Cosa c’è di sbagliato nel rimuovere una statua russa dall’Alaska (OPINIONE)

Legion Media
I fatti storici si confondono sullo sfondo delle innegabili sofferenze patite dai popoli indigeni, secondo il parere del giornalista

Lo scorso 14 luglio, il Consiglio della Città di Sitka (Alaska, USA), ha approvato una risoluzione per rimuovere la statua di Aleksandr Baranov (1747-1819), il “principale governatore” degli insediamenti russi in America del Nord tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo, situata nel parco di fronte all’Harrigan Centennial Hall. 

“Eravamo entusiasti del Black Lives Matter e di ciò che stava accadendo giù al sud, e ci siamo detti: 'Ehi, cosa possiamo fare per sfruttare questa energia?' La statua era una cosa così ovvia…”, ha detto Crystal Duncan, alla guida di un gruppo locale di giustizia sociale che ha fatto pressione per la rimozione della statua. Ma ciò che spesso non viene detto, è che non fu Baranov ad aver avviato il conflitto tra i russi e le tribù native dell'Alaska.

Il reset 

La cultura del “reset” ha inondato il continente Americano, arrivando fin nella sua sponda nord-occidentale: Sitka, in Alaska. Ma qualcuno potrebbe ribattere che lì non ci fu la schiavitù, e che oggi non c’è nessuno da incolpare o monumenti da abbattere. Fermi tutti, un momento… ci furono i russi! 

La targa sulla statua al centro delle polemiche recita: “Aleksandr Baranov (1747-1819) [...], primo governatore coloniale dell'America russa”. Oggi i discendenti dei Tlingit, popolo indigeno dell'America del Nord-Ovest, stanno facendo pressione per rimuovere il monumento dal parco cittadino. A un primo sguardo, sembra tutto legittimo… se non fosse per i tanti errori storici contenuti anche nell’iscrizione sopra riportata. 

Innanzitutto, Aleksandr Baranov nacque nel 1746, e non nel 1747, come recita la targa sul monumento. Inoltre, non era un “governatore coloniale”: era solo il direttore generale di una società russo-americana, un'impresa commerciale russa posseduta e controllata dai suoi azionisti. E anche se alcuni di questi azionisti appartenevano alla famiglia imperiale russa, ciò non significava che il governo russo la controllasse appieno. Infatti, il governo assunse il pieno controllo della società solo dopo che Baranov venne rimosso dalla sua posizione.

Inoltre Baranov, non avendo mai ricoperto una posizione militare, non assunse mai il titolo di “governatore”. Nel 1802 gli fu assegnato il grado civile di “Consigliere Collegiale”, che gli diede diritto alla nobiltà ereditaria, per la prima volta nella sua vita. Difatti, Baranov era solo un semplice commerciante, e il titolo non era esattamente l’ideale per una persona “responsabile di omicidi, schiavitù, stupri e genocidi”, così come ha detto il mese scorso un residente di Sitka, Nicholas Galanin (ironia della sorte, apparentemente di origine russa), parlando a nome delle comunità indigene locali. 

Un ciclo di violenze

Baranov imparò l’arte del commercio da piccolo, nella sua città natale di Kargopol, nella regione di Arkhangelsk. E finì in Alaska per affrontare le conseguenze delle azioni di un altro uomo russo d’affari, un tal Grigorij Shelekhov, fondatore della North-Eastern American Company, che dopo la sua morte divenne nota come Società russo-americana.

Shelekhov arrivò in Alaska nel 1784 e cercò di negoziare con la popolazione locale degli Alutiiq (Sugpiaq), sull'isola di Kodiak; ma lui e i suoi uomini furono attaccati. La gente del posto cominciò allora a riunire le forze per sconfiggere gli intrusi, ma Shelekhov e i suoi uomini resistettero con armi e cannoni... Quello che seguì fu conosciuto come il massacro degli Awa'uq, che portò alla morte di centinaia o forse migliaia di indigeni dell'Alaska.

Chi attaccò per primo? Difficile stabilirlo con certezza: Shelekhov scrisse di aver tentato di negoziare per primo, mentre Arsenti Aminak, un vecchio Sugpiaq, sopravvissuto al massacro, molto più tardi riferì a Henrik Johan Holmberg (1818-1864), etnografo finlandese, che furono i russi a “fare un terribile bagno di sangue”, senza nemmeno menzionare chi fu il primo ad attaccare. Ma, ancora una volta, non è questa la questione principale.

Questo evento diede il via a una lunga serie di battaglie tra i russi e le diverse tribù locali. Quando Aleksandr Baranov arrivò per la prima volta in Alaska, nel 1792, nella posizione di direttore generale della compagnia di Shelekhov, fu attaccato dai Tlingit e sopravvisse a malapena! Era naturale per la gente del posto proteggere la propria terra. Ma d'altra parte, l'intenzione di Baranov non era quella di “uccidere, schiavizzare e stuprare”: era lì solo per sviluppare il commercio di pellicce di lontra marina, che la gente del posto voleva, naturalmente, tenere per sé.

Allo stesso tempo, non possiamo dire che Baranov fosse un uomo che trattava le tribù indigene con il massimo rispetto: attraverso le minacce, faceva lavorare la popolazione indigena al servizio dei propri uomini, uccidendo lontre marine per alimentare il costante commercio di pellicce. Dieci anni dopo, nel 1802, i Tlingit si vendicarono ferocemente, attaccando Fort Michael (il primo insediamento sul territorio dell'attuale Sitka), uccidendo 24 russi e oltre 200 aleutini. I Tlingit continuarono ad attaccare diversi gruppi di russi che cacciavano lontre marine lungo le coste dell'Alaska; nel 1804, Baranov e i suoi uomini ripresero Fort Michael, uccidendo circa 30 Tlingit. Fu così che fondarono Sitka.

Ma la guerra andò avanti all’infinito. Molto tempo dopo la morte di Baranov, nel 1819, le battaglie tra russi e Tlingit (e tra i Tlingit e le altre popolazioni locali) continuarono; e la pelliccia di lontra marina continuò ad alimentare i conflitti. Ciò che emerge da questa ricostruzione, è che non si è trattata di una “conquista” unilaterale, e nemmeno di un “genocidio”, come dicono ora i contemporanei.

Rivedendo la storia

Ciò che più colpisce è che nel 2004, 200 anni dopo la “Battaglia di Sitka”, Irina Afrosina, diretta discendente di Aleksandr Baranov, residente di Mosca, avesse partecipato insieme alla popolazione locale alla tradizionale cerimonia del “Pianto di Tlingit”, con la quale si ricordano gli antenati nel Parco Storico Nazionale di Sitka. La cerimonia è stata voluta per seppellire una volta per tutte le ostilità durate 200 anni.

Ma, a giudicare da quanto sta accadendo ora, la cerimonia del 2004 sembra non avere più alcun valore: è stata fatta per nulla, o forse nessuno più se la ricorda? O forse tutta la storia, in parte descritta in precedenza, è solo più conveniente da ignorare?

Ed è proprio questo ciò che non va nella decisione di rimuovere la statua di Baranov: che le motivazioni riportate dai partecipanti siano riduttive e semplicistiche, e che ignorano in parte la storia, sottolineando solo alcuni punti ed eliminandone altri. Forse la cerimonia del “Pianto di Tlingit” non ha funzionato? O la guerra russo-tlingit non è ancora finita? Possiamo solo sperare che queste domande possano sollevare dei dubbi nella mente di chi appoggia la rimozione immediata della statua di Baranov.

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