La rivoluzione dopo la violenza

Con l’hashtag #yaNeBoyusSkazat (non ho paura di parlare) la giornalista ucraina Anastasiya Melnychenko ha denunciato al mondo la violenza sessuale subita, dando la forza a molte altre donne di denunciare i casi di abuso.

Con l’hashtag #yaNeBoyusSkazat (non ho paura di parlare) la giornalista ucraina Anastasiya Melnychenko ha denunciato al mondo la violenza sessuale subita, dando la forza a molte altre donne di denunciare i casi di abuso.

: Vostock-Photo
Molte sono portate a tacere. Poi, all’improvviso, la confessione di una giornalista vittima di abuso sessuale spinge centinaia di altre donne a denunciare i casi di aggressione. Trasformando Facebook in strumento di rivolta per dire basta alla violenza di genere

"Voglio che noi donne oggi iniziamo a parlare. A parlare della violenza che la maggior parte di noi ha subito. Non siamo da biasimare. Il biasimo è per lo stupratore. Non ho paura di dirlo”. Inizia così il racconto di Anastasiya Melnychenko, giornalista ucraina, che il 5 luglio scorso ha raccontato al mondo la sua storia di abuso sessuale, avvenuta quando aveva sei anni. Una confessione fatta attraverso Facebook e rimbalzata sui social network con l'hashtag #yaNeBoyusSkazat (non ho paura di parlare), e che ha dato il via a un'ondata di storie di donne vittime di violenza. Centinaia di donne ucraine hanno pubblicamente denunciato i casi di violenza e sono state seguite anche in Russia attraverso Facebook, con l'hashtag #yaNeBoyusSkazat.

La denuncia

"Quando avevo 19 anni sono stata violentata dall’amico di famiglia di un mio amico", ha scritto Julia Lapitskii. "Non posso parlare dei dettagli, ma non dimenticherò mai il suo volto su di me. [...] Sono molto orgogliosa di tutte coloro che ne stanno parlando, e di me stessa. Ho taciuto tutto questo per così tanto tempo".

"Era estate, nel mezzo di una giornata molto luminosa”, ha scritto Alyona Vladimirskaya, fondatrice dell'agenzia di reclutamento Pruffi. "Ero incinta e stavo tornando a casa da un negozio. Non mi sentivo bene, stavo proprio male. L’ho visto, un uomo entrò nel palazzo dopo di me. Sai, non ho mai pensato che avrei dovuto diffidare di giovani uomini nelle mie condizioni. Nella tromba delle scale mi ha spinto contro il muro, ha tirato fuori un grosso coltello da cucina, lo ha puntato al mio stomaco e mi ha ordinato di spogliarmi. Avevo tanta paura di perdere mio figlio e mi tolsi la giacca".

Il braccio di ferro
delle adozioni internazionali

Queste storie coinvolgono insegnanti, amici di famiglia, allenatori, amici e compagni di scuola. Non tutte le storie sono finite in violenza fisica. Alcune donne se la sono cavata con un grosso spavento oppure hanno ammesso di non comprendere l'orrore di ciò che stava accadendo. A molte non ha creduto nessuno, neanche le persone più vicine: "Sono stata accusata di mentire", "i miei genitori hanno scacciato la mia storia nel punto più lontano della memoria e non la ricorderanno mai, mai più".

Le reazioni

Gli uomini hanno reagito in maniera esplosiva. All’inizio lo shock: "Dio mio, non avrei mai pensato che ci siano così tanti bastardi al mondo!". Più tardi hanno cominciato a comparire commenti sarcastici, condanne e persino le battute. “Facebook è solo un grande 'Io non ho paura di dirlo”, ha scritto Pasha Komnov. "L’unico obiettivo è mirare al trend e cercare ogni sorta di simpatetici ‘ah’ e ‘uh’".

Tuttavia, da parte degli uomini sono stati maggiori i commenti di sostegno e comprensione. Alcuni hanno anche ammesso di essere stati quasi violentati da un altro uomo.

"Siamo usciti sulle scale antincendio tra il primo e il secondo piano, all’improvviso l'uomo mi ha colpito al petto, poi si è messo in ginocchio e ha cominciato freneticamente a togliermi la cintura dei jeans”, ricorda Aleksej Ametov, amministratore delegato della Look At Media publishers. "Ho avuto alcuni secondi di shock, poi ho cercato di capire cosa fare in una situazione del genere".

La strada fuori dall'inferno

Oggi la campagna #IAmNotAfraidToSayIt viene descritta come un atto eroico di massa e come una delle azioni online più importanti e spaventose. Gli utenti del social sono stati scossi da una serie di confessioni da parte di persone di cui non avevano mai immaginato la sventura. “Un momento chiacchieri con una collega bevendo un caffè, va tutto alla grande", ha scritto Bogdan Zrobok. "Poi torni a casa, ed eccola con #IamNotAfraidToSayIt. La violenza è molto più vicina di quanto si pensi".

Nella società russa questo problema non ha ancora trovato un dibattito diffuso, perché visto come "improprio". La gente ha paura di parlarne, perché ciò è collegato alla sfera intima della vita, ha detto a RBTH Maria Mokhova, a capo di Sisters, un centro di supporto per le vittime di violenza sessuale.

“Ci sono ancora molti paesi in cui i sopravvissuti sono considerati ‘rovinati’” ha detto la Mokhova. “C’era molto pregiudizio anche ai tempi dell’URSS. Le persone tendevano, ove possibile, a nasconderlo e vivevano con questo dolore dentro”.

Il critico teatrale Alla Shenderova ha scritto: "‘Cercate questo hashtag e vi troverete in mezzo all’inferno’ ho sentito alla radio. Io l’ho fatto. Ma al contrario: questa campagna non è la strada per l'inferno, ma la strada FUORI DALL’INFERNO".

Se avesse portato a una vera e propria discussione di ampio respiro, avrebbe condizionato la situazione, crede la Mokhova. In una certa misura, questa campagna sarebbe potuta diventare questa strada fuori dall'inferno.

"Ma ho seri dubbi, perché il Parlamento è in vacanza, tutti si stanno godendo l'estate", ha detto. "Per quando torneranno ci saranno le elezioni e la questione sarà ancora una volta messa in secondo piano”.

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