“In Russia ho scoperto un’arte libera e genuina”

Il critico Antonio Geusa, in Russia da dieci anni (Foto: Ufficio Stampa Mmoma)

Il critico Antonio Geusa, in Russia da dieci anni (Foto: Ufficio Stampa Mmoma)

Il critico Antonio Geusa vive da dieci anni a Mosca e si è occupato della mostra “Lost in Translation” alla 55ma Biennale di Venezia, dedicata alla scena contemporanea russa degli ultimi decenni, e dell'esposizione legata agli emergenti del Premio Kandisky

Il linguaggio dell’arte, da sempre uno dei punti di contatto più forti tra la Russia e l’Italia, può essere uno strumento formidabile per comprendere l’anima di un popolo e di un Paese. Lo sa bene Antonio Geusa, il quale, dopo una laurea in Lingue e Letterature straniere a Bari e in Media Arts alla Royal Holloway University di Londra, è venuto a vivere in Russia per immergersi in quella cultura che aveva imparato ad amare attraverso le letture e gli studi.

“La funzione dell’arte è quella di rappresentare il mondo così com’è, perfino nei lavori astratti. Così, attraverso la scena artistica contemporanea, ho imparato a conoscere un’altra cultura, un altro modo di interpretare il mondo”. Da dieci anni a Mosca, Geusa è critico e curatore indipendente, tra i massimi esperti di storia della video arte russa.

Nel corso del 2013 ha curato la mostra “Lost in Translation”, evento collaterale della 55ma Biennale dell'Arte di Venezia, nonché l’allestimento del Premio Kandinsky, dal 2007 la principale rassegna indipendente di arte contemporanea in Russia.

Ciò che più lo affascina nella scena russa degli ultimi decenni, spiega, è la sua natura autentica, disinteressata ai ritorni economici o al successo personale: “Bisogna tenere presente che fino al crollo dell’Unione Sovietica l’arte contemporanea era un fenomeno underground, perché era vietato esporre opere che non rispettassero i canoni del realismo socialista. Gli artisti sviluppavano le loro creazioni senza un pubblico e senza un mercato: si faceva arte solo per amore dell’arte, perché in altro modo non si poteva sopravvivere”.

Anche dopo essere uscita dalle catacombe, con il collasso del regime sovietico, questa comunità artistica ha mantenuto almeno in parte le sue peculiarità: “L’arte russa è ancora genuina, poco condizionata dalle strategie commerciali o dalle scelte delle gallerie e dei curatori. È questo aspetto che più la distingue dalla scena occidentale, ed è il motivo per cui continuo a vivere e lavorare qui”.

Antonio Geusa (il secondo da destra), ha partecipato all'organizzazione della mostra “Lost in Translation”, inserita nell'ambito della 55ma Biennale dell'arte di Venezia (Foto: Ufficio Stampa Mmoma)

Eppure, questa atmosfera di sperimentazione e libertà creativa sembra stridere con le poche notizie sul mondo degli artisti russi che arrivano in Italia e che ci parlano soprattutto di polemiche col potere e pesanti censure: “Il paradosso - chiarisce il curatore italiano, - è che gli artisti sono liberi, anche di adottare un approccio politico forte, ma le limitazioni possono sorgere al momento dell’esposizione: le istituzioni collegate con lo Stato preferiscono non affrontare temi politici o religiosi in modo provocatorio. Se si vuole esprimere una critica politica, comunque, si può assolutamente farlo, purché si comprenda la necessità di farlo in modo originale, ironico e intelligente”.

Una difficoltà si può cogliere, piuttosto, nell’interpretare ciò che si vede esposto: “Non tutto ciò che si fa in Russia è immediato; spesso, per cogliere l’essenza delle opere, non basta assistere alla mostra. Io stesso, quando sono arrivato a Mosca, trovavo molto difficile decifrare determinati lavori, di cui pure conoscevo l’importanza a livello mondiale”.

L’esigenza di rendere il linguaggio artistico accessibile a un pubblico straniero ha ispirato, fin dal titolo, l’allestimento poco convenzionale della mostra “Lost in Translation” alla Biennale dell'Arte di Venezia: “Il concept della mostra era presentare opere comprensibili a chi vive la realtà russa, ma non agli stranieri. Perciò si è deciso di inserire didascalie di accompagnamento che non erano interpretazioni delle opere, bensì spiegazioni del loro contesto sociale: un fatto politico, un personaggio storico, un aspetto del costume russo o un modo di dire. Era un rischio, però è stata una scommessa azzeccata: il successo è andato oltre le aspettative, e organi di stampa internazionale, come Le Monde, ne hanno riportato recensioni entusiaste”. 

Un risultato più che lusinghiero che Geusa conta di bissare con il progetto che sta seguendo a Mosca per la prima volta, ovvero l’allestimento della settima edizione del prestigioso Premio Kandinsky: “Sono sinceramente sorpreso dal successo della mostra: nel primo fine settimana c’è stato un afflusso continuo di pubblico, persone comuni estranee al circuito degli artisti e degli espositori”.

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta