"La Dakar richiede pazienza"

Camion del team Kamaz-Master durante la Dakar 2013 (Foto: AFP/Eastnews)

Camion del team Kamaz-Master durante la Dakar 2013 (Foto: AFP/Eastnews)

Ajrat Mardeev, pilota del team russo Kamaz-Master che ha conquistato il titolo 2013 nella categoria camion, svela le difficoltà del tracciato Lima-Santiago

Per quasi tutto il mese di gennaio 2013, una carovana di centinaia di automobili, motociclette e camion hanno percorso le distese sabbiose del Sud America, dalla capitale peruviana, Lima, a Santiago del Cile. Si tratta della Dakar-2013.

E come sempre, sotto i riflettori del rally più famoso del mondo, troviamo il team russo della Kamz-Master. Il sito Moskovskie Novosti ha incontrato il pilota Ajrat Mardeev per parlare del circuito, delle multe per eccesso di velocità e del principale incubo della corsa: gli spettatori argentini.

Com'è stata la Dakar-2013? 
La corsa si rivela, come sempre, molto interessante, con un sacco di zone sabbiose speciali. A essere onesti, mi sono sempre piaciute le dune alte e sabbiose. E come dimostra la nostra esperienza di questi ultimi anni, non ce la caviamo così male su sabbia, dove riusciamo a competere ad armi pari con i nostri avversari. Nel complesso, è un circuito molto interessante. Abbiamo iniziato in Perù, passando poi all’Argentina e al Cile. L'ultima volta avevamo guidato nella direzione opposta.

Quali tratti sono cruciali nel circuito?
Qualsiasi tratto può rivelarsi cruciale. Faimbola, per esempio, non è facile. Qualche anno fa, proprio in quel tratto, siamo rimasti intrappolati in un imbuto di sabbia terribile. La distanza era solo di circa 200 chilometri e dovevamo coprirla in un massimo di 12 ore. Ma abbiamo passato due ore solo per estrarre il nostro camion dalla sabbia. Questo vi fa capire quanto difficile sia questo tratto della corsa.

Che cosa sai delle città che incroci durante la gara? Riesci a vedere almeno qualcosa, mentre le attraversi?
Quasi niente. Sei concentrato esclusivamente sulla gara e non hai tempo per distrarti. Abbiamo girato un po’ Lima, la scorsa edizione, al termine della gara. Ma per me, spesso, i nomi delle città sulla mappa non sono che dei punti che segnano l'inizio e la fine delle varie fasi.

Dedicate molto tempo a pianificare ciascun tratto del circuito?
Non appena riceviamo la mappa del percorso di gara, iniziamo a capire che cosa ci aspetterà. Poi alla partenza, gli organizzatori danno a tutti un opuscolo speciale che descrive in dettaglio tutte le aree, inclusa la composizione del terreno, il numero di chilometri su sabbia, quelli su pietra, e così via.

Che cos’ha di nuovo il camion rispetto all’edizione precedente?
Ci siamo concentrati perlopiù sull’affidabilità. L'anno scorso i nostri motori hanno ceduto e non siamo riusciti a finire la gara. Quindi abbiamo speso un sacco di tempo a sperimentare con il montaggio del motore e a cercare delle modifiche interessanti. Abbiamo anche lavorato sui freni, visti i problemi di surriscaldamento nelle precedenti competizioni.

Suo padre ha gareggiato diverse volte nella Dakar e ora è entrato a far parte del tuo team. Ci deve essere una sorta di tradizione familiare.
Oh, ce ne sono diverse. Mio padre non fa che raccontare storie riguardanti le gare del passato, che quasi sempre si concludono con una constatazione, ovvero che i piloti giovani di oggi hanno la vita più facile. Tu, mi dice, puoi contare su un gruppo di meccanici fantastici, sui migliori tecnici sulla piazza e su un hotel su ruote. Una volta, invece, i piloti si dovevano accontentare di una tenda montata sulle pietre, dove terminava la gara. Ora, invece, con noi, viaggiano un massaggiatore e persino uno chef.

Questa ti potrà sembrare una domanda sciocca, ma c'è un registratore a nastro sul camion?
No, non ce l’ho. Anche se ci sono dei ragazzi che ne installano uno per le fasi intermedie, quando, ad esempio, stiamo guidando a Le Havre per i controlli tecnici. Ma io, personalmente, evito di installarne uno: è un lavoro extra e impone fili extra.

Ok, e allora che cosa sente un pilota, nella cabina del camion, durante la gara vera e propria?
Tutto è molto professionale. Per cominciare, il navigatore non fa che indicarti il percorso, dalla partenza al traguardo. Poi, siamo sempre in contatto con il meccanico che è responsabile della pressione degli pneumatici e di tutti gli strumenti, e che ci ripete costantemente dove è aumentata la temperatura, ecc. E poi ascolti il camion stesso: se c’è qualcosa che non va, sarà lui il primo a dirtelo.

Quante emozioni in ballo...
Quando ho visto per la prima volta delle dune vere, durante una corsa di prova in Tunisia, lì sì che ho provato un sacco di emozioni. Ma ora siamo abituati a queste cose, credo... Non nego che a volte provo un senso di pericolo, rischio o persino di paura. Ma le emozioni rimangono sepolte nel mio profondo, sono molto più razionale ora. Ti rendi conto che non puoi correre a rotta di collo tra le dune, devi avere pazienza e guidare attraverso di esse, affrontandole. Se riesci a superare una zona simile senza dover mai ritornare indietro, senza rimanere bloccato, ciò significa che riuscirai, in ogni caso, a totalizzare un buon risultato, e a passare davanti a molti, se non a tutti. Mentre il tuo rivale rimarrà indietro a lottare con una duna vicina.

Capita mai che gli spettatori intralcino la corsa?
All’inizio, quando la Dakar era stata appena trasferita in Sud America, la corsa era una vera e propria follia. Soprattutto in Argentina. Se non si tratta di una zona speciale, ti puoi ritrovare a guidare attraverso un corridoio molto stretto dove solo alcuni millimetri separano, letteralmente, i veicoli dagli spettatori, i quali si scansano solo all'ultimo minuto. È un vero e proprio incubo. Molte di queste persone corrono davanti al camion per scattarsi una foto con il cellulare. La cosa ti fa innervosire, ma esiste una legge ferrea: è meglio rallentare che avere un incidente sulla coscienza. Tanto più che si sono già verificate delle tragedie: un fuoristrada investì un ragazzo... Gli organizzatori hanno imposto delle regole sempre più rigide per agli spettatori. Nelle città, ogni dieci metri, ci sono poliziotti con barriere metalliche tra di loro.

Qual è la velocità massima del camion?
Centoquaranta chilometri all'ora. Questa è la velocità massima consentita nelle zone speciali della Dakar. Ma su asfalto, dobbiamo rispettare i limiti di velocità del Paese in cui ci troviamo. In Perù, sono di 80 chilometri all'ora, in Argentina di 90. Per ogni violazione di velocità, c'è una penalità di tempo e una multa.

A quanto ammonta la multa?
Cento euro. Ma se eccedi i limiti di velocità più di una volta, vieni squalificato dalla gara. Le nostre scatole nere registrano ogni cosa e i tabulati vengono analizzati con grande rigore.

Dicono che sul suo camion ci sia una cosa che non è possibile trovare su nessun altro veicolo del mondo.
È vero, si tratta del volante. È decorato con gli auguri di mia moglie e questo volante mi accompagna di camion in camion. Prima di ogni corsa, lo bacio, di modo che, se Dio vuole, mi aiuti con ciò che per me è più importante: ritornare a casa vivo e vegeto dalla Dakar.

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