Dall'Italia fino agli Urali per le spoglie del prozio

I parenti del caduto Ermenegildo Caironi all'ingresso del piccolo villaggio di Basjanovka, negli Urali centrali, dove c'è una fossa comune dei prigionieri italiani della campagna di Russia (Foto dall'archivio del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg)

I parenti del caduto Ermenegildo Caironi all'ingresso del piccolo villaggio di Basjanovka, negli Urali centrali, dove c'è una fossa comune dei prigionieri italiani della campagna di Russia (Foto dall'archivio del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg)

La tragedia della Seconda Guerra Mondiale riemerge 70 anni dopo la scomparsa del parente, che era partito soldato per la campagna di Russia e mai tornò in patria

Questa storia potrebbe essere la trama di un libro o di un film; nella realtà, episodi come questo sono accaduti in milioni di famiglie italiane, che hanno visto un loro caro partire per la campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.

I volontari che cercano i caduti
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Nel piccolo villaggio di Basjanovka, negli Urali centrali, vi è una fossa comune in cui furono sepolti i prigionieri di guerra italiani morti durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui è sepolto anche il soldato ventisettenne del Genio della Divisione Alpina Cuneense Ermenegildo Caironi.

I familiari di Caironi hanno affrontato un viaggio di migliaia di chilometri per visitare la tomba del soldato caduto e per posarvi una lastra memoriale: "A nostro figlio, nostro fratello, nostro zio. Ricordiamo il sacrificio della tua giovinezza e pregheremo sempre per te". Su richiesta dei familiari, il loro viaggio è stato organizzato dal Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg e dal professore dell'Accademia Statale di Giurisprudenza degli Urali Vladimir Motrevich, dottore di ricerca in Storia, che da circa trent'anni conduce le ricerche sui luoghi di sepoltura dei prigionieri di guerra stranieri.

"La visita dei parenti di Ermenegildo Caironi, organizzata dal Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg, si è svolta nell'ambito del Protocollo sullo status delle tombe militari firmato da Italia e Russia, - spiega il Console Onorario della Repubblica Italiana a Ekaterinburg Roberto D'Agostino. - Dalla sua entrata in vigore, cioè ormai da 22 anni, i parenti dei prigionieri di guerra italiani sepolti nel territorio dell'ex Unione Sovietica hanno la possibilità di visitare le tombe dei loro cari. L'organizzazione di questi eventi è diventata più semplice con l'apertura del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg".

Foto dall'archivio del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg

Il cippo in memoria dei soldati italiani che trovarono la morte sugli Urali durante la campagna di Russia (Foto dall'archivio del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg)

Ermenegildo Caironi aveva ancora tutta la vita davanti a sé. Il giovane fu chiamato al servizio militare e non appena terminata la leva fu inviato in Albania. Una volta tornato nella sua divisione, ricevette un nuovo ordine: combattere la guerra in Russia. Ad aspettare il ritorno del soldato a casa rimasero i genitori, il fratello e le sette sorelle. A soli ventisei anni, Ermenegildo non aveva avuto il tempo di farsi una famiglia.

"Lui non voleva combattere contro la Russia, ma a quel tempo in Italia c'era un regime molto duro. Come tutti i soldati, di ogni Paese e di ogni esercito, non poteva disobbedire agli ordini, - racconta Giovanni Caironi, nipote del caduto. - Quando nostro zio arrivò in Russia, io avevo solo tre anni, e tutti i miei ricordi di quell'epoca sono come avvolti nella nebbia dell'infanzia. Dai racconti dei miei genitori e dalle lettere che lui scriveva dal fronte, però, sappiamo che era un uomo molto buono: persino mentre si trovava nelle retrovie dell'esercito nemico egli provava compassione per la gente russa".

"Sono già alcuni giorni che avanziamo e vediamo prigionieri di guerra. Vi sono interi camion pieni di prigionieri. Attraversiamo pianure immense e maestose, non c'è ombra da nessuna parte. Per trovare l'acqua dobbiamo camminare a lungo, fino a raggiungere qualche piccola località. Ho visto adulti e bambini costretti a fuggire abbandonando le loro case; quando tornano indietro, le loro abitazioni sono ormai distrutte. Provo compassione per loro...". Luisa Mocchetti con voce tremante per l'emozione legge alcuni passi delle lettere inviate dal fronte da suo zio.

La madre di Ermenegildo, Agnese, morì qualche anno dopo la fine della guerra e fino all'ultimo rimase convinta che il figlio avesse trovato asilo da qualche parte in Russia e che sarebbe sicuramente tornato. Ma il miracolo non avvenne. Solo nel 1951 dal Ministero della Difesa italiano giunse ai nipoti una lettera ufficiale in cui lo zio venne dichiarato disperso. Nel 1993, quando vennero aperti gli archivi militari, i familiari del soldato seppero che egli era stato inviato in un campo di prigionia a Basjanovka e che vi era morto il 30 gennaio 1943 all'età di 27 anni.  

"Ancora oggi non conosciamo le circostanze della sua morte e saremmo felici di trovare qualche informazione, - afferma Franco Mocchetti, pronipote di Ermenegildo. - Forse da qualche parte si è conservata la sua piastrina di riconoscimento".

Gli ospiti italiani ammettono di avere impiegato quasi vent'anni per decidersi a venire in Russia a visitare la tomba del loro prozio. Sulle prime, il viaggio in un Paese così lontano e assolutamente sconosciuto era parso loro irrealizzabile e Basjanovka, sperduto villaggio della provincia russa, irraggiungibile.

Foto dall'archivio del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg

I parenti del caduto Ermenegildo Caironi arrivati dall'Italia a Ekaterinburg per visitare i luoghi dove il loro congiunto ha perso la vita durante la Seconda Guerra Mondiale (Foto dall'archivio del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg)

"La nostra nonna però desiderava tanto vedere la Russia, sognava di ritrovare suo figlio, - spiega Giovanni Caironi. - E noi siamo così contenti di essere qui, per noi è un onore visitare questo luogo... Siamo venuti qui a portare il nostro amore e la speranza che venga un giorno in cui nessuna madre su questa terra dovrà più aspettare che suo figlio ritorni dalla guerra".

Sergei Radchenko, segretario responsabile della Società Znanie, un'organizzazione della regione di Sverdlovsk, professore di Filosofia presso l'Accademia Ortodossa Russa commenta: "Questi soldati furono mandati a combattere contro i russi, e qui negli Urali, nel profondo della Russia, essi trovarono la morte. Dal punto di vista umano provo compassione per queste persone: loro non sono i volontari dei reparti italiani delle SS, venuti qui per sottometterci e annientarci al seguito di Hitler... Molto probabilmente, questi italiani non volevano combattere contro i russi. Mi dispiace per i loro cari, che in loro persero il sostegno e il nutrimento della famiglia... mi dispiace per i loro padri, le mogli, le madri, i figli... La maggior parte della gente si tiene lontana dalla politica, pensa che essa non la riguardi. Ed è per questo che i vertici politici prendono le loro decisioni senza considerare i cittadini comuni, senza domandare la loro opinione né il loro consenso. La guerra è sempre una tragedia, e in primo luogo una tragedia delle singole persone. Speriamo che nel nostro Ventunesimo secolo ciò non si ripeta e che i cittadini partecipino in modo più attivo alla politica, in difesa dei propri interessi".  

Secondo i dati del Consolato Onorario d'Italia a Ekaterinburg, 7.238 prigionieri di guerra italiani furono portati negli Urali, nelle repubbliche di Bashkirija e Udmurtija e nelle regioni di Kirov e Orenburg, negli anni tra il 1943 e il 1949; 3787 di loro morirono. Negli Urali centrali vi sono fosse comuni dei prigionieri di guerra italiani a Basjanovka, nei pressi di Nizhnij Tagil e nei pressi di Asbest.

L'ultima volta che dei parenti di soldati italiani erano venuti nella regione di Sverdlovsk era stata 13 anni fa. Secondo le informazioni fornite dal professor Vladimir Motrevich, i prigionieri italiani che furono trasportati a Basjanovka nel 1943 provenivano da Stalingrado. Dopo l'uscita dell'Italia dalla coalizione hitleriana, i prigionieri superstiti furono rimandati in patria.

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