Attacco Usa alla Siria, la risposta di Mosca

7 aprile 2017 Nikolaj Litovkin, RBTH
Gli esperti ritengono che dopo il raid la Russia potrebbe interrompere la collaborazione con gli Stati Uniti nella lotta ai combattenti dello Stato Islamico
missile strike against Syria
Nella provincia di Homs, in Siria, i cacciatorpediniere americani hanno lanciato 59 missili Tomahawk sulla base dell’aeronautica siriana Shayrat. Fonte: Reuters

I cacciatorpediniere americani Ross e Porter hanno lanciato 59 missili Tomahawk sulla base dell’aeronautica siriana Shayrat nella provincia di Homs, in Siria. Washington ha definito il gesto una “risposta commisurata” al presunto attacco chimico sferrato dalle truppe di Assad contro gli abitanti della regione di Idlib.

Come comunicato dal Ministero della Difesa della Federazione Russa, le navi statunitensi hanno distrutto alcune strutture strategiche delle forze aeree siriane, quali piste di atterraggio, stazioni di rifornimento e alcuni aerei MIG-23 negli hangar della base aerea. Dopo il raid missilistico i combattenti dell’Isis e del Fronte al-Nusra sono passati all’offensiva.

Secondo il Segretario di Stato americano Rex Tillerson il Pentagono avrebbe informato in anticipo il comando del Ministro della Difesa russo dell’imminente attacco missilistico; per tal motivo i sistemi russi di difesa antiaerea, tra cui gli S-400 Triumph, erano stati disattivati durante il passaggio dei missili Tomahawk.

“Ci hanno comunicato in anticipo l’attacco. Inoltre tra Mosca e Damasco è in vigore un accordo e i sistemi delle contraeree russe devono rispondere soltanto dell’incolumità dei nostri soldati e degli impianti tecnologici. A rispondere delle basi siriane sono soltanto le truppe locali della difesa aerea”, ha commentato a Rbth Sergej Rogov, direttore scientifico dell’Istituto per gli studi americani e canadesi.

Il portavoce del Ministero russo della Difesa, il general Igor Konashenkov. Fonte: Ria NovostiIl portavoce del Ministero russo della Difesa, il general Igor Konashenkov. Fonte: Ria Novosti

La reazione del Cremlino

Il Presidente russo Vladimir Putin considera il raid degli USA un’aggressione contro uno Stato sovrano che viola le basi del diritto internazionale con un pretesto fittizio, ha dichiarato ai media russi Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino.

L’esercito siriano, ha sottolineato Peskov, non possiede armi chimiche in quanto sono state completamente distrutte nel 2016 sotto la sovrintendenza dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione di armi chimiche) in collaborazione con l’ONU.

“Secondo Putin aver ignorato l’impiego di armamenti chimici da parte dei terroristi non fa che peggiorare le situazione”, commenta Peskov.

Il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che l’attacco alla base siriana mina i già difficili rapporti tra Russia e USA. In risposta Mosca ha deciso di sospendere l’accordo di comunicazione con gli Stati Uniti per la prevenzione di conflitti tra militari russi e americani in Siria.

Secondo gli esperti il Cremlino ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in risposta all’aggressione statunitense, ma non ha intenzione di intraprendere azioni armate.

Che cosa succederà

Gli analisti russi ritengono che l’attacco delle portaerei sia stata un’azione isolata; appena qualche anno fa l’attuale capo della Casa Bianca aveva criticato aspramente la politica aggressiva del suo Paese in Siria, ipotizzando che avrebbe prodotto terribili conseguenze per Washington.

“Ripeto ancora, al nostro stupido leader: non attaccate la Siria. Se lo farete le conseguenze saranno molte e terribili, e gli Stati Uniti non otterranno nulla da questa guerra”, scriveva all’epoca Donald Trump sulla sua pagina Twitter rivolgendosi a Barack Obama.  

Rogov ritiene che la decisione del Presidente americano di lanciare i missili sembri più la reazione impulsiva di un uomo d’affari che una strategia politica. “Trump in larga misura improvvisa. Il gesto doveva dar prova della risolutezza del Presidente americano e mostrare al suo Paese che non c’è alcuna intesa con la Russia e che Trump non ha intenzione di costruirla”, ha aggiunto il diretto scientifico dell’Istituto.

Tuttavia la presenza dell’aviazione russa in Siria non permetterà agli USA di ripetere lo “scenario libico”.

“L’introduzione di una no-fly zone limiterebbe le azioni della Difesa della Federazione Russa, portando a un serio scontro con la Russia. Washington non rischierà un passo così avventato, questa ipotesi è esclusa, così come un’ingerenza da parte delle truppe americane di terra”, ritiene Timofej Bordachev, direttore del Centro di studi europei e internazionali dell’Alta Scuola di Economia.

Secondo il docente gli americani prenderanno tempo prima di passare a nuove offensive e aspetteranno la reazione della Russia. “La nostra risposta sarà pacata, valuteremo le azioni del Pentagono e chiederemo di convocare d’urgenza un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non abbiamo però intenzione di intraprendere azioni aggressive”, ha concluso Bordachev.

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