25 anni dopo

L'ex presidente dell’URSS racconta la sua Perestrojka.

La perestrojka, iniziata un quarto di secolo fa in URSS, è stata, nel corso di questi anni, oggetto di accanite discussioni che – oggi - si sono rianimate con forza. E non soltanto per la ricorrenza del suo ”anniversario” ma anche per il fatto che in Russia, nel 2010, si avverte una crescente necessità di cambiamenti.

La perestrojka iniziò perché sia nella società che nella dirigenza sovietica si era formata la convinzione che il sistema sovietico non potesse continuare a vivere senza mutamenti. Il sistema creato in URSS, sotto gli slogan del socialismo permise di creare, al prezzo di sforzi straordinari e del sacrificio di numerose vittime, le fondamenta del potere industriale del Paese. In condizioni critiche ed estreme questo sistema funzionava, ma nelle condizioni normali il Paese era destinato all’arretratezza.

Ciò era evidente sia alla nuova generazione dei dirigenti e, tanto più, ai rappresentanti della “vecchia guardia” che avevano a cuore il futuro del Paese. A questo proposito, ricordo la mia conversazione con Andrei Andreyevich Gromyko (Ministro degli Esteri, n.d.r.) alcune ore prima dell’inizio della seduta del congresso del partito, in occasione del quale si doveva eleggere il nuovo segretario generale. Andrei Gromyko era assolutamente d’accordo con me: i cambiamenti sarebbero stati duri, ma per quanto fossero difficili, erano di vitale importanza.

Spesso mi fanno la domanda: capivamo noi, forse, iniziando la perestrojka, il significato della svolta che dovevamo effettuare?

Sì, ma non completamente e non subito. Erano abbastanza chiare le cose a cui dovevamo rinunciare: il rigido controllo ideologico del sistema politico ed economico del Paese, la contrapposizione frontale, la sfrenata corsa agli armamenti. E ciò trovò il pieno appoggio nella società, visti la forzata neutralità tacita e il consenso coercitivo anche dei fautori più convinti (come risultò successivamente) dello stalinismo.

Allo stesso tempo risultò molto più difficile rispondere alla domanda: in che direzione andare? A quali obiettivi aspirare? In cerca della risposta in un breve periodo di tempo facemmo una strada lunga, dalla riparazione del sistema esistente alla comprensione della necessità della sua sostituzione. Tuttavia rimase invariabile la mia scelta principale: i cambiamenti, anche quelli più radicali, devono seguire un corso evoluzionistico per non rovinare il Paese e la vita umana, per evitare lo spargimento di sangue.

Non era facile mantenere questo corso nella situazione di crescenti contraddizioni interne alla società russa. I radicali ci spingevano, i conservatori ci pestavano i piedi. Sia i primi che i secondi sono responsabili per quello che succederà dopo. Ma non voglio assolvermi neanch’io: infatti noi, riformatori, commettemmo una serie di errori che costarono cari a noi stessi ed al Paese.
Il nostro errore principale fu quello di iniziare tardi a riformare il partito, il quale, quindi, da fautore convinto della perestrojka si trasformò in un freno. Più tardi, infatti, l’alta burocrazia di partito organizzò il colpo di stato (putsch) del GKChP (Comitato di Stato per la situazione di emergenza all’interno del PCUS – nota del traduttore) che provocò il fallimento della perestrojka.

Ritardammo anche nel riformare l’unione delle repubbliche che nel corso dell’esistenza comune avevano fatto una strada lunga. Erano già, infatti, Stati veri e propri, con la loro economia, con la loro élite. Bisognava, appunto, trovare una forma corretta della loro coesistenza in qualità di Stati sovrani e indipendenti in un’unione democratica e decentralizzata. Al referendum del marzo 1991 oltre il 70% della popolazione votò a favore dell’idea di unione rinnovata. Ma dopo il putsch che scalzò le mie posizioni come presidente del Paese non si riuscì a conservare l’Unione.

Ci furono anche altri errori. Nel fervore delle battaglie politiche tralasciammo gli argomenti economici e la gente non ci perdonò il deficit sul mercato dei beni di consumo, le file per gli articoli di prima necessità.

E’ vero anche questo. Ma, qualsiasi cosa dicano i miei critici, le conquiste della perestrojka sono indiscutibili: il risultato principale fu quello di sfondare verso la libertà e la democrazia. Tutte le inchieste demoscopiche dimostrarono che gli interpellati, addirittura coloro che sono noti per il loro atteggiamento critico nei confronti della perestrojka e dei suoi leader, apprezzano i suoi risultati, e cioè la rinuncia al regime totalitario, la libertà di parola, di riunione, di professare liberamente la propria fede, la libera circolazione delle persone, il pluralismo politico ed economico.

Dopo l’affossamento della perestrojka la dirigenza russa optò per l’alternativa “radicale” delle riforme. Questa terapia d’urto risultò molto più pesante della malattia stessa. Infatti, strati ingenti della popolazione si trovarono al di sotto della soglia di povertà e miseria, mentre il distacco dei redditi dei gruppi opposti della popolazione, i ricchi e i poveri, è tra i maggiori nel mondo. La sfera sociale (la sanità pubblica, l’istruzione, la cultura) subirono un colpo molto poderoso. Iniziò il processo di deindustrializzazione del Paese, l’economia del quale si trovò in dipendenza completa dalle esportazioni del petrolio e del gas.

Il Paese si è avvicinato all’inizio del XXI secolo in uno stato di caos e di semi disgregazione. Il degrado generale ha toccato anche i processi democratici. Le elezioni del 1996, come pure il processo di consegna del potere al “successore” nominato, potevano essere definiti democratici solo formalmente e non per la loro sostanza. Già allora ho avuto delle preoccupazioni per la sorte della democrazia nel Paese.

Tuttavia noi capivamo che nel momento in cui veniva messa in gioco l’esistenza stessa della Russia era impossibile agire “secondo il manuale”. In tali circostanze misure decisive, dure e, addirittura, elementi autoritari sono giustificabili. Perciò ho appoggiato quello che il presidente Putin faceva nel primo periodo della sua presidenza. E non solo io. Il 70-80% della popolazione ha appoggiato Putin, e penso che abbia avuto ragione.

Tuttavia, la stabilizzazione della situazione nel Paese non può essere l’unico obiettivo finale. Lo scopo principale è lo sviluppo, l’ammodernamento del Paese, l’aspirazione a collocarsi su posizioni di leadership in un mondo globale e interdipendente. Gli ultimi anni, invece, non hanno avvicinato il Paese a questo obiettivo, nonostante il fatto che nel corso di dieci anni avessimo prezzi molto vantaggiosi per le nostre voci principali di esportazione, il petrolio e il gas. La crisi globale ha colpito la Russia in misura maggiore rispetto a numerosi altri Paesi. E in questo caso non possiamo incolpare nessuno, ma solo noi stessi.

Secondo la mia profonda convinzione il Paese potrà progredire in modo sicuro solo sulla via democratica. Negli ultimi anni - in questo senso - molte sono state le dimenticanze.

Abbiamo perso il ritmo dei processi democratici, per molti versi siamo tornati indietro. Infatti, tutte le decisioni principali vengono approvate dal potere esecutivo e vengono solamente formalizzate dal parlamento, mentre l’indipendenza dei tribunali suscita seri dubbi. Non esiste un sistema di partiti politici che garantisca la vittoria della maggioranza reale e, nello stesso tempo, tenga in considerazione il parere della minoranza, permettendo all’opposizione di agire. Si rafforza l’impressione che il potere abbia paura della società civile, che voglia controllare tutto. Ma noi eravamo già prima in tale situazione. Vogliamo tornarci ancora? Penso che nessuno voglia tornare indietro, compresa la dirigenza del Paese.

Ultimamente, cresce l’insoddisfazione nei confronti della situazione odierna. Avverto la preoccupazione nelle parole di Dmitri Medvedev quando chiede: “Dobbiamo, forse, trascinare nel nostro futuro l’economia primitiva imperniata su materie prime, la corruzione cronica? Ci può soddisfare, forse, la situazione in cui nel nostro Paese l’apparato statale è il maggior datore di lavoro, l’editore più attivo, il produttore artistico migliore, il tribunale e il partito di se stesso?”.

E’ difficile pronunciarsi in modo più esauriente. Sono d’accordo con il presidente. Condivido il suo concetto di ammodernamento del Paese ma l’ammodernamento risulterà impossibile se la gente se ne starà in disparte e sarà emarginata. Affinché le persone si sentano cittadini del proprio Paese e diventino tali, esiste una ricetta sola: la democrazia, uno Stato di diritto, un dialogo trasparente ed onesto del potere con il popolo.

Siamo bloccati dalla paura. Sia la società che il potere temono che la nuova tappa della democratizzazione possa portare all’instabilità e, addirittura, al caos. Bisogna superare queste preoccupazioni, in quanto in politica la paura è sempre un cattivo consigliere. Attualmente nella nostra società ci sono più persone libere ed indipendenti, disposti ad assumersi la responsabilità di appoggiare i processi democratici. Ma molto dipende adesso da come in questa situazione agirà il potere.