Come nel 1960 l’Urss riuscì a stoppare un’epidemia di vaiolo in appena 19 giorni

Getty Images, Mikhail Graciov/МАММ/MDF, foto d'archivio
L’Unione Sovietica credeva di aver chiuso i conti con questa terribile malattia nel 1936, ma ecco che rientrò dall’India. Il paziente zero fu un famoso artista, autore di molti dei più celebri poster di propaganda. Per far sì che l’infezione non si diffondesse a Mosca fu necessaria un’operazione di intelligence e una maxi quarantena per 9.342 persone

Il 23 dicembre 1959, un uomo scese dalla scaletta di un aereo in arrivo a Mosca da Delhi. Nessuno avrebbe potuto immaginare, in quel momento, che stava per mettere in pericolo con il suo arrivo l’intera capitale dell’Unione Sovietica. L’artista Aleksej Kokorekin (1906-1959), il grafico autore di alcuni dei più famosi poster sovietici, due volte vincitore del Premio Stalin (nel 1946 e nel 1949) mai avrebbe pensato di aver portato il vaiolo dall’India.

Conosciuta anche con i termini latini di “variola” o “variola vera”, il vaiolo è stata una delle peggiori malattie dell’umanità, ed è stato anche il primo morbo ad essere completamente eradicato, nel 1980, dopo una grande campagna mondiale di vaccinazione, conclusasi nel 1977. Nel passato distruggeva l’intera popolazione di villaggi, città e persino intere nazioni. Nell’VIII secolo, si stima che il 30% della popolazione del Giappone sia morta di vaiolo, e nel XVI secolo milioni di nativi americani fecero le spese del virus, portato dai conquistatodores.

In Unione Sovietica, per lungo tempo e ostinatamente si era combattuto contro il vaiolo. Se nel 1919 il numero di casi era stimato nel Paese in 186 mila, nel 1936 non ce n’erano affatto. Ma 23 anni dopo, questa pericolosa malattia che tutti avevano dimenticato, tornò di nuovo.

Il paziente zero

All’arrivo, Kokorekin si sentiva solo un po’ raffreddato, cosa che, con il clima di dicembre, non gli sembrò per niente strano. Ma la sera di quel giorno stesso, gli salì la febbre, iniziò a tossire e un dolore acuto si diffuse per tutto il corpo.

Il dottore nella clinica a cui si rivolse il giorno successivo fece la solita diagnosi: influenza. Tuttavia, i farmaci prescritti non aiutarono Kokorekin. Anzi, comparve un’eruzione cutanea in tutto il corpo, ma i medici presero la cosa come una reazione allergica a qualche farmaco. Solo una giovane dottoressa alle prime armi, avendo appreso da dove proveniva l’artista, espresse con cautela il sospetto di vaiolo, ma venne immediatamente ridicolizzata dai professori.

Il 29 dicembre, dopo alcuni giorni in un reparto di medicina generica con altri pazienti malati di influenza, Aleksej Kokorekin morì. I medici non furono in grado di risolvere l’enigma su cosa mai avesse potuto uccidere un uomo di cinquantatré anni in buona salute. Ma stava per arrivare Capodanno e tutti pensarono più ad andare a far festa con le loro famiglie che a questo tragico evento.

L’inizio dell’epidemia

Tuttavia, la morte di Kokorekin era solo l’inizio. Nella seconda settimana del nuovo anno, il 1960, diversi pazienti dell’ospedale mostrarono gli stessi sintomi: febbre, tosse, spaventose eruzioni cutanee.

Non era più possibile rischiare. Gli specialisti dell’Istituto di ricerca di vaccini e sieri si unirono allo studio del caso. La loro conclusione fu scioccante: il vaiolo era arrivato a Mosca.

Si scoprì che Aleksej Kokorekin durante il suo viaggio in India aveva assistito alla cerimonia di cremazione di un defunto bramino, e aveva persino toccato le sue cose. Là il paziente zero si era ammalato.

Misure senza precedenti

Il 15 gennaio, le informazioni su un focolaio di vaiolo raggiunsero i vertici dello Stato, che mobilitarono immediatamente tutte le forze degli ospedali, delle cliniche, dei dipartimenti di polizia e del Kgb di Mosca. Si aprì una caccia 24 ore su 24 ai potenziali portatori del pericoloso virus.

Tutti le persone con cui Kokorekin era entrato in contatto e aveva parlato, o con i quali si erano poi visti i suoi parenti, o che avevano ricevuto i suoi doni dall’India furono messi in quarantena. Tra questi, 150 studenti dell’università dove studiava sua figlia Valeria, chi furono prelevati direttamente durante le lezioni e chiusi in ospedale.

Dai contatti primari si passò a quelli secondari e così via, fino a quando non venne tracciata l’intera catena. Le persone furono tirate giù dai treni, e furono persino fatti tornare indietro e atterrare degli aerei con potenziali malati. E naturalmente anche tutti i passeggeri e il personale di bordo dell’aereo che aveva riportato l’artista dall’India furono rintracciati.

In totale entrarono in quarantena 9.342 persone. L’ospedale “Botkin”, quello dove il paziente zero aveva trascorso i suoi ultimi giorni, fu isolato. Dal momento che le lenzuola per migliaia di dottori e pazienti bloccati non erano abbastanza, un decreto speciale mise a disposizione la fino ad allora inviolabile riserva statale, che era intesa in caso di guerra.

L’eliminazione della minaccia

La misura decisiva nella lotta contro il vaiolo fu poi la vaccinazione universale di tutti i residenti di Mosca e della Regione di Mosca: adulti, bambini e persino moribondi. Letteralmente in una settimana, l’antivaiolosa venne praticata a più di 9 milioni e mezzo di persone; un caso senza precedenti nella storia.

Per eseguire la procedura,  furono mobilitati i medici di tutte le specializzazioni, e persino i paramedici e gli studenti di medicina. “Fu qualcosa di eroico”, ha detto la virologa Svetlana Marennikova: “Gli epidemiologi lavoravano senza sosta, dalla mattina alla sera”. 

In totale, la pericolosa malattia a Mosca aveva colpito 45 persone, tre delle quali morirono. Entro il 3 febbraio, in Urss già non c’erano più pazienti con il vaiolo. Il lavoro ben coordinato delle forze dell’ordine e dei servizi medici di Mosca, iniziato appena in tempo, contribuì a fermare il virus mortale in soli 19 giorni.


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