Kennedy, il mistero dietro la Cortina di Ferro

Lee Harvey Oswald, in una foto tratta dal libro "Tre pallottole per il presidente" di Oleg Nechiporenko

Lee Harvey Oswald, in una foto tratta dal libro "Tre pallottole per il presidente" di Oleg Nechiporenko

Gli anni in Russia di Lee Harvey Oswald. Raccontati dall'ex colonello del Kgb che curò la pratica per la sua richiesta di visto. Gli inquietanti scenari dietro la morte del presidente americano. E l'indagine condotta dai sovietici

Oleg Nechiporenko, colonnello del KGB a riposo, conosceva l’assassino del Presidente americano John Kennedy. Non molto tempo prima della tragedia, lavorando presso l’ambasciata dell’Unione Sovietica in Messico sotto copertura diplomatica, aveva espresso il suo giudizio su Lee Harvey Oswald che aveva fatto la richiesta del visto. Il parere era arrivato fino alla dirigenza: a Oswald fu negato il visto sovietico. Quando Nechiporenko andò in pensione si mise a fare lo scrittore e alcuni dei suoi libri sull’assassinio del presidente Kennedy divennero best seller. Russia Oggi ha intervistato l’ex colonnello.

Oleg Maksimovich, ricorrono i 50 anni dal giorno in cui l’assassino di Kennedy salì al sesto piano del deposito di manuali scolastici a Dallas e gli sparò tre colpi. Le versioni che circolano non si contano più: si parla della congiura dei re del petrolio americani, degli intrighi dei fanatici cubani e addirittura delle macchinazioni dei servizi segreti sovietici. Oswald invece sarebbe un semplice capro espiatorio, come lui stesso si era definito davanti alle telecamere. È ora di far luce su questi misteri.

Ho la mia opinione su questa vicenda. Non sono affatto d’accordo con l’idea del “capro espiatorio”, a differenza di alcuni miei ex colleghi dei servizi segreti.

Iniziamo dalle cose più semplici: Oswald era arrivato in URSS con un visto turistico e aveva chiesto asilo politico nel 1959. Era una faccia nota al KGB.

Queste sono le cose più semplici? Ho scritto libri interi su questa storia, per anni ho studiato in archivio il fascicolo di Oswald.

Quindi era stata aperta un’inchiesta?

Lei che pensa? Per i due anni e mezzo trascorsi nell’Unione Sovietica ci sono sei voluminosi tomi. Si immagini: siamo nel 1959, tra i nostri Paesi c’è una pesantissima cortina di ferro, e tutto d’un tratto un ex marine si dichiara marxista, vuole prendere parte alla costruzione della società socialista e chiede di ottenere la cittadinanza sovietica. Il fatto era troppo inconsueto e aveva scatenato la reazione dei vertici. Così il KGB si è messo al lavoro.

Gli agenti segreti avevano messo Oswald sotto controllo?

È stato messo sotto controllo dal primo giorno in cui è arrivato in Unione Sovietica da turista – il 16 ottobre 1959 – fino al giorno della partenza, nel maggio del 1962. A quel tempo c’erano due sottosezioni del KGB a occuparsi dei turisti stranieri. La prima direzione generale (PGU) si interessava dei possibili candidati da reclutare e utilizzare in seguito come agenti oltreconfine. La seconda direzione generale invece – il controspionaggio – svelava i servizi segreti del rivale. Oswald però batté tutti sul tempo chiedendo, già il secondo giorno dopo il suo arrivo in URSS, alla guida Rimma Sh. di aiutarlo a fare la richiesta per ricevere la cittadinanza sovietica.

Questa Rimma Sh. era un vostro agente?

Quasi tutti gli addetti dell’“Inturist” collaboravano con noi. I tempi erano quelli. E la richiesta di un americano, a cui era stato subito assegnato il nome in codice “Nalim” (“bottatrice”, un pesce d’acqua dolce Ndr), veniva studiata ed esaminata dal KGB, dai servizi militari, dal Ministero degli Esteri, dall’OVIP (Dipartimento dei visti e delle registrazioni Ndr), dall’“Inturist” e dalla Croce rossa. La decisione di rifiutare la richiesta invece era stata presa dal Ministro degli affari esteri Gromyko, dal capo del KGB Semichastnyj e dal compagno Anastas Mikoyan che si occupava delle questioni internazionali nel governo e nel Comitato centrale del Partito.

La linea rossa tra Washington
e Mosca compie 50 anni

Il tipo dava del filo da torcere. E perché lo avete chiamato “Nalim”?

L’eco fu tremenda. Quante organizzazioni furono coinvolte in quella faccenda! “Nalim” era stato scelto perché i nostri agenti avevano poca fantasia. Lee Harvey Oswald, se guarda bene la sua fotografia, aveva in effetti qualche tratto di somiglianza con questo pescione. Bisogna anche ammettere che aveva un’energia incredibile. Quando la sua richiesta si bloccò riuscì comunque a tormentare tutti e senza sapere il russo. Scriveva lettere, supplicava, e quando la richiesta di cittadinanza fu respinta tentò di suicidarsi.

Non ne ho mai sentito parlare.

Si tagliò le vene, finì all’ospedale Botkinskij. Ma non si era fatto dei tagli profondi, si era fatto uscire un po’ di sangue per farci venire paura. In quel momento però tutti, anche il KGB, realizzammo che Oswald era un personaggio complicato. Se si prefiggeva uno scopo non lo abbandonava più. Capisce? Come se non gli fosse capitato nulla. E se di colpo avesse tentato un vero suicidio? Lo scandalo sarebbe stato a livello mondiale: un uomo di sinistra sogna la cittadinanza sovietica, gli viene rifiutata e cerca la morte. Per l’Occidente era un regalo. Presero così la decisione di non rilasciare la cittadinanza, limitandosi a un permesso di soggiorno temporaneo nel territorio dell’Unione Sovietica.

Ma lo spionaggio e il controspionaggio non cercarono di sfruttarlo come potenziale agente?

Al controspionaggio bastavano poche settimane per studiare un soggetto, venne condotta una verifica speciale da cui si trasse la seguente conclusione: “Non abbiamo alcun interesse nei riguardi del cittadino americano Lee Harvey Oswald”. Non serviva nemmeno al PGU (prima direzione centrale Ndr), quali informazioni segrete avrebbe mai potuto offrire?

Oleg Maksimovich, questo significa che ora io e lei stiamo mettendo un bel punto finale. Oswald non è stato un agente sovietico?

Mai. A nessun passò per la testa di assumerlo. Per i nostri servizi segreti era una persona non grata. C’erano anche dei dubbi sul suo conto, non era escluso che stesse comunque spiando gli americani. Quando si trasferì a Minsk, inoltrammo il fascicolo al KGB bielorusso. Fu come toglierci un macigno dallo stomaco. E, come ricordò il capo del KGB Semichastnyj durante una nostra conversazione, “il controllo su Oswald era di routine, con l’utilizzo degli agenti, delle tecnologie operative, dell’osservazione esterna…”

Non è chiaro perché lo abbiano mandato a Minsk.

Volevano mandarlo negli Stati baltici, ma Oswald si rifiutò in modo categorico. Accettò a stento Minsk. Poi si trasferì, andò a lavorare nella fabbrica di impianti radio come addetto della categoria più bassa e il Centro smise totalmente di interessarsi a lui.

Se era a un livello così basso sarà stata dura per Oswald sopravvivere.

Non si preoccupi. Tramite la Croce rossa furono stanziati 5.000 rubli su delibera del Comitato centrale del PCUS, gli vennero assegnati 700 rubli di stipendio e un appartamento.

}

Per gli standard di allora era un mucchio di soldi. Ma Oswald decise lo stesso di partire per gli USA.

Si rivelò un fannullone. Lavorava in modo grossolano. Altro che marxismo, non si interessava di niente. Non imparò mai bene il russo. In compenso era presente a tutte le feste, amava le ragazzine, sposò una ventenne, Marina Prusakovaya. Ecco tutti i suoi successi. A Minsk non lo avevano messo nemmeno sotto stretta sorveglianza. Si percepiva che aveva in mente di andarsene, perché mai far uscire le persone allo scoperto. Quando però sono saltati fuori i problemi per la partenza, di nuovo dimostrò un’energia e una scaltrezza incredibili. Si venne a sapere che, nonostante le sue dichiarazioni, non aveva rifiutato la cittadinanza americana. Partì con la giovane moglie bielorussa Marina, che nel frattempo aveva avuto un bimbo, e tutti tirammo un sospiro di sollievo. Questo tipo nervoso ed egoista ci era costato caro ed era stato totalmente inutile. Dopo la partenza venne formulata una conclusione sicura: “Nel corso di un’attenta disamina di Oswald non sono pervenuti dati che testimonino il suo legame con gli organi di spionaggio americani”.

Un uomo come Lee Harvey Oswald avrebbe potuto uccidere da solo il Presidente degli Stati Uniti? Con tutta la scorta che c’era e tenendo conto che non era un buon tiratore.

Sì, avrebbe potuto. E chi le ha detto che il tiratore “Nalim” non era bravo? A Minsk aveva comprato un fucile monocanna che usava quando andava a caccia. Anche negli Stati Uniti si procurò un fucile.

Oleg, lei è uno dei tre funzionari dell’ambasciata russa in Messico che ha parlato con Oswald qualche tempo prima dell’assassinio di Kennedy a Dallas, quando “Nalim” si rivolse a voi per chiedere il visto sovietico. Perché glielo avete rifiutato? Che cosa vi aveva messo in guardia?

A casa di Oswald, dopo l’attentato a Kennedy, gli americani trovarono i nostri documenti con il consenso negato per la richiesta di ingresso in URSS. Si immagina che macello sarebbe stato se gli avessimo dato il visto? Il 27 settembre 1963 Lee Oswald è venuto in ambasciata. All’inizio del colloquio era in uno stato di prostrazione, poi si è ripreso. Ci ha informato della vita a Minsk, del matrimonio con una cittadina sovietica. Il motivo per cui voleva ritornare in Unione Sovietica era la costante sorveglianza da parte dell’FBI. Prima parlava in modo irritato, poi era concitato. Mi sembrò una persona nevrastenica. È chiaro che a Minsk Oswald era stato sotto il nostro controllo, ma in un’ora di colloquio non ci sfiorò nemmeno l’idea di una possibile collaborazione con lui.

Perché?

Non era adatto alle operazioni. Parlava russo, ma storpiava le parole, la pronuncia era terribile, a volte passava all’inglese. Ci fu un secondo incontro in ambasciata, con due miei colleghi. Anche a loro apparve per quello che in fondo era, un nevrastenico.

Come ha fatto allora a uccidere Kennedy?

Per farla breve ci fu una serie di condizioni che si volsero incredibilmente a favore di Oswald. Per Kennedy, per l’America, per noi, fu una tragedia. Il 22 novembre 1963 scelse uno dei posti ideali per uccidere il Presidente, lungo il percorso del corteo presidenziale, ovvero la Dealey Plaza a Dallas. Ci sono due curve sulla strada: una di 90 gradi, mentre l’altra costringe le automobili a girare di 120 gradi. Oswald lavorava nell’edificio dove si trovava il deposito di manuali scolastici, proprio lungo il percorso del corteo. Poteva andarci senza problemi e nascondere il suo fucile con mirino ottico. Sorprende invece che la polizia non abbia controllato le case lungo il percorso, perché i servizi segreti solitamente non chiedevano quel tipo di ispezione. Per capire fino in fondo quale situazione si era venuta a creare ho coinvolto nel lavoro di ricerca i collaboratori della Polizia federale. Il loro capo ha confermato che la scelta era stata corretta e anche secondo lui l’edificio del deposito di manuali era un buon rifugio che offriva al tiratore l’opportunità di fare fuoco da un appoggio. Questo aumentava notevolmente la precisione del tiro. L’angolatura tra il tiratore e l’obiettivo unita alla pendenza della strada resero più semplice prendere la mira “da dietro”.

Ho capito bene quindi, persino un cecchino non esperto poteva riuscire a non mancare il colpo?

Sì, e anche gli esperti ritengono che in quelle condizioni i requisiti di professionalità dell’esecutore sono più bassi. Si può affermare con sicurezza che persino un tiratore medio sarebbe stato in grado di assicurare un’alta efficacia di tiro. Tre pallottole sparate da Oswald centrarono il bersaglio.

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta