La Russia nella città eterna

Dall’Antico caffè greco in via dei Condotti all’Hotel de Russie, sono tanti i luoghi che testimoniano l’antica presenza di artisti, letterati, nobili ed esuli russi nella città eterna

Foto di Matteo Tacconi


Artisti, letterati, nobili, esuli, una schiera di russi, nella Roma dell’800 e della prima metà del ‘900. Alcuni arrivarono per caso. Molti altri giunsero per scelta. Roma fu per loro non solo luogo di passaggio. Fu vera dimora, patria adottiva, fonte d’ispirazione.

Roma nell’800 registra la presenza dello scrittore Ivan Turgenev e dei pittori Orest Kiprenskij e Karl Brjullov. Tutti e tre furono avventori fissi dell’Antico Caffè Greco di via Condotti, impreziosito da lampadari luccicanti e specchi opachi. Oggi appannaggio di turisti affascinati, il caffè era un posto di ritrovo abituale dell’intelligentsija russa e anche il romanziere Nikolaj Gogol’, che tra il 1838 e il 1842 prese alloggio nell’odierna via Sistina e qui portò a termine Le anime morte, come ricorda la targa di marmo che campeggia sulla facciata della palazzina, era solito frequentarlo.

Dell’antica presenza russa il caffè è uno dei pochi segni rimasti. Bisogna lavorare di fantasia, se si vuole rievocare l’epoca in cui intellettuali e principi russi soggiornarono nella capitale d’Italia. Armandosi d’immaginazione si deve pensare al centro di Roma all’inizio del ‘900, quando la presenza russa, complice l’allargamento della comunità, si “istituzionalizza” e spuntano nel cuore cittadino diverse taverne i cui nomi – la Capanna russa, il Circolo russo, la Rondinella russa e la Taverna russa – forniscono indizi evidenti sul tipo di clientela.

Viene inoltre fondata la Slovo, casa editrice e libreria, in piazza del Popolo, dove si ritrovano, stando a quanto riporta un’informativa che la questura di Roma indirizzò al ministero degli Interni nei primi anni ‘20, «i kerenskiani da tempo residenti» in città. Lì accanto, in via del Babuino, un’altra fetta – quella nobiliare – di esuli era solita incontrarsi all’Hotel de Russie, che ancora oggi esiste e fa sfoggio d’eleganza.

Sempre in zona, c’è un luogo caratteristico e affascinante, che i russi amavano molto: la terrazza del Pincio che sovrasta piazza del Popolo. Gli esponenti della colonia russa, arrampicandosi fin lì, amavano godersi il panorama che s’apriva sui tetti e sui palazzi della Città Eterna. Uno di loro, il grande regista teatrale Vsevolod Meyerhold, che visse nel 1925 in Italia, prese pure una multa al Pincio. Affascinato da uno splendido tramonto prese tra la braccia la moglie e la baciò. Cosa vietata, allora, in pubblico. Un agente li notò e staccò una multa di venti lire.

Il ‘900, oltre all’ampliamento numerico dei russi a Roma e alla nascita di diversi locali nell’area compresa tra via del Corso, piazza Navona e piazza del Popolo, segna anche la nascita di una chiesa. Elemento, questo, che completa e consacra il radicamento della comunità. Si trova in via Palestro, presso la stazione Termini. È una graziosa palazzina pastello, un tempo appartenuta alla principessa Cernyševa, che la donò proprio affinché divenisse luogo di culto. Fu consacrata nel 1932 e per quasi ottant’anni è stato l’unica parrocchia romana dei russi. Dall’anno scorso si serve messa anche nella nuovissima chiesa dedicata a Santa Caterina Martire, dipendente dal patriarcato di Mosca e situata sul piccolo promontorio dove sorge villa Abamelek, residenza del rappresentante diplomatico di Mosca in Italia. Da lassù, dietro la pareti bianche e le cupole azzurrognole di Santa Caterina, spunta la sagoma del Vaticano, unendo suggestivamente la Roma dei papi alla “terza Roma”.
Ultima tappa di questo viaggio nella memoria: il cimitero laico di Testaccio. Visita utile poiché, essendo risibili le tracce della presenza russa a Roma nel XIX e XX secolo, i numerosi sepolcri con iscrizioni cirilliche – tra cui quello di Brjullov – e le croci ortodosse presenti nel camposanto ricordano che in questi due secoli molti russi qui vennero, vissero e morirono.

Ultima tappa di questo viaggio nella memoria: il cimitero laico di Testaccio. Visita utile poiché, essendo risibili le tracce della presenza russa a Roma nel XIX e XX secolo, i numerosi sepolcri con iscrizioni cirilliche – tra cui quello di Brjullov – e le croci ortodosse presenti nel camposanto ricordano che in questi due secoli molti russi qui vennero, vissero e morirono.

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