Quali furono le cause della più sanguinosa sconfitta subita dai sovietici in Afghanistan?

AP
Durante l’intero intervento, durato dal 1979 al 1989, mai nessuna battaglia costò tante vite in una volta sola come l’agguato nella Valle del Panjshir del 30 aprile 1984

Il 30 aprile 1984, le truppe sovietiche caddero nella trappola forse più orribile di tutta la guerra afgana. A causa di un errore fatale da parte del comando militare, decine di soldati sovietici vennero abbattuti come birilli. 

La preparazione della trappola 

Nella primavera del 1984, le truppe sovietiche organizzarono un’operazione su vasta scala per cercare di uccidere il famoso comandante mujaheddin Ahmad Shāh Massoūd e i suoi militanti nellaValle del Panjshir. 

Abile stratega, con in più una rete ben organizzata di spie tra la popolazione locale, il “Leone del Panjshir” era un nemico pericoloso. Pienamente consapevole di tutti i movimenti delle truppe sovietiche, sparì da sotto al naso ai sovietici, preparando poi campi minati e organizzando imboscate contro il nemico che avanzava.

Il 27 aprile, due contadini afgani si avvicinarono ai soldati sovietici promettendo di rivelare dove i mujaheddin avevano il loro deposito di armi. Dal momento che tali informazioni furono confermate dalle unità di ricognizione, questi afgani vennero considerati fidati e designati come guide nella preparazione del raid. 

Tuttavia, i sovietici dovettero accorgersi presto che i due erano agenti di Massoūd e li avevano condotti in una trappola mortale. 

L’imboscata ha inizio 

La sera del 29 aprile, il 1° battaglione del 682º Reggimento di fucilieri motorizzati iniziò il suo raid attraverso la Valle del Panjshir. Poiché le strade erano coperte di pietre, i veicoli da combattimento furono lasciati indietro e i 220 soldati si fecero strada a piedi.

La colonna si spostò in profondità nella valle senza alcuna copertura da un punto più alto. “Sapevamo che Korolev [il comandante del battaglione] non voleva avanzare senza copertura, ma il comando ordinò di muoversi, promettendo che saremmo stati sorvegliati dagli elicotteri”, ha ricordato il soldato Aleksandr Popletanij.

Alle 11.30 del 30 aprile le truppe sovietiche finirono sotto un pesante fuoco dalle alture. Il capitano Aleksandr Korolev, che guidava la colonna, fu ferito mortalmente durante i primi minuti dello scontro. La colonna, decapitata, divenne facile preda per gli afgani. 

La battaglia, che assomigliava più a un massacro, continuò fino a sera. Diverse decine di soldati corsero al fiume e riuscirono a mettersi in salvo a nuoto. Gli altri condussero una dura lotta, subendo pesanti perdite. 

“Ricordo perfettamente una scena orribile: cinque o sei dei nostri ragazzi si nascondevano dietro una copertura naturale. All’improvviso finirono sotto il fuoco delle mitragliatrici. Poi gli afgani si avvicinarono e iniziarono a lanciare granate, una delle quali finì proprio dove erano nascosti. Sono rimasti lì tutti insieme, dove la morte li ha trovati”, ha ricordato il soldato Nikolaj Knjazev. 

Gli elicotteri da combattimento promessi apparvero solo due ore dopo l’inizio della battaglia, ma a causa della nuvolosità non riuscirono a influenzare la situazione in nessun modo. Né i bombardieri inviati riuscirono a dare una mano. Senza una copertura adeguata dai cieli e dopo aver lasciato i veicoli da combattimento della fanteria alle spalle, i soldati avevano poche possibilità di organizzare una difesa adeguata. 

La tragica conta dei caduti

Quando i rinforzi apparvero sul campo di battaglia, verso sera, tutto finì. Il 1° battaglione aveva perso 59 uomini, tra cui 12 ufficiali, e aveva 105 feriti; i mujaheddin invece avevano perso 30 uomini. 

Zhurachuzh Turakhuzhev guidava uno dei veicoli blindati che venne a salvare quello che restava del battaglione. “Ho visto un’immagine terribile: ogni pietra in questa piccola area era coperta di sangue. Ho sentito il forte odore dei  cadaveri in decomposizione; il caldo afgano stava facendo il suo lavoro in fretta… Cercavamo i feriti, che erano in condizioni orribili; quasi tutti senza gambe e braccia. Ogni soldato aveva munizioni e mine extra nello zaino, e un colpo diretto li aveva fatti a pezzi… ”

Il comando sovietico fu scioccato dalla tragedia. L’indagine successiva identificò nel comandante della 108º divisione, il generale maggiore Viktor Logvinov, il responsabile dell’ordine dato al battaglione di muoversi senza prendere le sommità della valle sotto controllo. Fu immediatamente sospeso dall’incarico.

 

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