La lunga marcia artica

La rompighiaccio Vaygach (Foto: per gentile concessione di Carlo Rovelli)

La rompighiaccio Vaygach (Foto: per gentile concessione di Carlo Rovelli)

Reportage di viaggio a bordo della Vaygach, la nave rompighiaccio russa, che attraversa per tutto l'inverno il passaggio a Nord-Est, rotta commerciale molto trafficata

Via libera. Con un colpo di sirene che già di per sé potrebbe sbriciolare i ghiacci artici, la Vaygach saluta il porto di Murmansk e punta decisa a oriente. Per i 91 membri dell’equipaggio è quasi una liberazione: lo si capisce dagli sguardi eccitati sul pontile, dai gesti d’incoraggiamento che ci si scambia con più calore, fra battute da marinai e vigorose pacche sulle spalle.

Dopo i duri giorni di lavoro nel golfo di Finlandia, dove la storica rompighiaccio del capitano Aleksandr Skrjabin ha dovuto trarre in salvo decine di navi bloccate dal gelo, i fiumi siberiani sono finalmente tornati a reclamare il suo intervento.

In servizio dal 1990, quand’era ancora la stella rossa sovietica a illuminare il leggendario passaggio a Nord-Est, è negli estuari dell’Ob e dell'Enisej che la Vaygach sa dare il meglio di sé: a differenza delle altre cinque rompighiaccio in forza alla flotta artica, insieme alla gemella Taymir, è, infatti, la specialista delle operazioni di sgombero in acque basse, grazie al suo scafo più assottigliato e all’incredibile potenza di un reattore a fissione nucleare da 171 Megawatt. 

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“Le rotte di lungo raggio non sono più così scontate – confessa, però, il capitano – dal momento che i blocchi ghiacciati tendono a sfaldarsi con maggior facilità. Oggi le temperature scendono sino a meno 30 gradi, ma ci sono stati inverni in cui le parole si cristallizzavano letteralmente in bocca”.

La vera sfida si gioca su un tavolo ben più insidioso. “Se il corridoio fra l’Artico e il Pacifico è destinato a diventare il principale collegamento marittimo con l’Asia, è chiaro che il governo finirà per allargare la flotta di altre sei o dieci unità entro il 2020, come già più volte ventilato”.

Sospira, tornando a lanciare un’occhiata alle gru di Murmansk. “Ai rompighiaccio di vecchia generazione verranno assegnati sicuramente compiti più localizzati”.

Skrjabin non è il solo a fremere. La via artica potrebbe infatti mettere in ginocchio il traffico nello stretto di Suez, oggi ancora il principale snodo marittimo per i commerci. Lo sforzo economico cui la Russia intende votarsi non è comunque dei più leggeri: il tratto compreso fra la costa orientale delle isole Novaja Zemlja e capo Dezhnev, ovvero il punto continentale più estremo nell’Est del Paese, è percorribile per intero solo da mezzi di categoria A1, oggi assai rari sul mercato.

D'altra parte vanno poi messi sul piatto numerosi problemi legati alla tassazione internazionale, alle assicurazioni di viaggio, ma soprattutto alla presenza d’infrastrutture moderne che rilancino l’attività di porti scarsamente utilizzati da vent’anni a questa parte, orfani dell’intraprendenza ingegneristica dell’Unione Sovietica.

A bordo della Vaygach i temi caldi della politica sono all’ordine del giorno, grazie anche al fatto che le lunghe ore di navigazione invogliano a sedere davanti a tazze di tè fumanti, snocciolando idee come fossero semini di girasole. “Entro quattro anni si è previsto di aggiornare tutte le carte di navigazione – confermano i tecnici di bordo – mentre centri d’emergenza saranno creati su più punti di scalo, a partire da Murmansk e Naryan Mar già nel 2013, per arrivare a Dudinka e Anadyr, oltre ad alcune sottodivisioni aggiuntive presso Arkhangelsk, Vorkuta, Nadym e persino a Tiksi. Se le stime del Ministero dei Trasporti sono giuste, per queste acque transiteranno nei prossimi anni dai 3 ai 5 milioni di tonnellate di cargo”.

A giudicare dallo sguardo pacioso degli orsi appollaiati sulle coste a picco di Novaja Zemljia, il futuro appare bianco e incerto com’è stato sin dalle prime esplorazioni cinquecentesche di Willoughby, Barents o Munk. Lontano dai grandi porti, le acque si chiudono in silenzi meditabondi, lasciandosi sorprendere piuttosto dall’azzurro profondo degli iceberg galleggianti o dal riaffioramento di qualche zanna di mammuth.

L’unico rischio da cui guardarsi davvero sono gli arpioni delle rare baleniere di passaggio, sempre che non sia qualche focoso maschio in calore a metter zizzania nelle colonie locali di trichechi. Raro poi che ci si trattenga a lungo sui pontili, quando le folate di vento sembrano volersi portare via persino le mani aggrappate ai cavi di sicurezza o i colbacchi malamente nascosti sotto le tute impermeabili. 

All’interno della Vaygach ci si sente protetti da tutto e tutti. Le imprese del passato, così come i sogni del domani, sfumano nel tramestio ipnotico dei motori e la preoccupazione maggiore resta piuttosto quella di non farsi inghiottire dal sopore artico. Qualcuno trova rifugio nell’abbraccio consolante della sauna di bordo, qualcun altro ingaggia la sua personale lotta contro i diktat del cronometro, lanciandosi di sponda in sponda lungo le corsie della piscina o mostrando ai pesi della palestra di non temerne affatto il carico.

Nella sala libreria, Tolstoj o Dostoevskij hanno sempre una parola di conforto. “Agli occhi dei turisti che talvolta prendiamo a bordo – osserva il capitano, mentre cominciano le operazioni di messa a mollo dei gommoni di sbarco – l’Artico è l’ultima terra incognita. Avvolto nelle nebbie e senza punti di riferimento, affascina tanto quanto spaventa. Basta poi un raggio di sole per renderti conto che l’esuberanza della vita arriva sin qui. Si cela in un ciuffo di muschio che faticosamente si libera da sotto le rocce o nel volo inaspettato di un gabbiano a caccia. Il mondo s’interroga se un canale d’acqua debba appartenere all’uno piuttosto che all’altro, se i confini dei fondali vadano considerati alla stregua di terre emerse: poi metti un piede a terra e capisci davvero dove tu sia”.

Nell’aria si avverte un intenso profumo di salsedine. L’equipaggio ha preso a lanciarsi palle di neve. Le carte geografiche indicano che il blu attorno appartiene a un Paese chiamato Russia. Poi, d’improvviso, il rumore sordo di una bottiglia di vodka stappata e l’occhio cade su una noticina scritta a matita dentro un ampio circolo longitudinale: casa nostra.

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