Bubka, i cinquant'anni del Re

Sergei Bubka (Foto: Itar Tass)

Sergei Bubka (Foto: Itar Tass)

Sergei Bubka supera la boa del mezzo secolo. Una carriera formidabile, l'indiscusso sovrano del salto con l'asta. Ancora suo il record del mondo

L’asticella svetta oltre quota 50 anni. Ma Sergei Bubka è ancora l’uomo dei record. Il pilastro per eccellenza dello sport sovietico. Fuoriclasse in eterna lotta con se stesso. Lui è il salto con l’asta, Icaro senza ali bruciate. Dopo, il vuoto. Quasi venti anni al top della disciplina, prima sotto la bandiera dell’Unione Sovietica, poi con quella ucraina. Forza, tecnica, acrobazia, velocità. Ecco lo schema in gara: primo salto per entrare nella competizione, secondo per vincerla, terzo per fissare un nuovo record del mondo. L’atleta perfetto, quasi realizzato in provetta. Sette anni d’imbattibilità, dal 1983 al 1990. Quarantaquattro volte oltre i sei metri, più di tutti gli altri saltatori messi assieme. E 35 record mondiali, 17 all’aperto. Il padre, che faceva parte dell’Armata Rossa si sarà ricreduto: voleva che Sergei e il fratello Vitaly, figli di famiglia operaia, si dedicassero solo alla carriera militare.

Oggi Bubka è imprenditore, parlamentare in Ucraina, consigliere del presidente Viktor Yanukovich, capo del comitato olimpico nazionale del suo Paese. Qualche anno fa è stato anche ministro. Nel frattempo, il suo record è ancora imbattuto: 6,14 metri all’aperto, centrato in un meeting nel luglio 1994 al Sestriere, tra addetti ai lavori e avversari che lo segnalavano sul viale del tramonto. E l’anno successivo a Donetsk, casa sua, saltava al coperto 6,15 metri. Dodici anni prima, agosto 1983, si prendeva il ruolo di protagonista sulla scena dell’atletica internazionale - non ancora ventenne - alla prima edizione dei Mondiali a Helsinki. Successo a sorpresa, con 5,70 metri. Era solo la prima medaglia d’oro iridata delle sei consecutive che gli garantiranno un primato difficile da eguagliare.

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L’incontro con la storia avveniva due anni dopo. A Parigi l’asticella scollinava i sei metri, migliorando di 15 centimetri il suo precedente personale. Sei metri, la misura impossibile per tutti. In pratica, saltare oltre due piani di palazzo. A 22 anni era in vetta al mondo. E l’ascesa diveniva inarrestabile: tra il 1984 e il 1988, primato mondiale migliorato di 21 centimetri. A intervalli di un centimetro. Con sponsor e organizzatori dei meeting Iaaf che gli allungavano assegni a vari zeri – anche 100mila dollari d’ingaggio a competizione - per ogni record del mondo. Ogni salto, un incasso. E pagava parecchi rubli anche il governo sovietico. Per alcuni, un mercenario. Per tutti, semplicemente il migliore.

Perfezionista che seguiva al dettaglio gli insegnamenti del suo maestro degli anni giovanili a Kiev e poi Mosca, Vitaly Petrov. Che mise a punto assieme al suo allievo l’uso di un’asta Cata-pole modellata sulle sue caratteristiche tecniche: lunga 5,25 metri, da impugnare più alto: meno stabilità, più potenza. Per saltare con quell’attrezzo servivano velocità in rincorsa (percorreva i 100 metri in 10,30, a pochi decimi dai campioni della specialità), perfetta scelta dei tempi del balzo, forza muscolare. L’ulteriore prova nel 1991, a Malmoe, in Svezia: Bubka volava oltre quota 6,10 metri. In quegli anni aveva lasciato l’ex Urss. Prima Berlino, poi il Principato di Monaco. In realtà la Guerra Fredda l’aveva ostacolato, eccome. Ai Giochi di Los Angeles 1984 boicottati dai sovietici in risposta all’assenza voluta dagli Stati Uniti quattro anni prima a Mosca, Bubka era il favorito numero uno. In quell’annata saltava 12 centimetri più in alto del francese Pierre Quinon, che vinse l’oro.

Quattro anni dopo, a Seul, saliva per la prima e ultima volta sul gradino più alto del podio. Alle Olimpiadi di Barcellona 1992, dove era star assoluta assieme al Dream Team statunitense di basket, la delusione più cocente della sua immensa carriera: fuori gara a 5,70 metri, nell’anno dei cinque record mondiali. Una quota che negli anni superava con facilità, per scaldarsi. Con la maledizione olimpica che lo perseguitava anche ad Atlanta 1996 - infortunato al tallone poco prima del via alle gare - e a Sidney 2000. Ultimi salti ai Giochi, ancora fuori dopo aver fallito 5,70 metri.  

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