Perché Taiwan catturò una nave cisterna sovietica? E che fine fecero i marinai?

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Nel 1954 le forze armate dell’isola, con l’appoggio degli Usa, salirono a bordo della “Tuapse”, carica di cherosene, e ne presero il comando. Gli uomini dell’equipaggio, trattati come prigionieri di guerra, ebbero poi destini diversi, ma in ogni caso tribolati

Il 23 giugno 1954 si verificò un evento che scosse l’intera Urss. La nave cisterna sovietica “Tuapse” venne catturata in acque internazionali nel Mar Cinese Meridionale. E questo atto aggressivo non fu compiuto da dei pirati, ma dalla Marina della Repubblica di Cina. In che modo la piccola Taiwan decise di entrare in conflitto aperto con una delle principali potenze mondiali?

Da amici a nemici

L’Unione Sovietica e i vertici della Repubblica di Cina non erano sempre stati nemici. Nella seconda metà degli anni Trenta, Mosca aveva sostenuto attivamente il Kuomintang, il partito al governo di Chiang Kai-shek, che si opponeva all’aggressione giapponese, fornendogli finanze, armi e specialisti militari.

In seguito, però, le loro strade si divisero radicalmente. L’Urss si schierò con i comunisti di Mao Zedong, e gli amici di ieri si trasformarono in avversari.

Il leader cinese Chiang Kai-shek, 1950

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Nel 1949, i seguaci di Chiang Kai-shek furono spinti dall’Esercito Popolare di Liberazione Cinese sull’isola di Taiwan. Intanto, sulla terraferma, il 1º ottobre Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Ma i membri del Kuomintang non accettarono la sconfitta e, grazie al sostegno degli alleati americani, crearono uno Stato de facto a Taiwan e cercarono di attuare un blocco navale della Repubblica popolare cinese, mettendo in stato di arresto le navi mercantili straniere in viaggio verso la Cina. Dopo la confisca dei beni, di solito venivano rilasciate.

Chiang Kai-shek aveva paura di toccare solo le navi sovietiche. Tuttavia, questa paura scomparve nella primavera del 1953, con la morte del “leader onnipotente”, Stalin, e con la lotta per il potere iniziata in Urss.

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La cattura della nave

La nave cisterna sovietica Tuapse, partita da Odessa nel maggio 1954, era diretta a Shanghai con oltre diecimila tonnellate di cherosene per aviazione destinati all’aeronautica militare della Repubblica Popolare Cinese. Quando ormai era quasi arrivata al porto di destinazione, fu intercettata da due cacciatorpediniere taiwanesi.

L’ufficiale Tsui Changlin, che partecipò all’operazione di cattura, e in seguitò fuggì nella Cina continentale, raccontò: “Mi sono chiesto involontariamente come il comando di Chiang Kai-shek abbia deciso di mostrare un tale coraggio”, disse durante l’interrogatorio: “Presto ho ricevuto una risposta esauriente a questa domanda dal capitano. Questo è successo in un momento in cui, la mattina presto del 23 giugno, abbiamo visto la Tuapse e ci siamo avvicinati ad essa. In quel momento mi trovavo sul ponte del capitano e vidi in lontananza, con l’aiuto del binocolo, le sagome di altre due navi, e subito lo riferii al capitano. Lui disse che erano navi della Marina degli Stati Uniti. Erano state loro, disse il capitano, a individuare la nave cisterna Tuapse nella zona dello Stretto di Luzon e ad averla scortata fino al luogo di cattura prestabilito, riportando le coordinate della nave sovietica al comando del Kuomintang”.

Una scena tratta dal film sovietico

Le navi taiwanesi spararono diversi colpi di avvertimento, chiedendo che la nave cisterna si fermasse. Un gruppo armato salì poi a bordo e ne prese il controllo. I sovietici riuscirono a inviare in patria dalla sala radio un solo messaggio sull’arrembaggio in corso.

Il Tuapse venne poi condotto nel porto taiwanese di Kaohsiung. Lì, secondo la testimonianza di Tsui Changlin, salirono a bordo diversi consiglieri militari americani in abiti civili, sequestrando tutta la documentazione ed esaminando attentamente la nave cisterna.

Lo scandalo

L’Unione Sovietica reagì immediatamente all’incidente. Mosca non riconosceva il governo taiwanese e una nota di protesta venne inviata direttamente agli Stati Uniti.

“Appare chiaro che il sequestro di una nave cisterna sovietica da parte di una nave militare nelle acque controllate dalla Marina degli Stati Uniti possa essere effettuato solo dalla Marina degli Stati Uniti. Il governo sovietico ritiene che in relazione a questo attacco a una nave mercantile sovietica in acque internazionali, il governo degli Stati Uniti adotterà misure per restituire immediatamente la nave, il suo carico e l’equipaggio”, recitava la dura nota, pubblicata dal quotidiano “Pravda” il 25 giugno.

Mentre Chiang Kai-shek continuava a trattenere la nave e il suo equipaggio, l’Unione Sovietica e alcuni Paesi del campo socialista aumentarono la pressione diplomatica, anche all’interno delle Nazioni Unite (Taiwan avrebbe perso il suo seggio all’Onu, come rappresentante della “Cina”, nel 1971, sostituita da Pechino). Persino l’Australia e la Nuova Zelanda, amiche dell’America, espressero tacitamente la preoccupazione che l’incidente potesse fornire all’Urss un pretesto per rafforzare le sue operazioni navali nel Pacifico occidentale.

Il destino dell’equipaggio

I servizi segreti americani e taiwanesi, tuttavia, furono lenti a soddisfare le richieste di Mosca. Avevano i loro piani per i marinai sovietici.

I 49 membri dell’equipaggio vennero divisi in gruppi di 10-15 persone, isolati immediatamente l’uno dall’altro. Ogni giorno venivano sottoposti a pressioni psicologiche, per convincerli a chiedere asilo politico negli Stati Uniti. L’obiettivo era quello di colpire l’immagine dell’Unione Sovietica, mostrando che i suoi cittadini erano pronti a fuggire in ogni occasione.

I marinai ricevettero lo status di prigionieri di guerra, vennero tenuti con razioni da fame e picchiati o, al contrario, si cercò di corromperli, promettendo loro una vita comoda e ben pagata in Occidente. A un certo punto, venne persino detto loro che la Terza guerra mondiale era già in corso e che, se non avessero cambiato fazione, sarebbero stati fucilati.

Una scena tratta dal film sovietico

Solo un anno dopo, l’Unione Sovietica, attraverso la mediazione dei francesi, riuscì a liberare 29 membri dell’equipaggio, incluso il capitano della nave cisterna Vitalij Kalinin. Nonostante le pressioni, si erano categoricamente rifiutati di firmare qualsiasi cosa.

Gli uomini liberati vennero accolti in patria come eroi. Ricevettero un risarcimento economico per essere stati tenuti prigionieri, una medaglia, ed ebbero buoni incarichi nella marina. “Ci sono stati momenti in cui non speravamo nemmeno di tornare. Fondamentalmente, avevano paura di morire di fame: tutti eravamo così emaciati che sembravamo scheletri viventi”, ha ricordato Jurij Boriskin.

Più triste fu la sorte delle 20 persone che avevano ceduto e firmato le carte imposte loro dagli americani. Nove di loro furono effettivamente portati negli Stati Uniti, dove due parlarono persino alla radio criticando il sistema sovietico. Altri cinque decisero presto di tornare a casa, e nell’aprile 1956 fuggirono all’ambasciata sovietica. A casa vennero accolti con moderazione, tenuti sotto controllo e non furono più ammessi su rotte internazionali. Nikolaj Vaganov, che era uno di quelli che aveva parlato alla radio, fu arrestato (anche se non immediatamente, ma nel 1963) e condannato per tradimento a 10 anni di carcere.

I quattro rimasti negli Stati Uniti furono condannati a morte in contumacia dai tribunali sovietici. Uno di loro, Mikhail Ivankov-Nikolov, perse presto la testa e allora gli americani lo consegnarono ai sovietici nel 1959. A casa, non lo fucilarono, ma fu messo in un ospedale psichiatrico, dove trascorse 20 anni.

Altri quattro marinai che avevano firmato la petizione furono in grado di lasciare Taiwan per l’America Latina nel 1957 e da lì tornare in Urss. Inizialmente, venne organizzata una grande conferenza stampa per loro, ma poi furono condannati per tradimento con pene fino a 15 anni.

Di quelli che erano rimasti sull’isola di Taiwan, due marinai morirono e un altro si suicidò. Quattro persone che si erano rifiutate di firmare la domanda di asilo negli Stati Uniti furono rinchiuse in una prigione locale. Dopo il loro rilascio, vissero in un villaggio sul mare sotto il controllo della polizia taiwanese. Solo 34 anni dopo, nel 1988, il console sovietico a Singapore riuscì a riportarli a casa.

La nave cisterna Tuapse non ha mai rivisto le coste patrie. Dopo aver prestato servizio nella Marina della Repubblica di Cina sotto il nome di “Kuaiji”, è stata inviata in sosta permanente nel porto di Kaohsiung, dove si trova ancora oggi.


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