Bufera doping, un’occasione per riformare lo sport

Elena Isinbaeva festeggia la vittoria ai Campionati Mondiali di Atletica a Mosca.

Elena Isinbaeva festeggia la vittoria ai Campionati Mondiali di Atletica a Mosca.

: AP
Secondo i giornalisti Pavel Kopachev e Aleksej Avdokhin, del portale sports.ru, ci sarebbe bisogno di una pulizia a tutti i livelli. E il rischio di non veder gareggiare la Russia alle Olimpiadi di Rio potrebbe essere un'opportunità dolorosa ma utile per un vero cambiamento

Come milioni di nostri concittadini vorremmo veder gareggiare alle Olimpiadi di Rio i nostri atleti migliori: Sergej Shubenkov ed Elena Isinbaeva per l’atletica leggera, Bilyal Makhov per la lotta, Svetlana Kuznetsova per il tennis. Crediamo che gli atleti onesti non debbano soffrire per la condotta di altri disonesti. Con ogni probabilità, la valanga dello scandalo del doping, che si è abbattuta sulla Russia, è al 90% di natura politica. Ma per il resto è colpa nostra ed è importante prendere atto di questa responsabilità.  

Forse è proprio questo il momento migliore per riformare lo sport russo. Se fossimo consapevoli dell’entità dei nostri problemi, dovremmo approfittare della chance che ci viene fornita dal “sanguinario Occidente”.

Il nostro sistema dello sport suscita diffidenza nel mondo e noi stessi abbiamo contribuito a creare questa situazione.

In Russia gli atleti che vengono scoperti a fare uso di doping non sono considerati dei reietti, ma dei martiri. La società li incoraggia e persino li giustifica. Viktor Chegin, allenatore di maratona, ha conquistato medaglie e onorificenze, il Centro sportivo olimpico è stato battezzato col suo nome e tutti hanno chiuso gli occhi sul fatto che 24 allievi del leggendario allenatore in tempi diversi siano stati colti in flagrante per aver fatto uso di sostanze dopanti. Questi atleti e il loro allenatore hanno poi restituito tutti i premi, i riconoscimenti e le auto ricevuti dallo Stato? No, si sono limitati a restituire le loro medaglie “disoneste”, conquistate a qualunque prezzo.

Il fatto ancora più curioso è che nel pieno dello scandalo del doping gli atleti della maratona abbiano scritto una lettera al Presidente della Federazione Russa in difesa del loro allenatore. E come dovrebbe reagire il mondo di fronte al sostegno che questi atleti russi offrono a un allenatore con un simile background?

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Gli atleti scoperti a fare uso di doping negano la loro colpa e non denunciano nessuno per poi conseguire ottime sistemazioni o ricevere in cambio del denaro per il loro silenzio. Tutti sono coinvolti nel sistema del doping, per questo tutti continuano a tacere, non si avviano indagini e non ci sono reprimende pubbliche. Nessuno vuole rompere questo circolo vizioso.

Il nostro grande sport agonistico estorce miliardi al bilancio statale. Nell’addestramento degli atleti olimpici in previsione dei Giochi di Rio sono stati stanziati 1,5 miliardi di rubli supplementari (23,8 milioni di dollari). Lo Stato paga loro gli allenamenti, il vitto e l’alloggio. In caso di vittoria li ricompensa con auto, appartamenti, milioni. Consapevoli di ottenere questi folli premi, gli atleti sono quasi costretti a comportarsi in modo scorretto. Il doping è un modo per conseguire dei successi, non esistono altre alternative. Molti, a registratore spento, confessano “che è la loro unica opportunità e che così risolveranno tutti i loro problemi”.

Ci rincresce molto per gli atleti che hanno continuato a conservare la loro “innocenza”, anche se si sono comunque allenati a spese dello Stato. Gli atleti sono inscindibili da questo sistema, se si incrimina Stato, tutti sono coinvolti.

Mezze misure

I media russi vedono nei rapporti della Wada un obiettivo esclusivamente politico. Questa opinione è in gran parte condivisibile, ma così si continuerà a individuare il nemico solo al di fuori di noi e nel nostro sport non cambierà nulla. Di questi problemi non sono responsabili Pound, Seppelt, McLaren o Bach. Sono responsabili i funzionari russi che si accaniscono sulla teoria del complotto ordito da nemici stranieri, mentre lo Stato seguita a ignorare i reati commessi all’interno del Paese.  

Nel 2011 Grigorij Rodchenkov è stato accusato di commercio illegale di farmaci e sostanze a effetto dopante, ma ha continuato a rimanere a capo del Centro antidoping ed è stato anche insignito di un’onorificenza per i Giochi di Sochi. Finché Rodchenkov era necessario (è un chimico eccezionale) lo Stato chiudeva gli occhi sui suoi peccati. Poi quando nell’autunno 2015 è stato accusato di aver distrutto 1.500 provette, lo Stato non ha fatto nulla, e si è limitato a rimuoverlo dal suo incarico. E solo quando il dottor Rodchenkov è emigrato in America e ha cominciato a collaborare con la Wada e sul New York Times sono apparse le sue rivelazioni sensazionali, la Commissione d’inchiesta russa ha istruito un procedimento penale nei suoi confronti. E questo il 18 giugno, solo sei mesi dopo che erano apparse le prime dichiarazioni.

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Lo sport russo è una piramide costruita su fragili fondamenta. Ad alcuni potrà sembrare blasfema questa osservazione, tuttavia saltare le Olimpiadi potrebbe essere una buona occasione per ripensare in altri termini al nostro sport.

Il grande sport agonistico è solo la cima della piramide, assai più importante è capire che cosa avviene più in basso: l’interesse del pubblico, i campi accessibili e le palestre, gli allenamenti gratuiti, gli allenatori competenti, la diffusione di massa dello sport. Quando una piramide è costruita su fragili fondamenta, le medaglie e le vittorie diventano un esito non automatico di un sistema strutturato, e non l’unico scopo che bisogna conseguire a qualunque prezzo.

Quanto al doping… È giunto il momento di decidere se bisogna davvero combatterlo o solo far finta.

Pavel Kopachev e Aleksej Avdokhin sono giornalisti del portale sportivo sports.ru

 

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