Ponomarev, il Pulitzer russo che racconta l’odissea dei migranti

In this image released by World Press Photo titled "Reporting Europe's Refugee Crisis" by photographer Sergey Ponomarev for The New York Times which won the first prize in the General News Stories category shows refugees arriving by boat near the village of Skala on Lesbos, Greece, 16 November 2015.

In this image released by World Press Photo titled "Reporting Europe's Refugee Crisis" by photographer Sergey Ponomarev for The New York Times which won the first prize in the General News Stories category shows refugees arriving by boat near the village of Skala on Lesbos, Greece, 16 November 2015.

Sergey Ponomarev for The New York Times, World Press Photo via AP
L’immagine del barcone che cerca di approdare sulle coste della Grecia ha fatto il giro del mondo. Ed è valsa al giovane fotografo il premio giornalistico più ambito. “Con i miei scatti cerco di scuotere e turbare la coscienza della gente”

Barca di migranti in arrivo sulle coste della Grecia. Questa foto è valsa il premio Pulitzer a Sergej Ponomarev, 35 anni, il terzo fotografo russo a vincere il prestigioso riconoscimento. Fonte: Sergej Ponomarev

“Ogni giorno andavamo sulla spiaggia molto prima dell’alba. Ci arrampicavamo su una collina a scrutare l’orizzonte. In attesa che arrivassero le prime barche”. Con lo scatto che ritrae una barca di profughi siriani ormeggiando sulla costa di un'isola greca, il fotografo russo Sergej Ponomarev ha vinto il Premio Pulitzer. “Trascorrevamo spesso intere giornate sulla spiaggia, osservando i gommoni arrivare. E la barca ritratta nella foto era una di queste - racconta Ponomarev -. Ne arrivavano a decine. Salpavano dalla Turchia e portavano con sé gruppi di disperati che, in barca o in gommone, cercavano di raggiungere le coste della Grecia”.

Dalle spiagge della Grecia, poi, Ponomarev seguiva i rifugiati in Macedonia, Serbia, Ungheria e Slovenia lungo la strada che conduceva ai Paesi europei, dove avrebbero richiesto asilo. Su e giù, ha trascorso cinque mesi lavorando a questo progetto.

Il 16 novembre 2015 Ponomarev ha scattato l’immagine che gli è valsa il premio giornalistico più ambito al mondo, il premio Pulitzer. "È davvero straordinario. Suppongo di aver lavorato bene in questo anno”, ha raccontato a The Moscow Times.

Nel suo lavoro, Ponomarev si dice motivato soprattutto dal desiderio di colmare quel divario che le persone pongono tra sé stesse e le tragedie umane che avvengono in altre parti del mondo.

La strada verso il Pulitzer

Sergej Ponomarev. Fonte: ufficio stampaSergej Ponomarev.
Fonte: ufficio stampa
Ponomarev, 35 anni, è il terzo fotografo russo ad aver vinto il premio Pulitzer. Un successo che non passa inosservato: durante l'intervista, infatti, Sergej viene interrotto da decine di messaggi ed e-mail di gente che si congratula con lui per la vittoria. "Wow – dice a un certo punto –, ho appena ricevuto un messaggio da James Nachtwey. Il grande James Nachtwey!"

Nachtwey, il famoso fotografo di guerra, aveva infatti elogiato le abilità di Ponomarev a The Moscow Times prima dell'intervista. "La percezione visiva di Sergej è di altissimo livello. Ha la capacità di organizzare ciò che percepisce in un modo complesso e convincente, utilizzando l'intero vocabolario fotografico con grande maestria", aveva detto Nachtwey.

Prima di arrivare al Pulitzer, Sergej è passato attraverso guerre, conflitti, tragedie. “Ma non mi considero un reporter di guerra”, dice. “C’è chi mi considera così solo perché sul mio sito c’è una foto di me con un giubbotto antiproiettile”. Ad ogni modo, Sergej era a Beslan nel 2004 quando i terroristi hanno attaccato la scuola N.1, prendendo in ostaggio decine di bambini. Era al teatro della Dubrovka quando i terroristi hanno fatto irruzione durante lo spettacolo “Nord-Ost”. E ha documentato le atrocità nella striscia di Gaza, la rivoluzione in Libia, le proteste del Maidan e gli scontri militari in Ucraina orientale e in Siria.

Dopo aver lavorato per nove anni come fotografo dell'agenzia di stampa Associated Press, collaborando anche con testate russe tra cui Kommersant e Gazeta.ru, oggi Ponomarev collabora prevalentemente con il New York Times.

"I media in Russia sono cambiati molto negli ultimi anni – dice –. La stragrande maggioranza ha perso la propria indipendenza. Preferisco lavorare con organi di stampa più indipendenti”.

Poliziotti russi disperdono la folla durante alcune proteste a Mosca, maggio 2012. Fonte: Sergej Ponomarev / AP

Ponomarev ha la fortuna di collaborare con un giornale come il New York Times, dice un altro illustre fotoreporter russo di guerra, il multi-premiato Yurij Kozyrev. “È bello perché danno ai fotografi tempo e risorse per approfondire storie importanti, come quella dei rifugiati – ha commentato –. Ai giorni nostri è raro. Non solo in Russia, ma in tutto il mondo".

Il mondo attraverso l'obiettivo

"La gente vede il mondo attraverso i nostri occhi – dice Ponomarev –. Una volta ho partecipato a una conferenza sui rifugiati. I relatori non facevano che parlare di numeri e statistiche, e potrei dire che nessuno di loro aveva mai visto questi rifugiati. Il mio intervento era l'ultimo della giornata e le fotografie che ho mostrato hanno semplicemente sconvolto il pubblico". La fotografia è un linguaggio universale, dice. "Le persone non hanno bisogno di conoscere una lingua straniera per capire le fotografie".

Probabilmente, la fotografia sta perdendo il suo potere di cambiare il corso degli eventi. Non può più fermare una guerra come avveniva negli anni '60 e '70, afferma Ponomarev.

Allora il mondo intero fu scosso dall'immagine di Nick Ut di una ragazza nuda che scappa da un attacco al napalm in Vietnam e dall'immagine di Eddie Adams di un capo della polizia che uccide un giovane per le strade di una Saigon devastata dalla guerra.

Il gruppo Pussy Riot durante la controversa performance nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, febbraio 2012. Fonte: Sergej Ponomarev / AP

"Quelle immagini esplosive portarono la società a chiedere di porre fine alla guerra. Ora fotografie serie con scene di sangue o di violenza sono nascoste dalle restrizioni di età e dagli avvertimenti per le persone sensibili che non dovrebbero guardarle. La gente non rimane più così tanto sconvolta".

Di tanto in tanto, la società è chiamata ad agire. Le immagini di un bambino siriano di tre anni annegato e arenato su una spiaggia turca hanno causato l'indignazione pubblica in tutto il mondo. Ha acceso dibattiti e divisioni all'interno della comunità professionale in merito alla pubblicazione o meno di tali immagini. "Personalmente sono contro tutte queste restrizioni", dice Ponomarev. "Più il popolo vede l'ingiustizia, più è disposto a cambiare”.

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