L'arte di Tilman: il sacro che nasce dal riciclo

Lo scultore di origine siberiana ridà vita a materiali trovati in riva al mare per rivisitare l’iconografia russa. E crea pesci e insetti metallici nel suo laboratorio milanese
Lo scultore di origine siberiana Yuri Tilman nel suo laboratorio (Foto: archivio personale)
Lo scultore di origine siberiana Yuri Tilman nel suo laboratorio (Foto: archivio personale)

Mentre prepara l’opera da esporre all’Umanitaria di Milano per l’evento “Orto d’artista”, dal 21 al 24 aprile 2013, e quelle per la mostra precedente, dal 9 al 18 aprile 2013, alla biblioteca di Corso Sempione, sempre a Milano, Yuri Tilman ci ha aperto le porte del suo laboratorio meneghino.

Tra lamine di ferro arrugginite, icone, insetti che fanno capolino da un frigorifero e opere ispirate all’Apocalisse, emergono le tracce di un percorso originale. Iniziato nell’Estremo Oriente sovietico, passato per Mosca negli anni '60 e '70 e proseguito in Italia, dove gli scarti della società consumistica, lavorati dalla natura, si mischiano alla tradizione russa reinventando una nuova estetica.


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di Yuri Tilman

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“La scultura può essere paragonata alla prosa, la pittura è poesia. Esistono giovani pittori già fatti, ma per la scultura ci vogliono sia tecnica che conoscenza. Per questo ho sempre sperimentato tecniche nuove, influenzato dal contesto in cui vivo. E nelle mie opere ci sono l’arte classica, i poemi greci, la Bibbia, l’Apocalisse, l’iconografia: tutta la mia cultura”.

Ogni sua opera è un’allusione: alla storia, all’arte, alla teologia…
Mio padre, un ufficiale, aveva un atlante enorme. Da bambino lo sfogliavo, giocavo con la storia. Strappavo le teste dei guerrieri assiri e le attaccavo a quelli egizi. È una passione che arriva da lontano. All’università di Mosca mi sono specializzato in archeologia e al seguito delle spedizioni, con un lasciapassare: negli anni '60 ho viaggiato in Crimea, Tagikistan, Armenia, Georgia, Siberia. Nel frattempo frequentavo la Stroganov, l’Accademia di Belle arti, ho iniziato a lavorare al museo del Cremlino, dove organizzavo le esposizioni, e al Pushkin, come restauratore di sculture. Dall’accademia poi mi hanno allontanato, accusato di non realismo. Stavano rinascendo i movimenti artistici, un’avanguardia underground. Era la metà degli anni '70 e io iniziavo a scolpire e sperimentare. Così ho preso parte al movimento e la mia vita a Mosca è diventata sempre più difficile. Nell’84 io e Francesca, mia moglie, abbiamo deciso di partire per l’Italia.

La creazione delle icone inizia poco dopo. Un ricordo del suo periodo moscovita?
È stato spontaneo: l’iconografia è la base della mia cultura, ma non so se le mie creazioni si possano definire russe. Conosco bene le immagini teologiche tradizionali grazie ai miei studi. Preziose, con tanto oro e argento, la tecnica e la scelta dei materiali molto rigide. Io non le imito. Dell’icona classica sono rimaste l’aureola e le sigle. Il resto è solo un accenno ai simboli cristiani, talmente insiti nella nostra cultura da essere riconoscibili da tutti. Alla Crocifissione, all’Ultima cena, alla Deposizione mi basta semplicemente alludere.

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Lei usa i materiali che in genere vengono buttati. Come mai?
L’estetica è dappertutto. Amo il mare e raccolgo materiali sulla spiaggia, consumati e lavorati dall’acqua. Sono pieni di vita silenziosa. Fondi di lattine, tappi di bottiglia, bulloni, chiodi, catene di biciclette e assi di legno. I bottini migliori li raccolgo vicino a un cantiere navale, magari dopo le tempeste. E poi lavoro i materiali con semplici attrezzi di metalmeccanica. In un certo senso lo devo a Krushov: voleva che si imparasse un mestiere dopo la scuola. Così sono andato in fabbrica e ho lavorato al tornio. Per suggerire i Magi in viaggio verso Betlemme mi basta lavorare una molla e le vecchie serrature diventano la mia Natività.

È rimasta qualche traccia di Siberia nella sua arte?
Non credo. Odiavo il freddo. Sognavo i paesi tropicali e ritagliavo le immagini dei pesci dalle etichette delle conserve. I miei genitori erano nell’esercito, insegnavano cinese ai militari a Kansk, all’epoca di Stalin. I primi sei anni della mia vita li ho passati vicino ai campi di concentramento, davanti a casa mia c’era il filo spinato. Della Siberia è rimasta solo la voglia di mare e di paesi lontani. E infatti in molte tavole trasformo i materiali di scarto in pesci.

E dell’estetica italiana cosa c’è nelle sue opere?
L’arte è italiana per definizione. Leonardo da Vinci con i suoi disegni di meccanismi medievali ha influenzato il mio periodo costruttivista e geometrico, ispirato alla Bibbia e all’Apocalisse. Lavoravo i rami di erica aprendoli in parti sottili. E, a proposito di estetica italiana, una delle prime cose che mi ha colpito al mio arrivo a Milano fu il design della rubinetteria. Una varietà immensa di forme. Per me era qualcosa di esteticamente nuovo. Raccoglievo e componevo i pezzi, finché mi sono accorto che assomigliavano alle zampe, alle antenne, al corpo di scarafaggi, millepiedi, libellule. Sono nati così i miei insetti metallici.

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