Marco Bellocchio, nel nome di Gogol e Dostoevskij

Il regista italiano ospite nella capitale russa del quarto Festival cinematografico "Venezia a Mosca" con la sua "Bella addormentata"

Al IV Festival Cinematografico “Venezia a Mosca”, tenutosi tra il 6 e il 12 marzo 2013 nella capitale russa (la rassegna moscovita è stata replicata tra il 16 e il 22 marzo 2013 a San Pietroburgo), insieme alle grandi produzioni del cinema d’autore scelte tra le pellicole della 69ma Mostra del Cinema di Venezia, sono stati presentati, per la prima volta, anche film documentari di alto livello artistico.

Un’esperienza questa che verrà sicuramente ripetuta nelle prossime edizioni, visto che l’accoglienza riservata alle pelliccole non-fiction da parte del pubblico locale, generalmente preparato, esigente e rigoroso nella critica, è stata ottima.

Inaugurata da “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, la rassegna moscovita ha offerto un ventaglio completo delle tendenze del cinema italiano odierno, con commedie, drammi e pellicole a sfondo sociale e politico. Quest’ultime, trattando problematiche italiane non sempre conosciute in una Russia che spesso preferisce avere una visione idealizzata della vita del Belpaese, hanno destato particolare curiostà ed interesse tra gli spettatori.

È questo il caso del documentario “Come voglio che sia il mio futuro” di Ermanno Olmi, che attraverso una raccolta di interviste realizzate in tutta Italia, racconta le aspettative, le speranze, le delusioni e i timori dei giovani italiani d’oggi.

In “Sfiorando il Muro” la regista e protagonista Silvia Girallucci sfoglia insieme al pubblico le pagine del suo diario personale e, raccontando del terrorismo brigatista degli anni ’70 che la privò del padre, apre un capitolo su una parte di storia italiana del XX secolo in Russia nota a pochi.

Foto: Calogero Russo
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Con “Bella Addormentata”, poi, la cui trama parte dal fatto di cronaca legato alla vicenda di Eluana Englaro, il Maestro Marco Bellocchio, ospite d’eccezione della rassegna, dà voce anche a Mosca alla problematica dell’eutanasia, di cui in Russia si usa parlare poco, essendo essa vietata dalla legge.

Come ha sottolineato il Maestro, sia nel dibattito che ha seguito la proiezione del film, sia durante la masterclass svoltasi presso l’Istituto Cinematografico di Mosca, il film prende spunto da una vicenda ma vuole porre in maniera più ampia e ben al di là del fatto di cronaca il problema del significato della vita e del perché e in che termini la vita vada salvaguardata.

Maestro Bellocchio, quali sono i registi russi conosciuti in Italia e che Lei apprezza?
A suo tempo conobbi Andrei Tarkovskij che ammiravo moltissimo. Fino a qualche anno fa in Italia si parlava molto di Nikita Mikhalkov. Oggi un autore presente è senzaltro Aleksandr Sokurov, di cui ho visto molti film. Bellissimi “Sonata per Hitler”, il “Toro”. “Faust” mi è piaciuto meno perché troppo barocco. Mi hanno parlato bene di Karen Shakhnazarov. Per il resto, la grande tradizione del cinema russo da noi è assente, per colpa dell’ottusità della diffusione italiana. Mi confermavano, comunque, che il mercato russo oggi è dominato dai blockbuster e dal cinema locale, che, però, appunto, noi non conosciamo.

E il cinema sovietico. Quanto è conosciuto in Italia?
I classici sono conosciuti da me e pochi altri. Alla scuola di cinema scoprii il grande cinema russo muto che produsse opere valide tuttora. In un’epoca in cui si cerca la libertà si rimane attoniti pensando a come Ejzenstejn riuscì a creare dei capolavori facendo film di propaganda. Oggi sarebbe inconcepibile ma allora c’era una tale vitalità e una tale voglia di cambiare che la sua arte si innestò perfettamente in questo.

I classici del cinema italiano sono sempre stati molto conosciuti ed apprezzati anche in epoca sovietica. Paradossalmente il nostro cinema riuscì ad entrare anche in un Paese estremamente chiuso.
In Unione Sovietica il cinema era il partito comunista e il cinema neorealista per i sovietici era un punto di riferimento, la bussola, accettata dallo Stato. In realtà i grandi capolavori del cinema neoralista non sono per niente realisti, ma erano interpretati come tali. “Ladri di biciclette”, “Sciuscià” erano il cinema neorealista e tutta una serie di autori molto più comunisti che bravi, celebrati però perché conformi al’ideologia del regime, come ad esempio De Sanctis.

Ha mai pensano di girare un film sulla Russia collaborando con registi russi?
Credo che dovrebbe esserci un’occasione che parte da una storia che abbia a che fare con il paesaggio russo e magari con un italiano che sta in Russia per qualche motivo.

E la letteratura russa?
Per la mia formazione, la letteratura russa e il teatro hanno avuto maggiore importanza dei grandi romanzi francesi. Ho letto tutto Dostoevskij, Gogol, Pushkin, Tolstoj, Turgenev. Feci un film dal “Gabbiano” di Chechov.

Quali impressioni Le ha lasciato la Russia?
In Russia sono stato tre volte per pochi giorni e mi sono sempre dovuto affidare a scoperte e impressioni che si raccolgono passando. La prima volta fu ai tempi di Gorbaciov, quando presentai “Salto nel vuoto”; tornai poi 10 anni dopo a presentare “La balia”. Oggi ho visto una nazione con un’identità a me quasi sconosciuta che nei suoi aspetti esteriori ha introiettato immagini e regole delle società neocapitaliste. Mi hanno parlato di una dimensione patriottica che tende ad accentuarsi, di una rivalutazione di Stalin come vincitore della Seconda Guerra Mondiale, di democrazia autoritaria. E mi ha colpito, in modo particolare, che, come mi hanno detto, in Russia ti finanziano un progetto solo se non parli male del potere, mentre in un Paese sconclusionato come l’Italia, se chiedo al Ministero della Cultura un contributo, esso non mi viene negato, anche se il soggetto che si intende trattare è polemico nei confronti delle istituzioni.

L'intervista in versione ridotta è stata pubblicata nell'edizione cartacea di "Russia Oggi" del 28 marzo 2013

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