Il pericoloso linguaggio della politica

2 novembre 2016 Georgy Bovt, RBTH
Sullo sfondo di quanto sta accadendo in Siria, il dialogo tra i vari Stati si sta facendo sempre più tagliente. Per quale ragione la retorica diplomatica ha assunto toni così accesi?
Opinion
Watch your mouth
Fonte: Aleksej Iorsh

Con l’intervento russo in Siria, dove Mosca appoggia il governo di Assad e la lotta contro gli estremisti islamici, l’Occidente in più occasioni ha rivolto alla Russia accuse talmente pesanti che mai, fino ad ora, le parti in causa si erano permesse prima di lanciare. Neppure ai tempi della “guerra fredda”.

In passato la definizione di “barbari bombardamenti” era stata utilizzata dalla leadership sovietica per stigmatizzare le azioni militari degli Stati Uniti in Vietnam; azioni che peraltro venivano comunque sottoposte a dure critiche nella stessa America. Ma ciò che più conta è che a nessuno sia mai venuto in mente prima di svalutare fino a questo punto una definizione così carica di significato come “crimini di guerra”.

Le brusche cadute di tono della diplomazia sono ormai all’ordine del giorno, anche tra coloro che si reputano partner a tutti gli effetti. Basti citare l’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy che aveva dichiarato, ironizzando su Angela Merkel: “Dice di essere a dieta e poi chiede una seconda porzione di formaggio”. La cancelliera della Repubblica Federale di Germania a sua volta aveva paragonato Sarkozy a mister Bean, mentre l’ex premier italiano Berlusconi era riuscito a bisticciare quasi con la metà dei leader dell’Unione Europea.

Sergej Lavrov, ministro russo degli Esteri Sergej: “Oggi, sullo sfondo di quanto sta accadendo sulla Siria, i nostri partner occidentali, in primo luogo gli americani e poi i britannici, nel loro isterismo si sono spinti già fino alle ingiurie, ricorrendo a termini quali barbarie’ e ‘crimini di guerra’”

A brillare per le sue uscite tranchant è il Presidente filippino Rodrigo Duterte che o si rivolge a Barack Obam chiamandolo “figlio di buona donna” o lo manda direttamente all’inferno, mandando a quel paese anche l’intera Unione Europea. Se l’è presa persino con il Papa perché nel giorno del suo arrivo a Manila si erano formati immensi ingorghi. “Quel figlio di buona donna del Papa - così ha commentato a distanza Duterte -, farebbe meglio a tornarsene al suo paese e a non farsi vedere mai più”.

Simili “battute” sono particolarmente tipiche dei politici di tendenza populista e subito catturano l’attenzione della stampa. Servono ad affermare la loro immagine di leader “senza peli sulla lingua” e a far aumentare il loro indice di gradimento, anche se al contempo possono mettere a repentaglio i rapporti con gli altri Stati. Oggi assai più che in passato si fa politica “a uso e consumo” dei media. Una tale “fusione” tra media e politica, se all’inizio serve a creare delle mitologie, rende poi difficile discernere la realtà dei politici da quella della stampa. Questo sistema ha prodotto di recente il fenomeno di testate politiche occidentali che seguendo il flusso politico della “demonizzazione di Putin” all’improvviso, come a un cenno di comando, hanno pubblicato contemporaneamente alcune “immagini” di Putin in copertina che non si possono definire altrimenti che come offensive. A un simile livello non era scesa quasi mai neppure la propaganda sovietica all’epoca della “guerra fredda” e ciò avviene senza suscitare alcuna “reazione” nella classe politica. Libertà di espressione, così viene definita. Eppure una simile “libertà” porta in prospettiva a un degrado dei rapporti. Tra l’altro, lo stesso Putin ha redarguito di recente un conduttore televisivo russo che infervorandosi aveva auspicato che gli Stati Uniti venissero ridotti a un mucchio di “cenere radioattiva”.

La tendenza a questo “scadimento” è mondiale. I politici si sforzano di esprimersi in un linguaggio quotidiano, semplificando talvolta all’estremo problemi complessi e puntando su slogan di tipo elettorale. E così anche i media russi da qualche tempo hanno rinunciato allo stile “ufficiale” non più recepito dal grande pubblico, amplificando i messaggi di politica estera di Marya Zakharova che lei riesce a rendere accessibili e popolari. E bisogna riconoscere che ha l’abilità di centrare il colpo, esprimendo con parole semplici e chiare ciò viene adombrato in formule gesuitiche dalla politica del “doppio volto”. L’essenziale qui è non eccedere per non scadere nella “chiacchiera da cortile”.

In tutto il mondo la politica sta diventando uno spettacolo concepito a uso e consumo di un pubblico scarsamente preparato, finalizzato a sostenere la popolarità di leader incapaci di guardare oltre l’orizzonte del proprio mandato elettorale. Nessuno pensa a una visione lungimirante e ai suoi effetti. Per esempio, una nuova amministrazione Usa guidata da Hillary Clinton, posto che diventi Presidente, sarebbe in grado di dialogare con Putin dopo tutto ciò che è stato detto al suo indirizzo nel divampare della campagna elettorale? Come si possono condurre negoziati seri, come quelli sulla regolamentazione della crisi siriana, quando il partner di queste trattative, ossia la Russia, viene stigmatizzato come “barbaro” e accusato di “crimini di guerra”? Quando dalle labbra del capo del Ministero degli Esteri francese risuonano appelli per sottoporre la leadership russa al giudizio del Tribunale internazionale dell’Aja? Non si sta sacrificando forse troppo ai pr della politica? Se a permettersi certe uscite incresciose è il capo di uno Stato canaglia come la Repubblica popolare di Corea è un conto, ma quando a ricorrere a un certo tipo di linguaggio sono delle potenze da cui dipendono in misura assai più rilevante le sorti del mondo, allora si è prossimi a un conflitto su larga scala. Forse si tratta di una regressione ai costumi medievali quando le guerre spesso cominciavano da un’offesa arrecata alle ambizioni di un sovrano.

Certo, qualunque guerra è “telegenica” e serve ad aumentare l’audience, ma i telespettatori non vorrebbero mai trovarsi dall’altra parte dello schermo.

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