Il Caucaso verso un nuovo status quo

Tskinvali, 23 luglio 2010. Una ragazzina passa davanti ai restidella torre di un carro armato distrutto durante il conflitto russo-georgiano nell'Ossezia del Sud. Foto di Vostock Photo

Tskinvali, 23 luglio 2010. Una ragazzina passa davanti ai restidella torre di un carro armato distrutto durante il conflitto russo-georgiano nell'Ossezia del Sud. Foto di Vostock Photo

A due anni di distanza dal conflitto russo-georgiano, i contrasti hanno superato i confini di Ossezia del Sud e Abkhazia.

Tskinvali, 23 luglio 2010. Una ragazzina passa davanti ai resti
della torre di un carro armato distrutto durante il conflitto russo-
georgiano nell'Ossezia del Sud. Foto di Vostock Photo

  Nell’agosto del 2008 l’ormai annosa disputa tra Georgia e Ossezia, degenerò in una guerra della durata di cinque giorni che coinvolse militarmente la stessa Russia. Tale confronto armato tra Georgia e Ossezia del Sud fu il terzo in 17 anni. Tuttavia, a giudicare dalle conseguenze, quest’ultima guerra differisce totalmente dalle due precedenti (1990-1992 e agosto 2004).


Fino al 2008 i conflitti etnico-politici dell’Eurasia non erano mai stati al centro dell’agenda globale. Negli Stati Uniti, così come in Europa, venivano definiti “congelati” se non addirittura “dimenticati”. La guerra di cinque giorni tra Georgia e Ossezia, la prima del genere dalla caduta dell’Unione Sovietica, ha trasformato improvvisamente l’ex area sovietica in una regione che desta particolare preoccupazione. Nel corso dei primi giorni di conflitto la situazione nell’Ossezia del Sud è stata discussa per ben tre volte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tale inquietudine nei confronti del Caucaso ha una facile spiegazione. Fu proprio nel Caucaso, dopo il crollo dell’impero sovietico nel dicembre 1991, che vennero per la prima volta stabiliti e riconosciuti internazionalmente i confini delle ex repubbliche sovietiche (quel processo noto anche come “nazionalismo Belovezhsky”). È nel Caucaso, quindi, che si è stabilito un precedente relativo alla revisione dei confini tra repubbliche una volta facenti parte dello stato sovietico. Il Caucaso è stata la prima regione in Eurasia con stati solo parzialmente riconosciuti: stati la cui indipendenza è ricusata dall’ONU e riconosciuta dalla Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Tali separazioni sono state effettuate de facto dall’Abkhazia nel settembre 1993, dalla Ossezia del Sud nel giugno 1992, dal Nagorno-Karabakh nel settembre 1991 e dalla Cecenia nel novembre 1991. Il processo del riconoscimento legale di questi progetti separatisti potrebbe andare avanti per anni e anni. L’Abkhazia o l’Ossezia del Sud, così come la Repubblica Turca di Cipro del Nord, potrebbero non ricevere più riconoscimenti ufficiali per decenni e ciò nonostante che un precedente mutamento relativo al riconoscimento dei confini delle ex repubbliche sovietiche sia stato stabilito. Il 26 agosto 2008 la Russia ha riconosciuto l’indipendenza di due ex autonomie georgiane. La scelta di Mosca è stata poi seguita, con varie sfumature e riserve, da due nazioni latino-americane (Nicaragua e Venezuela) e dal minuscolo stato oceanico di Nauru.

Così, il risultato principale dello scontro georgiano-osseto è stato la creazione di un nuovo status quo nel Grande Caucaso, anche se tale processo non può in ogni caso essere considerato completato. Quali sono le caratteristiche di questo nuovo ordine? Innanzitutto, nel periodo 2008-2010, l’agenda politica per l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud ha visto la realizzazione di cambiamenti significativi, compresa una serie di redistribuzione delle priorità tra questioni di politica interna ed estera. Per questi stati parzialmente riconosciuti la priorità assoluta non è più la lotta per l’indipendenza ma la qualità di tale indipendenza. Invece del fattore georgiano ora è quello russo a giocare un ruolo determinante. Per l’Abkhazia, ad esempio, ha assunto oggi una nuova importanza il problema della presenza russa nell’area per l’ambito economico e politico-militare. Tale questione definisce la linea di separazione tra le autorità dell’Abkhazia e l’opposizione. Per l’Ossezia del Sud invece il problema principale è l’organizzazione del controllo sulla distribuzione degli aiuti finanziari provenienti dalla Russia per ricostruire la repubblica. Inoltre il mese di agosto 2008 ha privato la Russia di una certa influenza sulla Georgia, ora più vicina agli Stati Uniti di quanto non fosse prima della guerra. L’avvento di una nuova amministrazione in America non ha facilitato le cose nell’area, come è stato chiaramente dimostrato dalla visita del Segretario di Stato Hillary Clinton lo scorso luglio a Tbilisi, durante la quale la Clinton ha descritto la strategia russa come “un’occupazione di terre georgiane.” Tuttavia tutto ciò ha finito per rinforzare il nuovo status quo. Gli Stati Uniti e la NATO non hanno risorse per annientare la Russia, e la Russia non ha la possibilità di penetrare più a fondo in Georgia.

Al di là delle relazioni russo-georgiane, il nuovo status quo interessa altri paesi dell’area, in primo luogo Armenia e Azerbaijan. L’agosto 2008 ha dimostrato che una dipendenza unilaterale dalle dinamiche relazioni russo-georgiana non può definire la prospettiva di Yerevan in politica estera. Il risultato è che ora c’è un maggiore interesse a normalizzare le relazioni tra armeni e turchi di quanto non ce ne sia stato dal 1993 sino ad oggi. Il dialogo armeno-turco è ormai divenuto un fattore determinante nella regolarizzazione della situazione del Nagorno-Karabakh. Una maggioranza assoluta di sostenitori della normalizzazione tra armeni e turchi insiste sulla necessità di tenere separato il processo di pace nel Nagorno-Karabakh dalla riconciliazione tra Yerevan e Ankara. In realtà, questi due processi sono già legati tra loro ed il risultato è che invece di godere finalmente di tanto attesi progressi, si osserva una decelerazione in entrambe le aree. Ciò è avvenuto perché l’automatica unione di problemi in due aree contese ha determinato la formazione di nuove sfide prima non considerate sostanziali. L’aumento della retorica militarista da parte di Baku, ad esempio, ha fatto sì che l’Azerbaijan facesse pressioni sulla Turchia perché non arrivasse a compromessi con Yerevan. Perfino l’Iran sta cercando di prendere parte alla definizione di un nuovo status quo nel Caucaso. Teheran è estremamente sensibile alla comparsa di nuovi soggetti nella regione ed è per questo che punta ad influenzare la risoluzione della disputa del Nagorno-Karabakh. Nell’aprile 2010, il ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha annunciato che Teheran aveva delineato una serie di proposte che potevano essere viste come un’alternativa ai “rinnovati principi di Madrid” (firmati dai presidenti di Stati Uniti, Russia e Francia). L’Iran non vede di buon occhio una risoluzione del conflitto nel Karabakh che coinvolga lo stanziamento nella regione di forze internazionali di pace (indipendentemente dalla loro provenienza).

Lo scontro russo-georgiano dell’agosto 2008 ha nuovamente confermato e aumentato il ruolo politico delle repubbliche nel Caucaso russo del nord. Nel corso di quel conflitto, il battaglione Vostok, un’unità regolare dell’esercito russo composta di soldati di etnia cecena, ha preso parte alle operazioni contro le forze georgiane in Ossezia del Sud. All’epoca, inoltre, rappresentanti di movimenti etnico-nazionalisti in Kabardino-Balkaria, Karachaevo-Circassia e Adygea erano pronti a inviare i proprio volontari nella regione. È normale, quindi, che la gente abbia ripensato alla guerra tra Georgia e Abkhazia del 1992-1993, in cui la vittoria dell’Abkhazia fu resa possibile in larga parte dalle truppe della Confederazione dei Popoli delle Montagne del Caucaso del Nord. In quell’occasione non ci fu una partecipazione incontrollata di volontari. Ciò nonostante, dopo il 2008 c’è stato una decisiva crescita del movimento nazionale circasso nel Caucaso russo del Nord. Gli abkhazi considerano i circassi russi come fratelli. I congressi speciali del popolo circasso nel 2008 e nel 2010 avevano all’ordine del giorno la richiesta di una repubblica separata circassa all’interno della Federazione Russa.

Oltre a questi significativi cambiamenti nel Caucaso, gli eventi dell’agosto 2008 e le loro conseguenze si estendono ben al di là dei confini dell’area. Ciò che è successo ha dimostrato l’ovvia impossibilità di arbitrati internazionali efficaci e, cosa più importante, legittimi. Piuttosto che mediare tra parti in conflitto, i paesi leader mondiali hanno preso posizione. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto l’“integrità territoriale della Georgia” chiudendo un occhio sui metodi brutali utilizzati per affrontare la questione. La Russia, invece ha mercanteggiato unilateralmente il suo ruolo di peacekeeper con quello di patrocinatore militar-politico di due ex autonomie georgiane. Allo stesso tempo, i “principali attori” non facevano riferimento al sistema legale internazionale quanto piuttosto al principio dell’unilateralismo. Purtroppo dal 2008questo trend si è solamente rafforzato. Per esempio la recente decisione della Corte Internazionale di Giustizia a proposito del Kosovo ha mostrato che una cosa è la realtà politica e un’altra sono le questioni formalmente legali. I giudici hanno preso le loro decisioni non sulla base di tutte le circostanze legali e politiche messe insieme, ma su una singola dichiarazione presa dal Parlamento kosovaro il 17 febbraio 2008. Gli eventi degli ultimi due anni sono un’ulteriore conferma del fatto che la versione Yalta - Potsdam delle relazioni internazionali non funziona, mentre un nuovo modello, post-Yalta, deve ancora prendere forma. Fino a che ciò non avverrà, ci sono poche speranze di una partecipazione effettiva e attiva nella risoluzione delle dispute come quelle nel Caucaso. Per espandere il ruolo degli interlocutori internazionali nella risoluzione delle ostilità, è essenziale che vengano elaborati i criteri generali e le regole del gioco per guidarli, piuttosto che permettere loro di confidare esclusivamente sulla proprie idee di cosa sia e non sia permissibile.

Sergei Markedonov è Visiting Fellow presso il Centro di Studi Strategici e Internazionali (CSIS), Programma Russia e Eurasia (Washington, DC)

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