"Io, sopravvissuto per caso al nazismo"

Pavel Markovic Rubinchik, veterano della Grande Guerra Patriottica (Foto: ufficio stampa)

Pavel Markovic Rubinchik, veterano della Grande Guerra Patriottica (Foto: ufficio stampa)

Pavel Markovic Rubinchik, veterano della Grande Guerra Patriottica, ex prigioniero dei lager nazisti e fondatore del museo dell’Olocausto, ha condiviso con RBTH i suoi ricordi

Pavel Markovich Rubinchik conobbe la guerra quando aveva tredici anni. A due anni dall'inizio del conflitto, il bambino venne mandato in un campo estivo nei pressi di Minsk, capitale dell'attuale Bielorussia. Alle cinque-sei del mattino del 25 giugno 1943, tre giorni dopo l'inizio della guerra, non appena il conflitto raggiunse Minsk, i genitori tornarono in fretta a riprendersi i figli. Sono loro ad aver raccontato che sopra Minsk non si vedeva cielo: solo sciami di aerei tedeschi. A 60 metri sopra la città si alzavano le lingue di fuoco. "Sembrava che non esistesse più notte”, testimonia Pavel.

 
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La vita nel ghetto e nel campo di concentramento

A Minsk, dove era fuggito Pavel, i suoi genitori non c'erano. Il 19 luglio venne dato l'ordine: le persone di nazionalità ebraica dovevano raccogliersi e vivere in un quartiere separato. “Lo chiamavano il 'ghetto'”. All'asilo ancora ci nutrivano, mentre lì eravamo proprio degli scheletri. Mi diedero una carriola e per due mesi ebbi il compito di portare questi scheletri abbattuti dalla fame al cimitero, dove li gettavo in fosse comuni”.

“Poi ci trasferirono nel campo di concentramento, ci costrinsero a lavorare nelle fabbriche di armi. Lavoravamo per 14-16 ore. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno zuppa con teste di aringhe. È per questo motivo che solo due anni fa ho ripreso a mangiare aringhe. Prima non potevo neanche vederle. Sono sopravvissuto solo grazie a un tedesco di nome Paul. Fu lui a portarmi le pentole e le casseruole, affinché le pulissi. Al loro interno c'era sempre cibo. Ciò fu la mia salvezza”.

Il salvataggio miracoloso

“Eravamo circondati da più giri di filo spinato, per il perimetro del campo pattugliavano i soldati con i cani. Con un compagno decidemmo di tentare la fuga di notte. Ma quella notte all'improvviso ci chiamarono a raccolta e ne venne fuori che qualcuno aveva cercato di scappare. Il fuggitivo venne catturato, percosso e impiccato di fronte ai nostri occhi. Noi però avevamo già preso la decisione di andarcene. Pensammo, se il destino vuole così, domani saremo impiccati anche noi. Scavammo un passaggio e ci precipitammo verso la ferrovia. All'improvviso, per puro caso, ci passò a fianco un treno merci. Ci aggrappammo alla carrozza e partimmo insieme. Il mio compagno si trascinava ancora sul suolo, io poi lo tirai verso di me. Dopo venti chilometri ci lanciammo fuori dal convoglio in corsa e scivolammo in basso sull'erba. Tutto girava, come si capovolgesse rapidamente. Mi toccai per vedere se ero tutto intero, le mani, le gambe. Sentii di essere ancora vivo".

"Attraverso il bosco, vagando per 10 giorni, raggiungemmo le linee partigiane. Io e il mio compagno nutrivamo in seno un senso di vendetta, che non potevamo dormire la notte e continuavamo a insistere col comandante: “Ci dia un incarico”. Lo infastidimmo a tal punto, che ci vennero affidati i compiti che i gruppi precedenti non erano stati in grado di portare a termine, non avendo mai più fatto ritorno. Ma come vedete, io sono vivo”.

Ancora: "In guerra ricevetti una ferita e una contusione quando avevo 17 anni. Erano venuti per seppellirmi, quando per miracolo si accorsero che ero vivo. Mi congedarono perché mi curassi e io mi misi a cercare i miei genitori. Li trovai. Dopo la guerra mio padre mi fece studiare. Sedevo, grande e grosso, a scuola in mezzo ai bambini. Avevo fatto la guerra e avevo dimenticato quello che avevo studiato una volta. Per questo mi prendevano persino in giro. Soddisfatta di me era soltanto l'insegnante di tedesco. Perché nel campo, provati un po' a non rispettare un ordine di un tedesco quando si rivolge a te. E fu così che al lager memorizzammo il tedesco. Altrimenti sarebbe stata la morte".

Capo del comando funebre

Oggi Pavel Markovich è a capo dell'organizzazione sociale degli ebrei invalidi, ex prigionieri dei campi di concentramento e del ghetto, nonché fondatore del museo dell'olocausto di San Pietroburgo. Egli stesso, per uno-due anni fu prigioniero del nazismo. E così ha deciso di unire tutti coloro che hanno patito la fame, il lavoro oltre le forze e il terrore della morte. Inizialmente, nell'organizzazione rientravano 550 persone provenienti da San Pietroburgo e 70 dalle regioni nord-settentrionali. In vent'anni la loro presenza è diminuita esattamente della metà. Pavel Markovich racconta: “molti già non escono più di casa. Noi cerchiamo di di sostenerli, mandiamo personale che si occupi di loro. Abbiamo persino una volontaria tedesca”. Sospira: “E ancora, andiamo spesso ai cimiteri, al punto che ci chiamiamo, scherzando, “comando funebre”. Presto verrà anche il mio turno. Io dico a tutti: “è ora per me di andare”. Ma loro non vogliono lasciarmi andare”.

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