiettivamente permettersi di riconoscere in lui un “detenuto politico” in senso stretto, argomentando la propria posizione col fatto che le sue ambizioni politiche (finché si trovava in libertà) e, in seguito, gli interventi critici rivolti al regime non costituiscono un motivo sufficiente per giudicarlo innocente in base alle leggi russe che a tutt’oggi regolano i rapporti, spesso complessi e contraddittori, tra il potere russo e gli imprenditori privati.

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