"Così cercai di uccidere Brezhnev"

22 gennaio 2017 Evgeny Levkovich, RBTH
Il 22 gennaio 1969, davanti alle mura del Cremlino, un terrorista armato sparò contro il corteo in cui viaggiava il leader del Paese, Leonid Brezhnev, facendo una vittima e ferendo altre quattro persone. Ma l’attentatore non venne condannato ed è tuttora vivo e a piede libero. E oggi racconta a Rbth i retroscena di quel gesto estremo

Viktor Ilyin a passeggio con il suo cane. Fonte: Lev RomanovViktor Ilyin a passeggio con il suo cane. Fonte: Lev Romanov

Nessuno potrebbe mai supporre che dietro l’esile vecchietto dai modi affabili che porta a passeggio Khazar, il cane randagio che ha accolto in casa, salvandolo da una temperatura di trenta gradi sotto zero, si nasconde un ex terrorista. “Se un uomo a settant’anni ha la stessa idea del mondo che aveva a venti, allora ha vissuto invano”, dice Viktor Ilin, che quest’anno, neanche a farlo apposta, compirà settant’anni e che all’epoca quando sparò contro Brezhnev ne aveva 21. “Se potessi tornare indietro, al 1969, certo non ucciderei nessuno e ringrazio Dio di poter essere qui oggi a raccontarlo. Allora quando ho sparato al corteo non pensavo alle conseguenze. Il mio è stato un gesto suicida, ma ho avuto la fortuna di aver in dono due vite”.

Una pensione al posto della fucilazione

Un crimine come quello commesso da Ilin sarebbe stato punibile con la pena di morte (quattro erano i pesanti capi d’accusa che pendevano su di lui: terrorismo, omicidio, furto d’arma da fuoco e diserzione), ma alla fine Ilin non è stato condannato in quanto riconosciuto incapace di intendere e di volere ed è stato sottoposto a trattamento psichiatrico obbligatorio, benché tutti coloro che l’avevano interrogato, incluso Yurij Andropov, all’epoca capo del Kgb e futuro leader dell’Urss, avessero allora dichiarato che Ilin aveva agito lucidamente per motivi ideologici.

“Ammettere che un cittadino sovietico aveva sparato contro Brezhnev nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, per lo Stato sovietico equivaleva a riconoscere che nel Paese stava crescendo il malcontento verso il regime comunista. Sarebbe stato inammissibile - spiega Viktor -. Perciò hanno deciso di dimostrare che solo un pazzo aveva potuto attentare alla vita del leader dell’Unione Sovietica. 

Allora nessuno avrebbe mai potuto supporre che vent’anni dopo l’Urss si sarebbe dissolta e la nuova Corte suprema dell’Urss rimise in libertà il terrorista trasformandolo quasi in un eroe della resistenza. Lo Stato si assunse gli oneri del monolocale alla periferia di Leningrado (oggi Pietroburgo) dove Ilin era nato e cresciuto e gli assegnò anche una pensione.

Viktor Ilyin. Fonte: Lev RomanovViktor Ilyin. Fonte: Lev Romanov

Vent’anni sotto farmaci

Ormai è difficile capire se Ilin fosse davvero lucido al momento dell’attentato. Gli anni trascorsi sotto cura psichiatrica hanno lasciato la loro traccia. Durante la nostra conversazione Ilin salta da un argomento all’altro, racconta quali sono state le circostanze che l’hanno spinto a commettere il crimine e poi, di colpo, si mette a recitare dei versi che ha scritto, oppure si vanta di aver ristrutturato la casa tutto da solo anche se nel monolocale non c’è niente al di fuori di mucchi di carte e spazzatura.

Tuttavia, Ilin sostiene che in ospedale non gli sono stati somministrati farmaci troppo pesanti. “Mi avevano imposto un trattamento psichiatrico e temevo che mi avrebbero iniettato dell’aloperidolo e che mi sarei trasformato in un vegetale, tanto più che ero stato ricoverato in un centro lontano da Mosca, a Kazan (capitale della Repubblica del Tatarstan, ndr). Se mi fosse successo qualcosa là dentro, nessuno sarebbe mai venuto a saperlo. Ma alla fine mi hanno trattato con umanità, prescrivendomi solo delle pastiglie”.

Viktor Ilyin. Fonte: screenshot da video di RT Viktor Ilyin. Fonte: screenshot da video di RT

La lettera inviata al Cremlino

Per capire le ragioni che hanno spinto Ilin a sparare contro Brezhnev occorre forse risalire indietro alla sua infanzia. Viktor non aveva ancora due anni quando fu separato dai genitori, che erano alcolisti cronici, per essere dato in affido a una famiglia che lo crebbe ed educò. A scuola non socializzava quasi con nessuno perché, come confessa, si sentiva trascurato.

“Quando frequentavo le ultime classi della scuola sognavo di diventare geologo - racconta -. Allora in Unione Sovietica la professione del geologo era ritenuta la più romantica per le esplorazioni, la possibilità di fare nuove conoscenze, scoprire terre ignote, sedere davanti al fuoco in gruppo a cantare canzoni. Sono entrato all’Istituto universitario di Topografia e ho visitato molte città e regioni lontane da Leningrado, ma quello che vedevo in giro mi faceva un’impressione deprimente. La povertà, l’alcolismo, il degrado erano realtà che in televisione non venivano mai mostrate. Ho capito che era tutto il Paese a vivere in quelle condizioni e che i comunisti ci mentivano spudoratamente".

"All’inizio non avevo progettato di organizzare un attentato contro i dirigenti dell’Unione Sovietica. Avevo stilato un piano di riforme, che prevedeva una somma mensile per ogni abitante dai profitti ricavati dalla vendita di risorse naturali e l’ho inviato al Cremlino a Brezhnev in persona, senza ricevere nessuna risposta. Allora ho deciso di ucciderlo. Volevo che tutti potessero conoscere le mie idee e per questo era necessario un gesto clamoroso. Pensavo di esporre il mio progetto di riforme in tribunale quando mi avrebbero lasciato l’ultima parola”

Ilin ha elaborato per circa un anno il piano dell’attentato. Per poter aver accesso alle armi ha abbandonato gli studi ed è partito per il militare. Prestava servizio nei pressi di Leningrado e ogni giorno studiava i quotidiani che davano notizie solo di Brezhnev, dei suoi incontri, dei suoi impegni istituzionali. Verso la metà di dicembre del 1969 la stampa pubblicò la notizia dell’ennesima conquista spaziale sovietica: le navicelle “Soyuz 4” e “Soyuz 5” avevano effettuato il primo aggancio in orbita. Il 22 gennaio 1969 fu organizzata una cerimonia in onore del ritorno dei cosmonauti sulla Terra che una delegazione, capeggiata da Brezhnev, avrebbe accolto in aeroporto e scortato trionfalmente fino al Cremlino.

La fortuna di Brezhnev

Ilin pianificò tutto con precisione matematica. Il 21 gennaio, la mattina presto, dopo aver atteso che il guardiano si fosse addormentato, avrebbe rubato dal deposito delle armi due pistole con le cartucce e sarebbe fuggito dal reparto, per raggiungere con un treno suburbano l’aeroporto di Pulkovo da cui avrebbe preso un volo per Mosca (a quell’ora all’imbarco non effettuavano controlli personali). Una volta atterrato nella capitale si sarebbe fermato a casa di uno zio poliziotto dicendogli di essere in licenza. Il mattino del 22 sarebbe uscito di nascosto dall’appartamento con addosso un pastrano da poliziotto, e con questo travestimento, sarebbe arrivato al Cremlino proprio nel momento del passaggio del corteo. Per eseguire tutto il piano Viktor aveva a disposizione meno di un giorno. “Non potevo permettermi di impiegare più tempo altrimenti il piano sarebbe saltato. L’informativa su di me era arrivata alla direzione del Kgb letteralmente un’ora dopo l’attentato e questo solo grazie al fatto che al reparto quando era stata scoperta l’assenza delle armi non avevano voluto diffondere la notizia e avevano cominciato da soli a cercarmi”.

Davanti al Cremlino a quell’ora era stato organizzato un cordone di poliziotti per separare la strada sui cui transitava la delegazione del governo dalla folla dei curiosi. Ilin si è infilato nel cordone e dal momento che che portava l’uniforme nessuno gli ha prestato attenzione. Quando il corteo di Brezhnev si è avvicinato al Cremlino Ilin è balzato fuori dal cordone e si è messo a sparare all’impazzata con entrambe le mani (le pistole le aveva nascoste nelle tasche del pastrano) sulla seconda auto dentro la quale di solito viaggiava il premier sovietico. Ma la fortuna giocò a favore di Brezhnev perché durante il tragitto la sua automobile era stata scambiata con quella su cui viaggiavano i cosmonauti. Ilin sparò dieci colpi, uccidendo il conducente e ferendo Andriana Nikolaeva e Georgij Beregovoy (sulla stessa auto viaggiavano anche Aleksej Leonov e la prima donna astronauta del mondo, Valentina Tereshkova). Un altro proiettile colpì il motociclista che li scortava. Ilin fu immediatamente arrestato sul luogo dell’attentato e non oppose resistenza, ma il suo piano era totalmente fallito: Brezhnev era vivo, la notizia dell’attentato fu secretata (a diramarla fu solo la stampa straniera) e il processo nel quale avrebbe voluto prendere la parola, com’è noto, non ebbe mai luogo.

Viktor Ilyin. Fonte: Lev RomanovViktor Ilyin. Fonte: Lev Romanov

Il piano B 

Chiediamo a Ilin quali siano oggi le sue opinioni politiche, ma lui elude la domanda dicendo che ora sente di doversi comportare da bravo credente perché ha ucciso un uomo che non aveva nessuna colpa. Igor Atamanenko, il tenente colonnello del Kgb, che aveva interrogato Ilin nel 1969 ricorda che “quando durante il primo interrogatorio l’assassino ha capito di aver sparato non contro Brezhnev, ma bensì contro i cosmonauti, è crollato in preda a un attacco di nervi”.

“Ora la mia vita è diversa - dice Ilin -. Quando Khazar morirà restituirò il mio appartamento allo Stato e mi ritirerò in una casa di riposo”. Di parenti Ilin non ne ha più e l’unica vicina di casa con cui aveva stretto un rapporto di amicizia è morta l’anno scorso. “Possiamo aiutarla in qualche modo?”, gli chiediamo. “È da tanto che vorrei pubblicare le mie poesie, ma nessuno le vuole. Potete aiutarmi a pubblicarle?”. Ma poi non ce le dà. “Forse adesso non è il momento giusto, magari quest’estate, dopo la Pentecoste. Devo prepararmi a celebrarla”.

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