Le tappe che ci portano a Sochi 2014

Nikolai Dolgopolov, giornalista sportivo, vice caporedattore del quotidiano Rossiyskaya Gazeta (Foto: Viktor Vasenin / RG)

Nikolai Dolgopolov, giornalista sportivo, vice caporedattore del quotidiano Rossiyskaya Gazeta (Foto: Viktor Vasenin / RG)

Il giornalista sportivo Nikolai Dolgopolov, dalla lunga “carriera olimpica”, svela i retroscena sui Giochi invernali russi

Il veterano del giornalismo sportivo russo, Nikolai Dolgopolov, racconta le pagine più salienti della storia delle Olimpiadi degli ultimi trent’anni.

Lo speciale su Sochi 2014

Nikolai Dolgopolov, vice caporedattore del quotidiano Rossiyskaya Gazeta, è uno dei più autorevoli giornalisti sportivi della Russia, con alle spalle una dozzina di Olimpiadi, a partire da quella di Montreal del 1976. Dopo aver girato tutto il mondo con gli atleti russi, il giornalista attende con particolare trepidazione l’inizio delle Olimpiadi invernali di Sochi 2014.

Con quale stato d’animo attende i Giochi olimpici invernali di Sochi?

Con grande gioia. Nel 2004 si formò un gruppo di persone che credevano fermamente che le Olimpiadi invernali di Sochi fossero possibili. L’ispiratore del gruppo è l’attuale capo del Comitato organizzatore “Sochi-2014”, Dmitri Chernyshenko. Se io ci credevo al 99 per cento, lui ci credeva al 120 per cento. Nel 2007, nella lontana Città del Guatemala, si svolse l’ultimo round di votazioni, accompagnato da grande eccitazione e dalle classiche voci di corridoio. Portavo lo stesso abito che viene di solito indossato dalla delegazione ufficiale russa e quindi mi lasciavano passare dappertutto. Mi imbattei in una vecchia conoscenza, uno dei responsabili del Comitato Olimpico Internazionale che mi chiese come mai fossi così triste. Gli spiegai che non mi era chiaro chi avesse vinto alla fine, se noi o la Corea. Allora, il mio amico straniero mi si avvicinò e mi disse: “Avete vinto voi, di due o tre voti. Ma non dirlo a nessuno”.  Attorno a me, tutti erano agitati, ansiosi, mentre io ero assolutamente calmo.

Come è iniziata la sua “carriera olimpica”? Deve essere stato piuttosto giovane quando partecipò alla sua prima Olimpiade.

Sì, ero piuttosto giovane. Mi ritrovai a Montreal per una serie di coincidenze. Quando ero ancora uno studente, facevo l’interprete per il Comitato sportivo dell’Urss: in patria, lavoravo con le squadre straniere, mentre all’estero accompagnavo i sovietici. Mi proposero di andare in Canada a fare l’interprete per le squadre degli sport acquatici. A quei tempi scrivevo molto su di loro anche in qualità di giornalista. Ed è così che iniziò tutto. Avevo accesso agli eventi olimpici come membro della delegazione sovietica, nonostante non fossi ancora un giornalista accreditato. Mi recai subito al Comitato organizzatore, dove però si stizzirono un po’. “Che cosa ci fa lei qui, come è possibile?”, mi dissero, ma alla fine riuscii a persuaderli e mi diedero l’accredito stampa ufficiale. Credo mi abbia aiutato il fatto che sapessi parlare francese, visto che a Montreal lo preferiscono all’inglese. Così iniziai a muovermi in due modi: quando andavo a vedere le gare di pallamano o di atletica, mostravo l’accredito giornalistico, mentre quando accompagnavo gli atleti degli sport acquatici mi sedevo letteralmente a bordo piscina in qualità di interprete. Riuscii a vedere le Olimpiadi di Montreal da molto vicino. Fui davvero fortunato: non capita a tutti di partecipare per la prima volta alle Olimpiadi e di finire subito in una posizione vantaggiosa, se non quasi privilegiata. Al giorno d’oggi, ciò non è più possibile.

Dopo quella prima esperienza, ha partecipato ad altre 11 Olimpiadi. Di quali conserva un ricordo più vivido?

La prima che mi viene in mente è quella più amara: l’Olimpiade di Salt Lake City, nel 2002. Ero così convinto che le nostre atlete avrebbero vinto la staffetta femminile di sci di fondo che avevo già abbozzato l’articolo sulla loro vittoria. Ero in piedi sulla collina di Soldier Hollow che aspettavo, quando un mio amico tedesco mi passò il binocolo e mi disse: “Nicolai, le russe non ci sono!”. Non ci potevo credere che fossero state squalificate per doping. Per quanto riguarda invece le impressioni positive che conservo, sono un po’ particolari. A Nagano, nel 1998, chiesi a Tamara Moskvina, allenatrice delle coppie di pattinaggio artistico, quale dei suoi due duetti avrebbe vinto. E lei mi fece intendere che quelle Olimpiadi sarebbero state vinte dalla coppia Kazakova-Dmitriev, mentre quelle successive da Berezhnaya-Sikharulidze. Rimasi davvero impressionato dal livello di precisione della sua risposta: non si limitò a dirmi se avrebbero vinto i nostri o meno; mi disse nello specifico chi avrebbe vinto e quando. Sono davvero orgoglioso dei nostri pattinatori. Se il mio atleta preferito Evgenij Plushenko sarà in forma, sono sicuro che a Sochi – la sua quarta Olimpiade – ci farà di nuovo vedere di che pasta è fatto.

Ha un’Olimpiade preferita?

Quella di Mosca, naturalmente. Il caso volle che il Comitato organizzatore dei Giochi Olimpici venisse aperto proprio di fronte a casa mia e la redazione del giornale volle che me ne occupassi subito io. È così che iniziai un incarico a cui dedicai sei anni della mia carriera. Messa da parte la timidezza iniziale, riuscii a sapere tutto di quei Giochi. Potevo lavorare sia come giornalista che come guida. Quando le Olimpiadi si “giocano in casa” il vantaggio è che sei tu a farla da padrone. Una sensazione indescrivibile.

Una delle Olimpiadi che forse ha più a cuore è quella di Pechino, quando partecipò alla staffetta della fiamma olimpica.

Me lo avevano proposto anche prima, solo che tra una cosa e l’altra non ero mai riuscito a parteciparvi. In Cina, invece, è successo. Ho dovuto volare da Pechino al confine del Paese, cambiando due volte aereo, per raggiungere una zona montagnosa, dove convergono il Laos, il Vietnam e la Cina. Noi tedofori eravamo accampati molto in alto. Io ero l’unico russo. Il gruppo che avevano messo assieme era piuttosto interessante: c’erano degli scienziati americani, un generale, presidente della federazione di taekwondo, il capo di una delle più grandi aziende della Corea del Sud, e poi, non so per quale motivo, un gruppetto di ragazze filippine. Eravamo tutte persone diverse, ma facemmo presto amicizia. Ci spiegarono come dovevamo maneggiare la fiaccola: essa va retta con il braccio leggermente flesso e con l’emblema ben visibile sul davanti. Quando ci si passa il testimone, bisogna avvicinare le due fiaccole e contare fino a cinque. Al cinque si accende la fiamma.

A che cosa pensava mentre stringeva tra le mani la torcia olimpica?

A me era toccata la tappa sul Monte del Drago di Giada. A dire il vero non mi rendevo nemmeno conto del tratto che stavo percorrendo. Ascoltavo solo la folla lungo il tragitto incoraggiarmi, incitarmi: “Professore, professore!”. Quella non era nemmeno gioia, era euforia selvaggia. E tutto sembrava possibile.

Ed è ancora così?

Se Dio vuole, nella staffetta della fiamma olimpica di Sochi, correrò una tappa nella regione di Krasnoyarsk.

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