Nascosti nell'atomo

Il fisico sovietico Andrei Sakharov (Foto: Yuri Zaritov / Ria Novosti)

Il fisico sovietico Andrei Sakharov (Foto: Yuri Zaritov / Ria Novosti)

Una vita blindata. Dedicata alla scienza. Senza quasi nessun contatto con l'esterno. Ecco come trascorrevano i giorni gli scienziati dell'Urss

Blindati. Osservati 24 ore su 24. Perché da loro dipendeva la "grandezza della nazione". I fisici sovietici vivevano in città chiuse, non potevano recarsi all’estero, ma dal punto di vista della personalità rimanevano liberi, e, per questo, erano capaci di importanti scoperte scientifiche. Qual era il segreto di un simile successo scientifico? Sarebbe possibile oggi ispirarsi al modello sovietico?

Le regole dell’eccezione

Degli scienziati sovietici non si può dire che fossero maître à penser. Di fatto gli istituti chiusi e gli interessi scientifici non predisponevano all’attività pubblica. Gli artefici della “grande scienza” nell’URSS, fondatori di scuole scientifiche e di una propria subcultura, costituivano lo stato produttivo della società sovietica, i cui frutti impongono di guardare con tristezza alla caduta dell’Unione Sovietica. Il paradosso, del resto, è evidente: l’ambiente e le condizioni in questo strato della società non corrispondevono al generale contesto sovietico. Il successo tecnologico e intellettuale nel XX secolo fu garantito al paese da coloro che al suo interno vivevano secondo la “regola dell’eccezione”. Uno dei principali segreti della scienza del dopoguerra, che inviò l’uomo nello spazio, sono le persone ed in particolare la generazione degli anni Venti e Trenta, che fu in grado di contenere le contraddizioni e fare uno scatto in avanti. 

Tutti i “pionieri” sperimentarono la guerra: qualcuno da bambino, qualcun altro visse dal primo all’ultimo giorno della Guerra Mondiale, racconta Andrei Zorin. E quella sensazione di libertà davanti a una figura di estrema pericolosità, che spesso si incontra nei racconti dei combattenti, li accompagnò per tutta la vita. Molti specificano che arrivarono alla scienza proprio perchè dopo il 1945 era quello il settore più promettente: un ambito inesplorato verso il quale venivano dirottate tutte le risorse dello Stato. E non bisogna dimenticare che il lavoro dei fisici nucleari era connotato da un serio rischio: questi, infatti, si trovavano continuamente in situazioni di pericolo fisicoAlla base della visione del mondo dell’intellighenzia tecnico-scientifica del dopoguerra, arruolata dallo Stato per lavorare nella scienza, che viveva in condizioni di semi segretezza e che costruì la potenza nucleare del paese, vi era il valore della libertà, sebbene intesa in maniera differente rispetto alla connotazione tradizional-liberale del termine.

I premi Nobel

Il noto premio nobel, Andrei Sakharov, quando era ancora un giovane studente, finì nel gruppo del fisico teoretico Tamm, il quale, fin dal primo incontro, rimase sorpreso dalla sua intuizione rispetto al fatto che nel reattore l’uranio dovesse essere disposto non uniformemente, ma in blocchi. Si trattò di un importante traguardo per i fisici nucleari dell’epoca, e Andrei Sakharov fu inserito nel gruppo di ricerca scientifica per la progettazione di armi termonucleari. I successivi vent’anni Andrei Sakharov li trascorse ininterrottamente a lavorare in condizioni di massima segretezza inizialmente a Mosca, poi in uno speciale centro di ricerca scientifica. Per i suoi orientamenti socio-politici lo studioso divenne celebre molto più tardi.

 
Gli uomini che sconfissero la morte

Il numero dei lavoratori in ambito tecnico-scientifico nell’URSS, se si considerano anche coloro che erano impegnati nel campo dell’istruzione, nonché della produzione, raggiungeva i dieci milioni di persone nel secolo scorso. Nella grande scienza, secondo i calcoli più generosi, lavorava non meno di un milione di persone. In una popolazione di 242 milioni di abitanti non è poi una cifra così grande, senza contare che i contatti degli studiosi con le masse erano ostacolati dal fatto che questi ultimi spesso vivevano in città chiuse, o dall’assoluta segretezza del progetto a cui lavoravano.

“Quando nel 1955 il direttore del laboratorio segreto “B”, Blokhincev, presentò alla conferenza di Ginevra il progetto della prima centrale nucleare al mondo, gli specialisti stranieri non furono tanto impressionati dalla centrale, in quanto avevano già visto qualcosa di simile negli USA”, racconta Galina Orlova, ricercatore inviato della RANEPA, coordinatore del progetto Obninsk e docente della cattedra di psicologia della personalità presso la Yuzhny Federalny Universitet (Università Federale Meridionale). “Fece un grande scalpore la capacità dei sovietici di formare in tempi record personale altamente specializzato. Uno dei membri della delegazione americana nel suo rapporto annotò che ‘da noi, al momento, non esiste niente del genere’”. L’istruzione, che uno dei nostri interlocutori ha definito “istruzione di tipo liceale” facendo riferimento allo stretto contatto tra studenti e professori che si recavano insieme in aula direttamente dal laboratorio o dal poligono, era la formazione del futuro. Non esistevano manuali sterili. Questo creava un’atmosfera fondamentalmente irripetibile.

Gli scienziati rimpiazzati dai carrieristi

Con il tempo si era formata una scuola, ma il fervore cominciò a scemare. I centri di ricerca scientifici iniziavano ad essere frequentati da persone non interessate. Caratteristiche di questi soggetti: uno sguardo strettamente tecnico sul mondo, formalismo e desiderio di fare carriera. “Quando oggi ci si chiede dove sia finito quell’ambiente, quella generazione di persone, verrebbe da rispondere che, in qualche modo, non siano andate da nessuna parte”, racconta Galina Orlova. “Molti dei nostri interlocutori nati negli anni Venti e Trenta lavorano come in passato nei propri istituti di ricerca. Del resto, la longevità lavorativa ha rivelato un’ulteriore caratteristica: una diffusa mobilità intergenerazionale. La grande scienza già nel 1970 si era rivelata in buona misura un fatto di competenza delle prime generazioni di scienziati arruolati”.

Gli eredi dei “grandi scienziati” scelgono strade diverse. Sebbene, di norma, la generazione precedente con la propria determinazione influisca attivamente sulla definizione di quella più giovane, il risultato finale è imprevedibile. Qualcuno rimane nell’istituto di ricerca in cui lavoravano padri e nonni, altri si recano all’estero. Tuttavia il nipote di uno dei collaboratori dell’istituto di fisica energetica, pure iscrittosi al Moskovsky Institut Fiziki (Istituto di Fisica di Mosca) su consiglio del nonno, non vi è rimasto a lungo: ha lasciato l’università, è diventato cuoco ed è assolutamente felice.

Articolo realizzato con materiali tratti dal giornale “Ogonek” e da informazioni proprie

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