Solonovich e il suo amore per i sonetti di Belli

Il traduttore e critico russo Evgenij Solonovich nel giorno della laurea honoris causa all'Università La Sapienza di Roma (Foto: Maria Grazia Gueli / Università La Sapienza)

Il traduttore e critico russo Evgenij Solonovich nel giorno della laurea honoris causa all'Università La Sapienza di Roma (Foto: Maria Grazia Gueli / Università La Sapienza)

Il celebre studioso e poeta russo racconta di essersi avvicinato alla letteratura italiana grazie alla sua passione per l’opera lirica e svela i segreti delle traduzioni dei versi popolari in romanesco

"L’Italia è la mia vita!". Queste parole esprimono pienamente l’amore di Evgenij Solonovich per la cultura e la letteratura italiana. Il celebre studioso, traduttore, critico e poeta russo racconta di essersi avvicinato alla letteratura italiana grazie alla sua passione per l’opera lirica: conosce a memoria le opere di Puccini, Rossini e  Verdi.

Il 21 febbraio 2013 l’Università La Sapienza di Roma ha conferito a Evgenij Solonovich la laurea honoris causa in Scienze del Testo, con la seguente motivazione: "In considerazione degli altissimi meriti resi nel campo degli studi russo-italiani, attraverso le sue traduzioni", che sono in particolare relative a Dante, Belli, Saba, Montale e Quasimodo.

Quali sono le sue impressioni sulla giornata della sua laurea honoris causa in Scienze del testo all’Università La Sapienza di Roma?
È stata una festa per me inaspettata. È stata una cerimonia molto solenne, un grande onore per me, mi sento orgoglioso di questo riconoscimento della mia attività letteraria. Sono venuti anche i colleghi da Mosca, è stata una giornata indimenticabile.

Nelle traduzioni dai dialetti italiani quali difficoltà ha trovato?
Riguardo i poeti dialettali ho tradotto, all’inizio della mia carriera, le poesie in siciliano di Ignazio Buttitta. Le sue poesie, che non  conoscevo, erano nella traduzione in italiano di Salvatore Quasimodo; così, con l’aiuto della traduzione italiana, ho pubblicato un libretto su Ignazio Buttitta. Questa è stata la prima esperienza di traduzione da uno dei dialetti italiani. Visto che Buttitta era un poeta popolare, era importante trovare i modi parlati, perché la lingua russa non ha dialetti come quella italiana, ci sono delle differenze fonetiche di pronuncia, ma non le differenze, come in Italia, tra l’italiano letterario e i dialetti. Poi è venuto il turno di Giuseppe Gioacchino Belli, ho affrontato le traduzioni di Belli come le traduzioni da una lingua, perché il dialetto romanesco o la lingua trasteverina, come la definivaGogol,era una lingua di comunicazione in Italia, nella Roma papalina. I sonetti romaneschi di Belli sono definiti dallo stesso autore “monumento della plebe di Roma”, dovevo  rendere il vernacolo di questo popolo, traducevo dal trasteverino al russo. Il problema era trovare il linguaggio corrispettivo alla gente trasteverina romana del periodo belliano, degli anni ‘30 e ‘40 dell’800. Non ho trovato subito il registro giusto per questo poeta, cercavo la lingua corrispettiva e quando ho sentito di averla trovata mi sono immedesimato con Belli, mi sono sentito più libero come suo traduttore, cercavo di dare il carattere del linguaggio di Belli se avesse scritto direttamente in russo.

Quali escamotage ha utilizzato per rendere in russo tante frasi così dirette, senza perdere l’intento ironico?
La poesia ironica  raddoppia le difficoltà di un traduttore. Mi sono immedesimato con Belli, il senso dell’humor ce l’ho per natura, perciò non è stato difficile. Naturalmente la traduzione comincia con la scelta, scegliendo i vari sonetti di Belli, che sono tutti impregnati di ironia e di satira, ho cercato di  mostrare il poeta che rappresenta tutti gli strati del popolo romano suo contemporaneo, siccome il senso di humour per i romani che conoscono Meo Patacca, Pasquino è particolare, ma è qualcosa che possiedo anche io, non mi è stato difficile rendere questa ironia di Belli.

Com’è nato il suo interesse per la poesia italiana e in particolare per  Belli?
L’interesse è nato quando mi sono laureato in lingue, la prima lingua è stata quella italiana. Il primo contatto con la poesia ermetica è stato di rigetto, non riuscivo a capire e ad apprezzare Montale e gli altri poeti. Nel ‘58 a Mosca venne una piccola delegazione di poeti italiani, tra cui Quasimodo. Il primo giorno a Mosca fu colpito da un infarto. Io andavo a fargli visita e gli facevo domande sulla sua poesia, chiedevo delle decifrazioni di alcuni passaggi oscuri di un poeta ermetico. Così, a poco a poco, ho capito l’importanza della poesia italiana del ‘900. Questo amore per la poesia italiana mi aiutava a trovare i testi che volevano da me essere tradotti,  come diceva la poetessa Margherita Guidacci: “Traduco le poesie che vogliono da me essere tradotte”.

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