Cinque malviventi che terrorizzarono la Russia all’inizio del Novecento

Sergey Ginzburg/ Channel One Russia, 2011
Uno di loro riuscì a dare una connotazione più politica alle sue azioni, divenendo persino un eroe nazionale. Gli altri furono truffatori e rapinatori assetati di soldi e spinti dalla continua ricerca dell’adrenalina

1 / Mishka Japonchik (1891-1919)

Audace e incorreggibile, questo temerario ha fatto tanto rumore nel mondo della mala dell’inizio del XX secolo che il suo nome risuona ancora nella cultura popolare a oltre un secolo di distanza. Durante i primi anni di attività, tra il 1917 e il 1919, Japonchik e la sua banda fecero irruzione in negozi, fabbriche e persino in un bordello, che i malavitosi occuparono, convertendolo nel loro quartier generale.

Mikhail Vinnitskij, il leggendario criminale di Odessa conosciuto come Mishka Japonchik

“Japonchik ha buone capacità organizzative. Questo lo ha reso il re del mondo criminale di Odessa. Audace, intraprendente, è riuscito a mettere le mani su tutti i teppisti di Odessa. Nelle condizioni americane, avrebbe indubbiamente fatto una grande carriera e avrebbe potuto dare le piste anche ad Al Capone”, ha detto il famoso cantante sovietico Leonid Utjosov (1895-1982). Entrambi erano nati a Odessa e condividevano le origini ebraiche.

Utjosov era rimasto colpito anche dal fatto che Japonchik non sopportasse la vista del sangue: una debolezza piuttosto strana per una persona che si era scelta quel “mestiere”. “Diventava pallido alla vista del sangue. C’è stato un caso in cui uno si morse un dito. Mishka si mise a urlare come se fosse stato pugnalato”, raccontò Utjosov.

Sebbene Japonchik non simpatizzasse per il movimento Bianco, le forze anticomuniste che combatterono i bolscevichi dopo la Rivoluzione del 1917, non si trovò bene neanche con l’Armata Rossa. Il suo desiderio interiore di anarchia, saccheggi e rapine non corrispondeva certo ai piani dei bolscevichi che volevano assoggettare questo boss di Odessa alla loro nuova gerarchia. Il loro “matrimonio” fu di breve durata e si concluse con una scissione, quando Japonchik e i suoi scagnozzi ne ebbero abbastanza di combattere nella Guerra civile russa e sciolsero il loro reggimento mal disciplinato fatto di grossi criminali, piccoli delinquenti e anarcoidi. I disertori dirottarono un treno passeggeri con l’intenzione di tornare nella nativa Odessa.

Tuttavia, il piano non funzionò come previsto, e Japonchik venne ucciso da un distaccamento dell’Armata Rossa che aveva fermato il treno, il 4 agosto del 1919.

2 / Grigorij Kotovskij (1881-1925)

L’immagine di una figura politica rispettabile, decorata con numerose medaglie per l’eroismo in combattimento, potrebbe sembrare incompatibile con la famigerata reputazione di un malvivente violento, eppure Kotovskij eccelleva in entrambi i ruoli.

Grigorij Kotovskij

Fin dal primo momento, giustificò le sue rapine ai mercanti e nei loro appartamenti, ai danni di proprietari terrieri e dei funzionari e persino delle banche, tirando in ballo la lotta rivoluzionaria. Kotovskij aveva un forte carisma che lo aiutava a controllare e guidare altri criminali e in seguito gli aprì la strada nella leadership politica e militare sovietica.

“[Kotovskij] lascia l’impressione di una persona abbastanza intelligente, sveglia ed energica. Cerca di essere elegante con tutti, il che attrae facilmente la simpatia di coloro che lo incontrano. Può spacciarsi per un proprietario terriero, un macchinista, un giardiniere, un impiegato di una società, un rappresentante di un’azienda di preparazione del cibo per l’esercito e così via. Cerca di fare conoscenze e di avere relazioni nei giri giusti… Ha una balbuzie piuttosto evidente. Si veste decentemente e può interpretare un vero gentiluomo. Gli piace mangiare bene”, si legge in un dispaccio della polizia segreta zarista sul malvivente.

Kotovskij venne arrestato più volte, ma trovò sempre il modo per sfuggire alla prigione. Una volta, vendette addirittura le sue catene a un’asta ad hoc al teatro dell’opera di Odessa nel giorno del suo ennesimo rilascio dalla prigione nel maggio 1917.

Mentre la Rivoluzione bolscevica si diffondeva nell’Impero russo, Kotovskij ottenne così tanta influenza presso le nuove autorità che quando fu assassinato, nel 1925, da un ex sodale di Mishka Japonchik, le autorità organizzarono un solenne funerale di Stato ed eressero per lui un mausoleo in cui fu imbalsamato proprio come Lenin, a Bìrzula (ora è la città di Podilsk, in Ucraina, che in suo onore si è chiamata Kotovsk dal 1935 al 2016). Il corpo fu però distrutto dai nazisti nel 1941.

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3 / Jakov Koshelkov (1890-1919)

Questo criminale è passato alla storia per aver derubato il leader della rivoluzione russa, Lenin.

Koshelkov, il cui vero nome era Kuznetsov, proveniva da una famiglia di ladri: suo padre era un detenuto condannato all’esilio perpetuo in Siberia per numerose rapine a mano armata. E Jakov seguì senza esitazione le sue orme.

Jakov Koshelkov

All’età di 27 anni, Kuznetsov era già stato arrestato e condannato dieci volte. Iniziò la sua carriera criminale come borseggiatore alla Khitrovka, una piazza nel centro di Mosca. Ben presto, raggiunse un certo status nel mondo della malavita moscovita e riuscì a mettere in piedi una sua banda, che terrorizzava la gente comune e persino alcune fabbriche con sede a Mosca.

Arrestato nel febbraio 1918, Kuznetsov riuscì a sfuggire agli arresti ferendo gravemente due guardie e uccidendone una con una pistola nascosta in una pagnotta che gli era stata passata da un suo complice.

Il 6 gennaio 1919 Koshelkov e i suoi sgherri fermarono accidentalmente l’auto di Lenin. I criminali non sapevano che sulla macchina c’era il capo dello Stato e ordinarono a tutti di scendere. Avevano bisogno del veicolo per commettere l’ennesima rapina.

Lenin, sua sorella Marija Uljanova, l’autista e la guardia del corpo obbedirono, dato che i criminali non erano riusciti a riconoscere chi stavano derubando. Secondo l’autista di Lenin, il leader della rivoluzione russa protestò in un primo momento e disse chi era, ma Koshelkov non sentì bene. “Cosa state facendo? Sono Lenin!”, protestò il politico. “Al diavolo Levin!”, gli rispose il criminale incallito. “Io sono Koshelkov, il padrone della città di notte!”.

Quando il mafioso si rese conto di chi aveva rapinato, Lenin aveva già segnalato l’incidente alla polizia segreta che si mise alla caccia di Koshelkov e dei suoi complici. Il malvivente riuscì a sfuggire alla polizia per altri sei mesi, facendo nel frattempo incursioni armate e rapine. Tuttavia, il 26 luglio 1919, cadde in un’imboscata della polizia, e, colpito da sei proiettili, rimase ucciso. Quando il corpo venne perquisito, su di lui fu ritrovata la pistola Browning che aveva sottratto a Lenin.

4 / Nikolaj Savin (1855-1937)

Non tutti i gangster russi provenivano da famiglie umili, almeno uno di loro aveva un’ascendenza nobile. Nikolaj Savin era conosciuto come un criminale internazionale e un truffatore, eppure pochi fatti della sua biografia sono confermati e alcune delle azioni che si è vantato di aver compiuto destano sospetti sulla loro veridicità.

Nikolaj Savin

Ad esempio, c’è una storia secondo cui Savin avrebbe ingannato un milionario americano facendogli acquistare il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo (che attualmente è sede del Museo dell’Ermitage) per pochi milioni di dollari in contanti. Si racconta che Savin abbia ingannato l’americano fornendogli i documenti sigillati con semplici impronte di monete e con un messaggio beffardo scritto in russo.

Si sostiene anche che abbia ingannato il governo italiano promettendo di vendere cavalli russi in Italia e poi scomparendo con il pagamento anticipato.

Un’altra storia narra che Savin sia apparso davanti al sultano dell’Impero ottomano Abdul Hamid II spacciandosi per il Granduca Konstantin Nikolaevich di Russia, fratello dello zar Nicola I, e che il suo imbroglio sia stato scoperto da un parrucchiere, che aveva lavorato a San Pietroburgo prima di trasferirsi nell’Impero ottomano.

Per rendere la storia della vita di Savin ancora più assurda, si crede che si sia trasferito a Osaka, in Giappone, facendo pressioni sui giapponesi per intraprendere una guerra contro i bolscevichi e poi si dice che si sia trasferito a Shanghai, dove sarebbe morto in povertà.

Tuttavia, la storia più famosa di una frode di Savin è legata al furto di diamanti dalla camera da letto della principessa Aleksandra di Sassonia-Altenburg, moglie del secondo figlio di Nicola I, nel Palazzo di Marmo di San Pietroburgo. Sebbene questo crimine sia realmente accaduto, Savin non è stato nemmeno interrogato in relazione al caso, e l’indagine stabilì un altro colpevole: il Granduca Nikolaj Konstantinovich di Russia, che avrebbe rubato i diamanti per pagare i regali alla sua amante: la ballerina americana Fanny Lear. Savin è spesso menzionato nel contesto di questo incidente storico a causa di suoi presunti rapporti con la Lear.

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5 / Soniuccia “Mani d’oro” (1846-1902)

Unica donna della nostra lista, questa ladra e truffatrice potrebbe facilmente superare i risultati di uno qualsiasi dei maschi sopra menzionati. “Soniuccia Mani d’oro” (in russo: “Sonka Zolotaja Ruchka”) era nata Sofja Bljuvshtein ed era nota per il dono del talento artistico e della performance teatrale: le sue rapine erano sempre accompagnate da travestimenti che ne travisavano completamente l’aspetto.

Sofja Bljuvshtein, conosciuta come “Soniuccia Mani d’oro” (in russo: “Sonka Zolotaja Ruchka”), 1888

Era anche notoriamente affascinante, a tal punto che fu in grado di sedurre la sua guardia carceraria e convinse l’uomo a orchestrare la sua fuga dalla colonia penale a cui era stata condannata per le sue molteplici rapine in Russia e in altri Paesi europei.

Nel 1888, fu condannata ai lavori forzati e all’esilio sull’Isola di Sakhalin, nell’Estremo oriente russo. Tentò tre volte la fuga anche da lì e venne successivamente incatenata dall’amministrazione carceraria. Là incontrò anche Anton Chekhov, nel 1890, mentre lo scrittore era sull’isola per il suo celebre reportage-inchiesta sulla condizione carceraria. La ladra, ormai anziana, non colpì particolarmente l’autore, che la paragonò a un topo.


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