Quei suoni incisi nella memoria

Stepan Sosnin in braccio alla nonna (al centro) insieme alla famiglia (Foto: archivio personale)

Stepan Sosnin in braccio alla nonna (al centro) insieme alla famiglia (Foto: archivio personale)

I primi ricordi del compositore Stepan Sosnin hanno come sfondo la Mosca degli anni della guerra

Prima della guerra la famiglia di Stepan Sosnin possedeva un laboratorio: entrambi i genitori lavoravano infatti come arredatori per il teatro Bolshoi. Ma nel 1941 il padre fu spedito al fronte. “Quello stesso anno ricevemmo la notizia che mio padre era considerato disperso”, ricorda Sosnin. “Fu mia madre a dirmelo. Lei era rimasta in città, dove prestava servizio com mitragliera della contraerea”. A soli quattro anni Sosnin conobbe da vicino la fame, la vita da sfollato e i pernottamenti nei rifugi sotterranei.

Stepan Sosnin in braccio alla nonna prima della guerra (Foto: archivio personale)

C’era qualcosa nell’aria

Sosnin ricorda il suono delle sirene, e sua nonna che diceva: “Fate presto, fate presto!”. Era sempre notte quando la famiglia accorreva nel rifugio antiaereo. “Mentre lo raggiungevamo sentivamo immancabilmente il rumore dei bombardamenti. Le finestre della nostra abitazione erano protette con la carta, per impedire ai vetri di cadere a terra. Tutti facevano così”. I suoi ricordi del conflitto sono frammentari, e se all’epoca non capiva nemmeno cosa fosse la guerra, adesso si rende conto chiaramente che c’era qualcosa nell’aria che impediva alle persone di vivere serenamente. E non si trattava solo degli aerei tedeschi che sorvolavano la città. “Sentivo che c’era qualcosa che non andava”, spiega. “La gente sedeva negli scantinati e tutti erano ansiosi. Anche se io personalmente ero troppo piccolo per essere traumatizzato”.

In risposta ai bombardamenti tedeschi, erano stati spiegati dei palloni di sbarramento e delle divisioni della contraerea. Le donne monitoravano le apparecchiature per l’individuazione degli obiettivi mobili. “Mia madre prestava servizio presso una di queste batterie”, dichiara Sosnin. “A novembre-dicembre del 1941 mia nonna ed io venimmo sfollati a Ulyanovsk (una città situata a 890 chilometri a est di Mosca), dalle mie zie alle quali erano già stati affidati altri otto ragazzi. Ve lo immaginate?”.

“Avevo sempre fame”

“Fu grazie alle due donne, che poiché lavoravano disponevano di una tessera annonaria, se le mia famiglia non morì di fame”. “A uno dei ragazzi era stato affidato il compito di tagliare il pane in parti uguali. A ciascuno ne spettava un pezzetto. Il cibo scarseggiava, e io avevo sempre fame. Mangiavamo persino le bucce di patata”. Sosnin riuscì a tornare a Mosca nel 1943. Raggiungere la capitale “fu assai difficile”, poiché non esisteva una strada diretta. All’inizio lui e la nonna si imbarcarono sul Volga, per poi salire su un treno pieno di soldati diretti al fronte (praticamente gli unici convogli che circolavano a quell’epoca). Durante il viaggio il piccolo Stepan rimase nascosto sotto un sedile. Giunti nei pressi di Mosca, i due salirono a bordo di un camion molto affollato, grazie al quale raggiunsero il loro appartamento, dove avevano una camera di otto metri quadri.

Stepan Sosnin con la madre, anno 1945 (Foto: archivio personale)

Anche se nel 1943 gli aerei nemici avevano smesso di sorvolare la capitale, il governo aveva ordinato alle divisioni della contraerea di non abbandonare le proprie postazioni. La madre di Sosnin continuò dunque a vivere nel rifugio. “Scavavamo una buca, piantavamo dei paletti lungo il perimetro, costruivamo un tetto e lo coprivamo con della terra affinché non fosse visibile dal cielo” ricorda Sosnin, che visse nel rifugio insieme a sua madre sino al 1944.

Una vita in chiave maggiore

Le installazioni della contraerea non avevano più una funzione difensiva: ogni vittoria militare russa veniva salutata con numerosi spari di artiglieria. Più la guerra si protraeva e più numerosi erano gli spari. “Non dimenticherò mai il giorno in cui, mentre sedevo con mia madre in una Studebaker americana, le donne che prestavano servizio come mitragliere della contraerea accorsero verso di noi sparando in aria. Le esplosioni e il rimbombo erano talmente forti da far tremare tutto. Erano cartucce vere. Faceva paura, ma ero orgoglioso di trovarmi lì con loro”.

“La vita era ripresa in chiave maggiore”, ricorda Sosnin. “Ricordo quando si proiettavano i film sulle lenzuola. Ricordo le tresche tra uomini e donne, e tutti che cantavano canzoni di guerra. I soldati mi chiedevano di cantare, e collegato al telefono io cantavo anche per gli altri squadroni”. Verso la fine della guerra Sosnin si iscrisse a una scuola di canto, della quale era venuto a sapere per caso tramite la radio. All’inizio si recava a scuola direttamente dal rifugio; in seguito si trasferì in un convitto. Anche gli eventi accaduti settanta anni fa sono sempre più remoti, Mosca per Sosnin rimane un luogo pieno di ricordi. “Il campo dove si trovava il nostro rifugio esiste ancora”, dice. “Non c’è nulla. Poco lontano hanno costruito le rotaie dei tram. Ogni volta che mi trovo a passare di lì penso allo squadrone della contraerea che vi era stazionato”.

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