Filmare la trincea: un operatore al fronte

Boris Aleksandrovich Sokolov (Foto: Pavel Nizhelevsky)

Boris Aleksandrovich Sokolov (Foto: Pavel Nizhelevsky)

Durante gli anni di guerra, sul fronte hanno lavorato 258 cineoperatori sovietici. È attraverso i loro occhi che il mondo ha potuto vedere gli eventi degli anni 1941-1945. Di loro, oggi in Russia, ne è rimasto in vita solo uno: il 95enne Boris Aleksandrovich Sokolov

Cavaliere di due ordini della Stella Rossa, titolare di 31 medaglie al valore, Boris Sokolov ha raccontato la firma dell'atto di capitolazione della Germania e il significato di lavorare al fronte.

Sokolov, lei si è ritrovato subito sul fronte?

Nel 1941 avevo 21 anni. A causa della guerra, l'istituto (di cinematografia Gerasimov, ndr) rilasciava gli studenti prima del tempo, io ero già alla parte pratica del diploma. Fu proprio allora che cominciavano a formare i gruppi di ripresa da mandare al fronte. Io feci domanda per parteciparvi, ma mi rifiutarono. Certamente, io capivo che servivano innanzitutto operatori esperti, anche se, a onor del vero, a girare in condizioni di guerra non lo avevano insegnato da nessuna parte. Nell'esercito tedesco c'erano corsi per cineoperatori di guerra, ma da noi non c'erano.

E dove l'hanno inviata? L'hanno chiamata nell'esercito?

All'inizio mi hanno mandato nelle linee di difesa sotto Mosca, poi sono tornato in studio, dopodiché siamo stati evacuati ad Alma-Ata (allora Repubblica Kazaka sovietica). Con me c'era il mio amico, l'operatore Misha Posel'skij. Lui riuscì, dopo un paio di mesi, ad andare al fronte unendosi a un gruppo di ripresa, io invece rimasi in fuga. Tutto il tempo non facevo che chiedere di essere mandato al fronte.

Il cineoperatore al fronte (Foto: Pavel Nizhelevsky)

Perché era così importante per Lei?

L'intero paese viveva la guerra! “Tutti per il fronte, tutti per la vittoria”, questo era il motto. E io volevo essere parte di quegli avvenimenti. Purtroppo arrivai al fronte solo nel '44. Questo è stato l'ultimo gruppo. Il fronte si trovava sotto Varsavia e lì vi rimase per tre mesi, mentre noi filmavamo la vita nell'esercito.

Quando iniziò l'offensiva, Lei ebbe paura?

La paura c'era, ma lavorando dimenticavamo il pericolo. Anche se le perdite dalla nostra parte erano altissime. Per tutta la durata della guerra sul fronte lavorarono 258 uomini con riprese da più di 3,5 milioni di metri di pellicola 35mm. C'erano feriti, contusi. Chiedono: chi vi copriva durante le riprese? No, non c'era nessuna copertura, noi eravamo abbandonati a noi stessi.

Era pesante la telecamera?

Quando c'erano tutti gli obiettivi, sì. Allora non c'erano gli zoom, per le diverse riprese bisognava cambiare obiettivi. La telecamera da sola pesava circa tre chili e mezzo. Poi appresso c'erano anche le cassette, con 30 metri di pellicola. La telecamera ne poteva contenere solo 15 metri, vale a dire mezzo minuto di primi piano.

Riprese a Berlino (Foto: Pavel Nizhelevsky)

E quando la pellicola finiva, quanto tempo occorreva per ricaricarla?

Questo bisognava farlo in un sacco scuro o in un luogo buio, per non illuminare la pellicola. Se si cambiava nel sacco, si faceva tutto a tentoni. Ci volevano circa 5-10 minuti per ricaricare, a volte anche di più. Giravamo con l'americana “Eyemo” o con il prototipo sovietico KS. Mentre i tedeschi con la Arriflex, che si poteva ricaricare anche alla luce, con le cassette non di 30 metri, ma di 60 o 120.

C'era qualcosa che non vi era permesso filmare? Le ritirate ad esempio?

Potevamo filmare tutto, se questo poi fosse finito sugli schermi oppure no, dipendeva dalla censura. Io ancora non ero al fronte quando abbiamo subito le sconfitte, ma secondo le parole di un amico di ritirate ne sono state filmate molto poche. Io so di casi in cui gli operatori cercavano di riprendere i momenti del ripiegamento, ma i soldati, o i fuggitivi chiedevano di non girare, spesso con minacce.

Qual era l'atteggiamento dell'esercito sovietico nei confronti della popolazione civile di Berlino?

Secondo me, in Unione Sovietica non c'è stata una famiglia che non abbia sofferto per via della guerra, per questo tutti erano molto aggressivi nei confronti dei tedeschi. Il nostro comando ha dovuto frenare questo odio. Una volta, quando siamo andati a riprendere in centro Berlino, abbiamo visto la scritta “Ecco il nido fascista! Berlino!”. Questa scritta è esisitita per un giorno soltanto. L'avevano tolta per non inferocire i soldati contro le popolazioni civili.

E già allora si riusciva ad evitare l'aggressione?

I rapporti erano quasi neutrali. Certamente, non tutti si rassegnarono con la guerra, certamente, non si può dire che si divenne tutti amici. Amici non siamo diventati, ma l'esercito ha aiutato i civili.

Quali scatti Le sono rimasti più impressi?

Certamente la firma dell'atto di capitolazione della Germania. Io e Posel'skij venimmo incaricati di filmare la delegazione tedesca. Rimasi stupito in particolare dal comportamento del generale feldmaresciallo Keitel (capo del comando centrale della Wehrmarcht, ndr).

Si continuava a riprendere anche sotto i bombardamenti (Foto: Pavel Nizhelevsky)

Come si comportò?

Come non fosse stato il vinto ma il vincitore. All'uscita dall'aereo salutò quelli che lo aspettavano con il suo bastone da maresciallo, anche se ad aspettarlo c'era in realtà solo la guardia. Nessuna delle autorità ufficiali era presente. Nella sala dove si andava a firmare il documento pure salutò con il suo bastone, ma non rispose nessuno. Quando Keitel sottoscrisse l'atto, io considerai la guerra finita in quello stesso istante. Il sollievo era condiviso da tutti. Naturalmente io mi sbagliavo, ma allora fu proprio quello che provai.

Per quanto ne so però non fu Lei a filmare la messa della bandiera della vittoria sul Reichstag. Non se ne risentì?

Allora non era tempo per sentirsi offesi. Nel momento in cui giravano io pensai al significato della bandiera che veniva spiegata. Era un episodio di guerra. L'edificio era stato preso. Il Reichstag divenne simbolo della vittoria solo dopo, non nel momento delle riprese. Poteva anche non diventarlo. Io non ricordo neppure chi fu a filmare.

Ora è ben noto che le riprese della bandiera della vittoria innalzata sul Reichstag fu un'inscenata...

Al tempo dei combattimenti, le bandiere, più di dieci, comparvero gradatamente sui diversi piani del Reichstag, spuntavano dalle finestre. Nella notte dal 30 al 1 maggio, una bandiera comparve sulla cupola. Ma di notte noi non potevamo filmare, la luce non era sufficiente, nonostante gli incendi. Molti valutano le riprese un'inscenata, ma si tratta di una ricostruzione dei fatti.

Guardare le proprie riprese durante la guerra non era possibile. Dopo la guerra ha mai guardato il Suo lavoro?

Per caso praticamente, quando iniziarono a usare questi materiali per i film d'autore. Nel film “Velikaja Otechestvennaja” (Grande guerra patriottica), noto all'estero col titolo “Nejzvestnaja vojna” (Guerra sconosciuta), ne possiamo vedere alcuni frammenti. Io però di mia iniziativa non ho riguardato nulla.

E ancora nel film di Andrej Tarkovskij “Ivanovo detsstvo” (L'infanzia di Ivan) ci sono quadri con la famosa ghigliottina...

E' una prigione nella città di Poznan', in Polonia. In una delle stanze del carcere abbiamo filmato questa ghigliottina. Non potevamo sapere che Tarkovskij avrebbe utilizzato questa immagine. Me lo dissero solo poi. E io mi ricordai che l'avevamo filmata.

E come vi sembra il cinema di guerra a colori? Allora non avevate possibilità di filmare a colori...

A parte il fatto che i film di guerra che hanno reso dal bianco e nero a colori su di me fanno meno impressione. Allora io visualmente rappresentavo il materiele in bianco e nero, noi pensavamo in bianco e nero. Non avevo alcun desiderio di passare al colore. Qualche giorno fa ho visto il film “Vesjolye rebjata” (Ragazzi allegri) nella variante a colori, anche lui infatti era originariamente in bianco e nero. Sa il film a colori non mi è piaciuto, è troppo... allegro! E gli altri film di guerra a colori non mi piacciono...

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