La guerra vista dagli Urali

Carri armati in partenza per il fronte (Foto: Museo di storia di Uralmashzavod)

Carri armati in partenza per il fronte (Foto: Museo di storia di Uralmashzavod)

Mentre l’Urss combatteva contro l’invasione della Germania nazista, in questo territorio si producevano le armi e i carri armati che partivano per il fronte

Negli anni della Grande Guerra Patriottica, il territorio degli Urali è sempre stato un fronte affidabile per l'esercito sovietico. Lo slogan principale di quel periodo, “Tutto per il fronte! Tutto per la vittoria!”, ottenne qui un'eco particolare. Questa zona, che produceva il 40% delle armi e il 70% dei carri armati, vantava 830 imprese sparse sul territorio. Una munizione su due proveniva dalle fucine degli Urali.

La gente lavorava 12-16 ore al giorno. A volte con la neve fino al ginocchio, sotto il cielo aperto. Alle macchine ci stavano donne, vecchi e bambini. Si producevano proiettili, munizioni e blindati. Ci vollero in tutto 33 giorni per sviluppare la produzione di massa dei carri armati T-34.

“Noi eravamo sicuri della vittoria e sapevamo che la nostra opera era giusta. I fascisti ci avevano attaccati senza alcun avvertimento, avevano cercato di conquistare la nostra terra, di annientare il nostro popolo e di schiavizzare i sopravvissuti”, ha raccontato a RBTH Tamara Mojseeva, un'ottantunenne cittadina di Kamensk-Uralsk (a 100 chilometri da Ekaterinburg). Quando è iniziata la guerra, lei aveva sette anni. Molti della sua famiglia erano andati al fronte. “Era molto dura, ma noi non ci piegavamo. Ognuno aiutava come poteva. Noi con la classe intera dopo le lezioni cucivamo sacchetti per il tabacco, curavamo i feriti, raccoglievamo le spighe di grano... Tutti cercavano di lavorare non solo per sé, ma anche per i compagni andati al fronte”.

Gruppo di volontari in partenza per il fronte (Foto: Museo di storia di Uralmashzavod)

Negli anni della Grande Guerra Patriottica nello stabilimento di trattori di Chelyabinsk vennero prodotti 18.000 carri armati e sistemi mobili di artiglieria: un quinto di tutti gli esemplari fabbricati nel paese. Chelyabinsk ottenne il secondo nome non ufficiale di Tankograd (Città dei carri armati).

 
Dagli Urali al fronte, così in guerra
si armava il paese
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Il famoso lanciarazzi sovietico “Katjusha” venne prodotto negli impianti degli Urali che spedirono al fronte 1.700 lanciarazzi. La fabbrica di alluminio di Kamensk-Uralsk era l'unica negli anni della guerra a fornire alluminio, aumentando la propria produzione di quasi otto volte.

Dopo la sconfitta dei nazisti sotto Stalingrado, gli operai proposero di creare il “corpo volontario dei carri armati degli Urali”: una formazione unica. I produttori di carri armati si impegnavano a superare i piani di produzione, a lavorare senza interruzione, a detrarre una parte del proprio compenso per armare il corpo.

Arrivarono 110.000 richieste spontanee, 12 volte di più di quanto occorreva. Su tutto il territorio degli Urali continuava la raccolta di mezzi per la formazione del fondo di creazione del corpo e vennero raccolti più di 70 milioni di rubli.

Il salvataggio della cultura

Durante gli anni della guerra negli Urali vennero evacuate molte istituzioni scientifiche: il presidio dell'Accademia delle Scienze dell'URSS, le organizzazioni scientifiche di ricerca e progettazione.

Gli Urali accolsero moltissimi teatri evacuati, fra i quali il MKHAT, il Malyj Teatr, il Moskovskij Teatr dell'Armata Rossa, il teatro moscovita della satira, il teatro di Leningrado dell'opera e del balletto Kirov, il Malyj teatr dell'opera e del balletto di Leningrado. A Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg) vennero trasferiti i tesori dell'Ermitage, più di un milione di pezzi. La decisione sull'evacuazione venne presa due giorni dopo l'inizio della guerra. La città conservò anche gli artefatti unici del museo archeologico di Khrersones salvati da una Sebastopoli circondata.

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