Quando è che le donne hanno potuto votare per la prima volta in Russia?

Russia Beyond (Foto: Dmitrij Levitskij/Galleria Tretjakov; Dominio pubblico; russiainphoto.ru)
Sebbene con restrizioni, e a lungo con la formula della “delega” a un maschio, è stato ben prima di quanto di solito si è abituati a pensare

“Il mezzo per aumentare la forza del partito è fare incetta di più deleghe femminili. Per questo, molto prima delle elezioni, i capi dei partiti e i loro stretti collaboratori ricevono tutti i tipi di proprietarie terriere da quattro soldi. Queste sono per lo più zitelle o vedove. E vanno loro stessi da quelle che abitano nei villaggi; fanno nuove conoscenze, agiscono su di loro attraverso i parenti, si profondono in smancerie, assicurano la lealtà e la santità del loro lavoro e poi si fanno firmare lettere in bianco, dove resta solo da scrivere il nome e il patronimico del loro signore, a cui viene data la sfera. Tutto ciò a volte al costo di parecchi soldi e problemi, ma le persone ambiziose non badano a spese”, ricordava lo scrittore russo del XIX secolo Vasilij Selivanov. Con sfera (“shar” in russo) si intendeva il voto. La votazione dei candidati veniva infatti effettuata inserendo delle palline in una scatola con due fori: “eleggi” e “non eleggere”.

Ma di che elezioni stiamo parlando? La citazione si riferisce alla partecipazione delle donne proprietarie terriere con le loro “deleghe”, cioè il trasferimento di voto, alle “elezioni nobiliari”. Qui siamo già nel XIX secolo, ma per la prima volta le opinioni delle donne furono prese in considerazione nelle elezioni in Russia già sotto Caterina la Grande (sul trono dal 1762 al 1796), con le elezioni dei deputati per la Commissione legislativa (la “Ulozhennaja kommissija”).

Caterina e il diritto di voto

Un’assemblea nobiliare ai tempi di Caterina la Grande (sul trono dal 1762 al 1796), dipinto di Vladimir Chambers (1913)

Di fatto il suffragio alle donne russe è stato effettivamente concesso per la prima volta dalla donna più famosa mai salita sul trono russo: Caterina la Grande. Suo marito Pietro III, nel 1762, poco prima di essere ucciso in una congiura, con il suo “Manifesto della Libertà della nobiltà” aveva concesso alla nobiltà russa la libertà dal servizio pubblico obbligatorio (militare o civile). Il manifesto fu confermato anche da Caterina, che era implicata nel colpo di palazzo contro Pietro III. La nuova imperatrice, rendendosi conto della precarietà della sua posizione, non volle far arrabbiare l’aristocrazia russa e confermò quei privilegi.

Tuttavia, Caterina aveva già in programma di coinvolgere i nobili nelle attività statali. E i nobili entrarono come deputati nella Commissione Legislativa, un organo collegiale convocato da Caterina nel 1766 per redigere nuove leggi statali. C’erano in totale 564 deputati e 161 di loro erano nobili. Fu proprio nel 1766 che le donne in Russia ricevettero per la prima volta il diritto di voto.

La base per la partecipazione di un nobile alle elezioni dei deputati alla Commissione legislativa era la presenza di proprietà; ossia di villaggi con servi della gleba. Ma, secondo le leggi russe, anche le donne potevano possedere villaggi e servi! Nel 1753 era stata approvata una legge secondo la quale le mogli potevano persino vendere i propri beni senza il consenso dei loro mariti. Questa legge confermava la norma consolidata secondo la quale i beni di una donna non venivano alienati al momento del matrimonio. Se aveva ereditato denaro, proprietà, affari dai suoi genitori o dal suo primo marito, tutto apparteneva a lei a titolo esclusivo.

Natalja Golitsyna (1741-1837), una delle donne più ricche di tutta la Russia nel XVIII-XIX secolo

“Una donna godeva degli stessi diritti di proprietà di un uomo”, scrive la storica Galina Uljanova nel libro “Mercantesse, nobildonne, magnate. Donne-imprenditrici in Russia nel XIX secolo” (“Купчихи, дворянки, магнатки. Женщины-предпринимательницы в России XIX века”, 2021). Prevaleva il principio della separazione dei beni. “Dopo il matrimonio, il marito non riceveva diritti legali sulla proprietà di sua moglie (soldi, case, terre, mobili, vestiti, gioielli, ecc.), come avveniva in altri Paesi”.

Pertanto, quando iniziarono le elezioni per la Commissione Legislativa, vi parteciparono con i loro voti anche le donne che possedevano villaggi, che potevano aver ereditato dai genitori o per testamento dopo la morte del marito. Secondo il Manifesto del 14 dicembre 1766, le nobildonne proprietarie dei villaggi avevano il diritto di inviare per posta alla contea o al comune di provincia appositi documenti (erano chiamati “rapporti scritti”; “pismennye otnoshenija”), nei quali avevano diritto di esprimere la volontà di scelta dei deputati alla Commissione Legislativa. E tali documenti furono effettivamente inviati: 204 nobili proprietarie terriere presero parte alle elezioni, indicando i nomi dei deputati scelti nelle loro “relazioni”.

Successivamente, con questi stessi rapporti scritti, le nobili proprietarie terriere ricevettero il diritto di esprimere le proprie opinioni sulle decisioni assunte nell’Assemblea nobiliare (“Dvorjanskoe sobranje”). Infatti, per eleggere un deputato alla Commissione Legislativa, i nobili di ogni distretto formavano Assemblee nobiliari, che sarebbero diventate dei corpi di autogoverno della nobiltà sotto Caterina II.

“Ritratto di un’anziana nobildonna”, di Pjotr Zabolotskij (1836)

Dal 1766, le elezioni per queste assemblee nobiliari, così come le elezioni per i capi di contea e provincia si svolsero regolarmente (ogni tre anni). Tuttavia, non ci sono dati sulla partecipazione delle donne a queste votazioni. Insomma, votarono una volta per posta nel 1766, e poi basta? Sembra proprio di sì.

La partecipazione delle donne alle elezioni riprese solo nel 1831: da quell’anno le nobildonne che possedevano più di cento “anime” di contadini, ricevettero il diritto di trasferire il loro voto a un parente o a qualsiasi nobile maschio. Questo si chiamava “upolnomochie”, cioè “delega”. Nel 1832, il legislatore chiarì che questo “diritto elettorale” si riferiva solo al “diritto di votare, ma non di essere elette”.

Come utilizzavano i propri voti le donne?

“Le mercantesse di Kíneshma”, dipinto di Boris Kustodiev (1913

“Vi chiedo umilmente di utilizzare la mia sfera a vostra discrezione nelle votazioni provinciali e regionali sulla base delle disposizioni legali esistenti alle imminenti elezioni nobiliari di quest’anno”. Questa era più o meno la formula della “delega”. Come si può vedere, questo diritto elettorale non era già più attivo. Se durante le elezioni alla Commissione Legislativa le nobildonne avevano potuto indicare un candidato specifico, ora potevano solo trasferire il loro diritto di voto a un uomo.

E tuttavia, i voti femminili giocavano un ruolo significativo nella manipolazione che i nobili cercavano di compiere nelle elezioni delle assemblee di contea e provinciali. Pertanto, le donne erano braccate da rappresentanti di diversi partiti nobiliari, che facevano opera di lobbying per i loro candidati.

Vera Firsanova (1862-1934), una delle nobili più ricche dell’Impero Russo e grande filantropa

Ma quante erano le nobildonne che davano la loro “delega”? La storica Elena Korchmina ha studiato i dati su questa questione per una delle contee, quella Ranenburgskij. Nel 1832 si presentarono alle urne 18 nobili, che ebbero 24 voti propri, più 6 per delega dalle nobildonne. A quel tempo, 43 nobildonne di quel distretto elettorale avevano diritto di voto. Nel 1847, in diversi distretti della provincia di Rjazan, la percentuale di voti femminili per mezzo di delega andava dal 14 a 40 per cento del numero totale degli elettori. Quindi, le persone ambiziose che volevano rafforzare il loro partito avevano sicuramente un bel tesoretto di voti a cui cercare di attingere, visto che la quota di voti femminili poteva arrivare fino a un terzo dell’elettorato!

A giudicare dalle memorie della proprietaria terriera Marija Nikoleva, le donne, sebbene non potessero partecipare formalmente alle riunioni della nobiltà, vi si recavano sicuramente per seguire l’andamento delle elezioni. “Durante le elezioni nobiliari, il congresso di Smolensk è stato particolarmente eccezionale”, scrive Nikoleva. “Noi [donne] eravamo in galleria durante il dibattito. Il rumore e le urla erano tali che non si riusciva a cogliere una parola”. Le donne insomma se ne stavano in alto, probabilmente nella galleria o nella zona del coro della cattedrale o della chiesa dove si tenevano le riunioni. Non potevano partecipare direttamente, ma potevano osservare.

Il secolo dei diritti delle donne in Russia

Le grandi riforme di Alessandro II, ovviamente, cambiarono anche la posizione delle donne russe. Innanzitutto, nel 1864 ebbe luogo la riforma delle istituzioni dell’autogoverno locale, con l’introduzione dello “zemstvo” (plurale: “zemstva”), assemblee che rappresentavano la nobiltà e la borghesia. La legge stabiliva che gli uomini di età pari o superiore a 25 anni avevano diritto di voto, in base al censo. Tuttavia, le donne che avevano la necessaria qualifica di proprietà in quanto proprietarie di terreni o immobili urbani potevano autorizzare i loro padri, mariti, figli, generi e fratelli a votare. Insomma il modello era sempre quello delle “deleghe” delle nobildonne nelle elezioni nobiliari.

Questo principio rimase in vigore a lungo e alla fine entrò anche nelle prime leggi russe sulle elezioni alla Duma di Stato del 1905. Il primo territorio dell’Impero russo in cui le donne ricevettero un vero suffragio attivo fu la Finlandia, nel 1906.

Nonostante gli scarsi diritti elettorali, non era possibile fermare lo sviluppo della coscienza politica delle donne: in larga misura ciò era influenzato dalla partecipazione attiva delle donne all’attività imprenditoriale. Già nel XVIII secolo, come dimostra la storica Galina Uljanova, le donne avevano gli stessi diritti degli uomini nel fare affari. Una parte significativa delle fabbriche e delle imprese tessili e di cuoio nell’Impero russo apparteneva a donne che avevano ereditato l’attività da mariti e padri. Inoltre, la maggior parte delle volte le donne gestivano da sole gli affari delle loro imprese. La Russia conosceva centinaia di donne imprenditrici e proprietarie terriere: Maria Morozova, Vera Firsanova e Natalia Golitsyna sono solo le più famose di loro.

“Una serata letteraria”, dipinto di Vladimir Makovskij (1866)

Il 14 gennaio 1871, Alessandro II approvò la legge “Sull’ammissione delle donne a prestare servizio nelle istituzioni pubbliche e governative”. Le donne ricevettero il diritto di lavorare ufficialmente come ostetriche, paramedici, farmaciste, insegnanti ed educatrici, telegrafiste e contabili. E nel 1873, in Russia fu pubblicata una raccolta di leggi e documenti detta “Diritto femminile” (“Zhenskoe pravo”).

Questo codice metteva nero su bianco che le donne potevano prendere licenze mercantili e anche ricoprire incarichi di gestione della proprietà di qualcun altro, previa apposita registrazione. Sebbene il divorzio per una donna russa fosse ancora un problema serio, tuttavia, le donne erano pronte a difendere i loro diritti di proprietà con le leggi alla mano.

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“Nelle famiglie delle nobildonne russe, delle mercantesse e anche delle donne più povere – borghesi e altre – al momento delle nozze veniva compilato un inventario dettagliato delle proprietà che la moglie trasferiva a casa di suo marito”, scrive Galina Uljanova. “Questo inventario veniva approvato e trasmesso allo sposo in presenza di testimoni e del padre della sposa. Se la vita familiare non funzionava, il marito trattava male  la moglie e lei voleva tornare a vivere con i suoi genitori, si riprendeva tutti i beni portati nell’alloggio comune, e se mancava qualcosa, poteva rivolgersi alle autorità per costringere il marito a restituire tutto”.

“Tutto è nel passato”, dipinto di Vasilij Maksimov (1889)

Certo, non tutte le donne riuscivano a divorziare e a mantenere la proprietà, ma in tutto l’Impero ce n’erano comunque centinaia e persino migliaia che ci riuscirono. La storica Anna Lavrenova nell’articolo “La tunica blu nello specchio di Venere: l’interazione tra la vita personale e la carriera di servizio degli ufficiali del corpo separato dei gendarmi” (“Синий мундир в зеркале Венеры: Взаимовлияние личной жизни и служебной карьеры чинов Отдельного корпуса жандармов”) mostra che le spose dei gendarmi russi non esitavano a rivolgersi personalmente ai superiori dei loro mariti con richieste e pretese. Una delle lamentele più frequenti delle mogli era che un marito mandato lontano per servizio non inviava un sostegno economico sufficiente alla moglie che era rimasta a casa. Allo stesso tempo, appare chiaro da molti casi che mariti e mogli vivevano spesso separati per anni, in un vero e proprio divorzio de facto; il modo più popolare per divorziare nella seconda metà del XIX secolo senza mettere di mezzo alle proprie questioni la Chiesa.

Alla fine del XIX secolo, la posizione delle donne nella società russa non era così inequivocabilmente priva di diritti come si pensa comunemente. Le donne trovavano il modo per risolvere i loro problemi matrimoniali, e per gestire imprese e aziende, e anche in una certa misura potevano influenzare formalmente la vita politica del Paese. Certo, non era facile mettere in pratica tutte queste opportunità, e solo le donne russe più energiche e persistenti, che non si arrendevano nemmeno di fronte a un intero Impero, riuscivano nell’impresa.


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