Così l’operazione Frantic avvicinò (seppur per poco) Usa e Urss durante la Seconda guerra mondiale

National Museum of the U.S. Air Force
Questa missione congiunta, organizzata nel 1944, aveva lo scopo di bombardare i punti strategici della Germania, migliorando le relazioni tra i due paesi. Ma terminò con gravi perdite e lo scoppio di nuove tensioni

Quando gli Stati Uniti aderirono al secondo conflitto mondiale, nel dicembre del 1941, speravano di poter utilizzare i campi di aviazione sovietici per bombardare la Germania. Un progetto che, tra varie difficoltà e nonostante l’ostinata resistenza dei sovietici, venne in parte realizzato.

Ma fu solamente nel 1944 che Stalin diede il via libera affinché un piccolo numero di bombardierei statunitensi potesse operare dalle basi aeree sovietiche. Fu così infatti che nacque l’Operazione Frantic, che dava agli americani la possibilità di bombardare obiettivi strategicamente importanti in Germania, impossibili da raggiungere dai campi di aviazione inglesi o italiani.

La RAF non si unì all’operazione, a causa della profonda diffidenza di Winston Churchill nei confronti dei sovietici. Ma i leader statunitensi riuscirono a intravedere una buona opportunità per migliorare le relazioni con l’Urss.

La strategia

Durante l’operazione Frantic i bombardieri americani utilizzavano una tecnica particolare, secondo la quale gli aerei decollavano dai campi di aviazione sovietici, e, dopo aver colpito gli obiettivi nemici, atterravano negli aeroporti italiani occupati dagli Alleati. Nella missione successiva, i velivoli decollavano dall’Italia, bombardavano gli obiettivi e atterravano di nuovo nelle basi sovietiche.

Questa strategia fu progettata per ingannare i piloti della Luftwaffe che normalmente cercavano di intercettare i bombardieri alleati: in questo modo i tedeschi non potevano mai sapere in quale direzione si dirigevano i bombardieri dopo aver completato la missione.
Vennero scelti tre aeroporti vicino a Poltava, nell’Ucraina orientale, per schierare B-17 e i bombardieri pesanti B-24, oltre ai caccia P-51 e P-38.

Durante la primavera del 1944, a Poltava vennero trasportate grandi quantità di munizioni, rifornimenti e vari specialisti americani. Gli statunitensi venivano accolti calorosamente dagli abitanti del posto.
“Venivano accolti con allegria. Stavamo combattendo un nemico comune – ricorda Vladimir Stankevich, che lavorò come interprete dell’aeroporto -. Era un evento gioioso per una causa comune”.
L’Operazione Frantic iniziò ufficialmente il 2 giugno, quando 200 bombardieri americani decollarono dall’Italia, bombardarono una stazione dei treni in Ungheria e atterrarono per la prima volta in un campo di aviazione sovietico.

In quell’occasione i piloti conobbero i meccanici sovietici e si avvicinarono alla gente del posto. Nonostante le differenze linguistiche e le ripetute raccomandazioni da parte del dipartimento di controspionaggio dell'Armata Rossa SMERSH di non stringere rapporti stretti con gli americani, i piloti stabilirono relazioni di fiducia con il personale sovietico.
Non mancarono nemmeno alcuni comici epidosi: il tenente Fried, ad esempio, cercò di entrare nel municipio di Poltava, nonostante non possedesse alcun tipo di permesso. Dopo essere stato fermato, Fried disse: “Volevo entrare per vedere con i miei occhi come e dove lavora il Partito Comunista”.

I bombardamenti regolari di obiettivi strategici in Germania, Polonia, Ungheria e Romania si prolungarono per un altro mese, prima che una catastrofe mettesse fine all’operazione.

La vendetta tedesca

La risposta dei tedeschi ai pesanti attacchi aerei non si fece attendere molto. Il 21 giugno infatti un He-111 seguì segretamente i bombardieri americani che facevano rientro nei campi di aviazione sovietici. E individuò il luogo dei decolli.

“L’ultimo bombardiere americano fu seguito da un aereo tedesco. Il velivolo tedesco realizzò solo un giro sopra l’aeroporto e se ne andò. I nostri caccia cercarono di intercettarlo, inutilmente”, ricorda il meccanico Yuri Dubrovin.

La notte successiva alcuni bombardieri tedeschi e ungheresi attaccarono l’aeroporto di Poltava. Né i caccia sovietici né l’artiglieria locale riuscirono a fermarli. “Fu un vero inferno”, ricorda Marina Kovaliova, infermiera.

Gli americani registrarono perdite enormi: 47 dei 73 aerei presenti nell’aeroporto vennero distrutti. Anche diversi magazzini per le munizioni finirono in fumo.

L’errore

I comandanti americani attribuirono la colpa alla parte sovietica, accusando i sovietici di possedere un’artiglieria debole e di non essere preparati a incursioni notturne. Così stabilirono di poter disporre di una propria difesa antiaerea e di sistemi notturni per l’intercettazione.

Le accuse americane avevano un fondo di verità. I sovietici non avevano sufficientemente protetto l’aviosuperficie, e non vi era nessun caccia notturno di pattuglia.
“I russi avrebbero dovuto essere più preparati: non trovammo alcun tipo di resistenza”, raccontò in seguito Heinz Kiel, operatore radio di un Heinkel-111.

E fu così che l’operazione Frantic venne messa in stand by. Gli aerei vennero assegnati ad aviosuperfici italiane e le relazioni tra americani e sovietici riacquisirono rigidità.
Nonostante le tensioni, l’operazione venne rilanciata ad agosto, anche se su scala ben minore.

Il “canto del cigno” dell’operazione Frantic ci fu durante la sommossa di Varsavia. Le ripetute richieste da parte degli americani di poter aprire una via di rifornimenti ai polacchi attraverso lo spazio aereo sovietico trovarono il “niet” di Stalin, il quale voleva che l’Armata Rossa liberasse la Polonia senza l’aiuto di nessuno.

Da Poltava all’Estremo oriente

Il 19 settembre del 1944 tutti i bombardieri e i caccia americani decollarono per l’ultima volta dai campi di aviazione di Poltava.

In ottobre la maggior parte del personale americano rimasto venne fatto evacuare dall’Urss. Nell’inverno del 1944-1945 restavano solamente 200 uomini.

Fu solo varie settimane dopo la fine della guerra in Europa che gli ultimi americani abbandonarono l’Urss per essere assegnati nell’Estremo oriente dove vennero mandati a combattere i giapponesi.
L’operazione Frantic, avviata con il nobile obiettivo di migliorare le relazioni tra l’Urss e gli Usa, si rivelò in gran parte fallimentare.

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